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Card. Zuppi: liberi di annunciare perché radicati in Cristo e vicini alle persone

Card. Zuppi: liberi di annunciare perché radicati in Cristo e vicini alle persone

 

Pubblichiamo l’Introduzione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, ai lavori del Consiglio Episcopale Permanente (Roma, 21-23 settembre 2026).

 

Cari Confratelli,

ci ritroviamo in questo Consiglio Episcopale Permanente, rinnovato in larga misura dall’elezione dei nuovi Presidenti delle Commissioni Episcopali nell’Assemblea Generale di maggio. Diamo il benvenuto a mons. Calogero Marino, Vescovo di Savona-Noli, eletto Presidente della Conferenza Episcopale Ligure. Il nostro incontrarci è sempre arricchente: le tante angolature diverse si completano e ci offrono gli elementi per un discernimento sapiente e per decisioni evangeliche e coraggiose. Chiediamo allo Spirito Santo di illuminare la nostra mente per rispondere alle attese che ci sono state affidate dal Cammino sinodale, per una Chiesa che sia arca di salvezza nel mare minaccioso di questo mondo. Papa Leone XIV ha ricordato che «sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo» (Discorso, 22 agosto 2026). È lo spirito con cui desideriamo vivere questo Consiglio Permanente: tra i vari impegni del suo mandato, c’è quello prioritario di dare continuità e attuazione alle proposte del Documento di sintesi del Cammino sinodale, Lievito di pace e di speranza, che in parte sono già in cantiere nelle singole Diocesi e in parte allo studio della CEI, compresa la riforma dello Statuto.

Siamo, infatti, convinti che ascoltarci, condividere le responsabilità, cercare insieme come servire le nostre Chiese sono parte dell’annuncio, non una sua premessa organizzativa. La comunione che viviamo rende credibile la parola che rivolgiamo agli altri, genera e rigenera la nostra decisiva unità. Gesù prega «perché tutti siano una sola cosa; […] perché il mondo creda» (Gv 17,21). L’unità non serve a proteggerci dal mondo: è un dono per raggiungerlo con il Vangelo. Avviene anche il contrario: i discepoli discutono su chi è il più grande e il Signore resta solo. La comunione con il Successore di Pietro e tra noi Vescovi chiede di diventare cura vicendevole, disponibilità a portare insieme le fatiche, libertà di parlare con franchezza senza smettere di ascoltare. La comunione è la nostra forza, che fa vivere come nostre le gioie o le sofferenze dei fratelli (cfr. Gaudium et spes, 1). In una società di legami così deboli e dove è facile separarsi, una Chiesa fedele all’amore, che impara a volersi bene e a camminare insieme, diventa un faro di speranza che rende concreto l’amore di Dio. Chiediamo al Signore di aiutarci a essere una Chiesa libera di annunciare, perché radicata in Lui e vicina alla vita delle persone.

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Desidero ricordare con riconoscenza e affetto il cardinale Camillo Ruini, che il Signore ha chiamato a sé il 16 giugno scorso. La nostra Conferenza gli deve molto: l’ha servita a lungo, prima come Segretario Generale e poi come Presidente, accompagnando le nostre Chiese in anni di profondi cambiamenti. Ricordo personalmente il suo affettuoso incoraggiamento, i suoi consigli puntuali e intelligenti, quando iniziai il mio servizio come Presidente. Egli poneva al centro la questione della presenza della Chiesa nel mondo. Di fronte all’indebolimento dell’identità culturale del Paese e alla crescente marginalizzazione del cristianesimo, la sua preoccupazione consisteva nell’evitare che la fede fosse confinata nell’ambito della sola esperienza privata. Nel suo ministero abbiamo conosciuto l’amore alla Chiesa e al Successore di Pietro, la passione per una fede pensata e vissuta, capace di dialogare con le domande del nostro tempo e produrre cultura cristiana e umanesimo. Non vogliamo disperdere questa dedizione. Lo affidiamo al Signore risorto con la gratitudine di una famiglia che non dimentica e vive la pienezza della comunione in Cristo.

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Un annuncio mai disincarnato
Il nostro pensiero va a papa Leone XIV, al quale rinnoviamo l’affetto e la gratitudine delle nostre Chiese per la vicinanza espressa anche attraverso le visite nei territori italiani. All’Assemblea Generale di maggio ci ha ricordato che «la priorità è il Vangelo» (da qui «il coraggio dell’essenziale») e ci ha chiesto di essere «comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo» (Discorso, 28 maggio 2026). Possiamo spendere tante energie per custodire ciò che abbiamo ma mai perdere di vista le persone alle quali siamo mandati! È il rischio di cercare formule e non relazione, di curare più l’organizzazione che l’incontro con il Vangelo e la trasmissione della fede attraverso i legami di amicizia e l’esperienza. Non smettiamo di guardare con la compassione di Gesù il dolore e la stanchezza della folla dove siamo inviati e alla quale la nostra vita è intimamente unita. Non si è Chiesa di Gesù senza la “folla”! L’annuncio non è mai disincarnato: raggiunge le persone nelle loro domande vere, nel lavoro, nello studio, negli affetti, nelle preoccupazioni quotidiane. Ha bisogno, quindi, di farsi dialogo, conoscenza, interiorità, cultura, rapportandosi con la ricerca scientifica, l’arte, la politica, con tutto ciò attraverso cui gli uomini comprendono sé stessi e costruiscono il futuro. Non possiamo accontentarci di parlare a chi già ci ascolta. Ci è chiesto di incontrare, di ascoltare, di lasciarci interrogare: la fede non ha paura della ricerca della verità e del dialogo. Il dialogo non ha valore in sé, ma senza il dialogo diventiamo muti, ripetitivi, distanti dalle persone ma anche dall’amore di Dio e facilmente finiamo per giudicare come il fratello maggiore della parabola o i lavoratori della prima ora che abbiamo ascoltato ieri.

A Pavia il Santo Padre ci ha richiamato all’interiorità con sant’Agostino: «Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore» (Omelia, 20 giugno 2026). Quanto ne abbiamo bisogno anche noi! Presi dalle urgenze, rischiamo di trascurare la relazione con il Signore che dà senso al nostro servizio e ci chiede di parlare a chiunque, con uno sguardo libero capace di comprenderne le attese e accompagnarne la ricerca. Anche il dialogo con la cultura nasce da una fede vissuta, pensata, capace di rendere ragione della propria speranza. È la stessa fede che diventa accoglienza e carità operosa, come ci ricorda santa Francesca Cabrini, della quale il Papa ha venerato il cuore a Sant’Angelo Lodigiano. A Lampedusa, rileggendo la parabola del buon samaritano (cfr. Lc 10, 25-37), ce ne ha indicato la concretezza: «Prossimi ci si fa, prossimo si diventa» (Omelia, 4 luglio 2026). Non basta sapere chi è il nostro prossimo. Occorre fermarsi, avvicinarsi, assumersi la responsabilità di quella vita. Altrimenti si resta virtuali, coinvolti nel misero e pericoloso gioco delle polarizzazioni, amanti di categorie astratte e poco della vita, convinti che sia sufficiente offrire definizioni, finendo per leggere solo in maniera malevola i problemi senza cogliere le straordinarie opportunità che il Signore ci offre.

Le nostre comunità, piccole e grandi, nelle aree interne o nelle grandi città, senza apparire, accompagnano chi arriva, sostengono chi è solo, aiutano a ricominciare, restano vicine a chi è nella sofferenza. In questa fedeltà quotidiana, il Vangelo, cioè la verità che è sempre Cristo e l’incontro con Lui, diventa comprensibile anche a chi è lontano dalla Chiesa. Ma la prossimità non può essere affidata soltanto alla generosità dei singoli. Deve trovare espressione nella cultura, nelle leggi, nelle scelte politiche ed economiche. È la responsabilità richiamata dal Papa anche per l’Europa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare, lavorando insieme perché nessuno sia costretto a lasciare la propria terra. La dignità delle persone chiede risposte comuni e lungimiranti, capaci di superare la paura e l’indifferenza alla sofferenza altrui. Anche la libertà, a cui il Santo Padre ha fatto riferimento a San Marino, si misura nella responsabilità verso gli altri, nel primato della coscienza, nella capacità di donarsi. A questa libertà dobbiamo educare. Il bene non cresce tenendoci al riparo dalla realtà, ma riconoscendolo e promuovendolo dentro la vita, accettando la fatica dell’incontro. È l’impegno educativo rilanciato dal Papa al Meeting di Rimini: accompagnare, suscitare domande, testimoniare una fede che attrae perché rende più umana l’esistenza.

Vorrei poi sottolineare un tassello importante che il Papa ha indicato alla Chiesa di Roma, ovvero la verifica pastorale. E ne ha tracciato anche alcune attenzioni distinte, ma in un unico dinamismo: «Incontrare Cristo e farlo incontrare»; «generare comunità»; «abitare e servire la città»; «la formazione del Popolo di Dio». «Verificare, sotto la luce dello Spirito Santo – ha spiegato Leone XIV –, significa fermarsi, rileggere ciò che è accaduto, riconoscere ciò che ha portato frutto, comprendere ciò che non ha funzionato e cercarne insieme le ragioni. Significa, in una parola, fare verità» (Discorso, 18 settembre 2026).

Infine, ritengo opportuno ricordare ancora la lettura del nostro mondo che papa Leone ci ha offerto con la sua Enciclica Magnifica humanitas (Mh), che rappresenta un punto di partenza per riflessioni ulteriori nella nostra realtà. È una bussola preziosa in momenti in cui si è, tante volte, umanamente e intellettualmente spaesati. Non possiamo, come è accaduto anche con rilevanti documenti dei Papi, lasciarla cadere o collocarla tra tanti altri discorsi o ridurla ad un richiamo rituale o consumarla senza assumerne i contenuti. Il Papa ci ha proposto «una lettura della storia alla luce della fede» (Mh, 45). «La storia – ha scritto – è perciò uno dei luoghi in cui la Chiesa si lascia istruire dallo Spirito sulla portata umanizzante del Vangelo e impara a declinare il proprio insegnamento a servizio della dignità di ogni persona e del bene dei popoli» (Mh, 22).

La testimonianza di Francesco di Assisi
Siamo alla vigilia degli ottocento anni del transito di san Francesco, nostro patrono insieme a santa Caterina da Siena. Insieme, come Chiesa italiana, lo celebreremo ad Assisi il 4 ottobre prossimo. La sua testimonianza, nonostante gli otto secoli trascorsi, parla ancora con incredibile attualità, perché è l’uomo del Vangelo, che ha desiderato in tutto conformarsi a Gesù. Mette sempre al centro Cristo. Il segreto della predicazione del Santo è la semplicità evangelica delle sue parole, offerte con prossimità, umanità, simpatia alla gente del suo tempo e in mezzo alle strade. Non dimentichiamo che la predicazione di san Francesco e dei suoi frati suscitò resistenze non solo in Italia, anche in una parte del clero, perché rappresentava un’altra strada, non controllata o interna alle istituzioni di allora. I Papi furono preveggenti nell’accogliere i doni dello Spirito. Tra Francesco e il popolo italiano c’è qualcosa di profondo e preghiamo che egli possa ispirare, proteggere e benedire l’attrazione di tanti al Vangelo di Gesù. E sappiamo che san Francesco ci spinge in una dimensione universale e non localista, di apertura e non di chiusura, di superamento delle frontiere e non di costruzione di muri perché ci fa vedere nel prossimo, chiunque, il nostro fratello. Certo, il nostro mondo è tanto differente da quello del Santo di Assisi, ma noi speriamo e preghiamo che egli torni tra di noi e ci ispiri. A San Damiano, il Crocifisso chiede: «Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando?», invitandolo a restaurarla. La risposta è: «Lo farò volentieri, Signore» (3Comp V, 13; FF 1411). Sono parole che restano una domanda aperta anche per noi. Quale Chiesa stiamo restaurando oggi? Non è questione di considerazioni catastrofiche: il Signore la sostiene sempre. È piuttosto un invito a capire se stiamo spendendo le nostre energie per fondarci in Lui e assumere il Vangelo come forma di vita quotidiana. Dalla fede nasce l’amore per il prossimo. Coltivando la relazione personale con il Signore con semplicità e sapienza possiamo essere ogni giorno persone di pace, che rispettano l’altro, accolgono i poveri, curano la formazione propria e altrui, custodiscono il bene comune e soprattutto la vita dal suo nascere sino alla fine. C’è bisogno di credenti che, vivendo relazioni autentiche, testimonino nell’amore la presenza di Dio nella storia. È decisivo in questo tempo in cui è avvenuto «un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale» (Mh, 190). Sono parole della recente Enciclica di Leone XIV, che ben colgono i cambiamenti e le minacce dello scenario internazionale, ma anche come esso rischi di sfuggire di mano a quei leader che si sentono padroni della situazione. Solo la fine della guerra può garantire che tutti, popoli grandi e piccoli, non siano travolti da un conflitto più grande. Solo la pace può garantire la fine di tanti conflitti che insanguinano il mondo, quelli più geograficamente a noi vicini e quelli più lontani o dimenticati.

Il racconto del lupo di Gubbio ricorda il valore della pace politica. In realtà San Francesco può parlare con il lupo proprio perché disarmato e proprio per questo lo disarma. Il suo amore per la pace diventa intelligenza umana e di relazione: negozia lui con il lupo, quello che così poco i responsabili delle nazioni cercano di fare, cedendo alla tentazione di risolvere i conflitti con le armi. Negozia perché ama la pace, conosce le cause della violenza e cerca le soluzioni, le crede possibili, le rende praticabili. Crede nelle soluzioni perché disarmato. Non è facile, scontato. Può apparire pericoloso, incauto, qualcuno facilmente lo giudica ingenuo o peggio ancora traditore di Gubbio e dei suoi valori. Dialogo è superare le ragioni unilaterali per accogliere la ragione comune: «Io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male» (Fioretti, cap. XXI; FF 1852), dice Francesco al lupo. E fa un «patto della pace»: il lupo promette di non fare più del male agli uomini e, in cambio, gli abitanti di Gubbio si impegnano a nutrirlo e a mantenerlo ogni giorno. Pace, per san Francesco, non è vivere senza l’altro, ma finalmente insieme. Infatti, non porta il lupo lontano, pensando che questo dia sicurezza a Gubbio e in fondo anche al lupo. Sarebbe stata la soluzione più facile e accettata, ma premessa sempre per nuove violenze. Lo riporta proprio nella città, insegando agli uni e all’altro a vivere insieme, riconciliando, risolvendo le cause della violenza con il pensarsi insieme, ricostruendo la fraternità. Non è un sogno: è l’unica via possibile. Le città e i rapporti sociali non si pacificano senza perdono, che Francesco canta nel Cantico delle creature: «Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore e sostengo infirmitate et tribulazione. Beati quelli ke ’l sosterrano in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati» (FF 263).

L’incontro con il sultano al-Malik, in epoca di crociate, illumina il rapporto tra fedi religiose diverse. Il Poverello mostra che il compito della Chiesa è l’evangelizzazione e non la crociata. Superare la logica del nemico ci fa riconoscere nell’unica famiglia umana. Siamo davvero «fratelli tutti»: è un grave errore strumentalizzare le religioni per giustificare persecuzioni e violenza. Leone XIV ha chiesto ai Vescovi italiani di trasformare ogni comunità in «Casa della pace». Abbiamo rilanciato questo impegno con la Nota pastorale Educare a una pace disarmata e disarmante. Siamo chiamati a convertire le nostre comunità in case di pace e di riconciliazione, senza pretendere di togliere la pagliuzza dall’occhio altrui ignorando la trave nel nostro (cfr. Mt 7,3-5). Anche i nostri ambienti soffrono divisioni e conflitti irrisolti che si trascinano nel tempo. La nostra credibilità è un tassello per la pace nel mondo. Per questo non smettiamo di sperare e di pregare per la pace, dono per tutti e responsabilità di ciascuno. San Francesco ci illumini in scelte coraggiose per l’umanità, che sta scivolando nella cultura violenta della potenza. Leone XIV ricorda che «il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili» (Mh, 192). Non rassegniamoci a tanta povertà relazionale! Diventiamo costruttori di pace, discepoli autentici di Cristo «nostra pace» (Ef 2,14). In questo quadro fioriscono «la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento, l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio» (Mh, 119). Questo deve anche farsi cultura di pace. Dalla fede e dal Vangelo sgorga un umanesimo vissuto e pensato, ispiratore di visioni, azioni, cultura. Infatti, in questa società affrettata e che bada ai risultati, bisogna tornare a pensare.

L’attualità dello “spirito di Assisi”
Nelle prossime settimane faremo memoria del quarantesimo anniversario dell’incontro di Assisi: il 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II convocò per la prima volta i rappresentanti delle Chiese cristiane e delle religioni del mondo per pregare per la pace. Ne indicò il senso: «Il nostro incontro attesta soltanto… che nel grande impegno per la pace, l’umanità… deve attingere dalle sue più profonde e vivificanti risorse» (Discorso, 27 ottobre 1986). Non un negoziato, ma una testimonianza: riunirsi per pregare per la pace, nel rispetto della fede di ciascuno. Concluse con parole che restano scolpite: «Forse mai come ora nella storia dell’umanità è divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace» (Discorso, 27 ottobre 1986). Ricordiamo l’emozione e la sorpresa di quella giornata storica, in un tempo segnato dalla Guerra Fredda. Fu una tappa decisiva del cammino di dialogo aperto dal Concilio e un rilancio dell’impegno delle religioni per la pace. Quarant’anni dopo, quella profezia ci chiede più forza nel dialogo. Lo abbiamo sperimentato quest’anno firmando il Patto «La via italiana del dialogo interreligioso. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale» (25 giugno 2026). Frutto di un cammino pluriennale, quel testo nasce dalla convinzione che l’ascolto e la conoscenza reciproca, liberi da pregiudizi e luoghi comuni, contrasti tutte le forme di persecuzione antireligiosa (cristianofobia, antisemitismo, islamofobia…), valorizzino il patrimonio umano e spirituale di ogni tradizione, offerto a una società segnata da polarizzazioni ed estremismi che spingono a vedere nell’altro un nemico. L’incontro vero rafforza, non sbiadisce, l’identità di ciascuno. Come ricorda la Nota Un cammino di speranza, pubblicata il 16 settembre, riprendendo le parole di Leone XIV, lo «spirito di Assisi» è stato «suscitato da San Giovanni Paolo II e proseguito nell’impegno di Papa Francesco», e mostra che «i credenti possono attingere nuovamente alle sorgenti più autentiche delle proprie tradizioni spirituali, dove non c’è spazio per l’odio sacralizzato» (n. 36). Il senso religioso e l’autentica fede sono, infatti, i più potenti antidoti alla violenza, come solennemente sancito nel celebre Documento di Abu Dhabi.

In un tempo di guerre che si moltiplicano, dobbiamo riconoscere quanto siamo peggiorati e ricostruire le infrastrutture di pace che abbiamo lasciato deteriorare. Siamo chiamati a tradurre quei gesti e quelle parole in scelte quotidiane. Ricordare Assisi non è nostalgia: l’annuncio del Vangelo e l’incontro con chi crede diversamente – o non crede – appartengono a un medesimo cammino di prossimità all’uomo.

Il convegno di Roma, cinquant’anni dopo
Nel fare memoria di questo anniversario, ricordiamo anche il cinquantesimo dal primo Convegno Ecclesiale Nazionale, celebrato a Roma nel 1976 su «Evangelizzazione e promozione umana» (30 ottobre – 4 novembre). Non è un anniversario da archivio. Paolo VI, nell’omelia ai convegnisti, disse forte il “dovere” di tutti i cristiani di comunicare il Vangelo: «Questa è la nostra sorte stupenda e drammatica, quella d’essere coinvolti in un mirabile disegno divino, che ci vuole non solo favoriti e partecipi del regno di Dio, ma testimoni e diffusori altresì; il Vangelo non è un annuncio che si spegne stagnante in chi lo riceve, ma una voce che rimbalza e si fa eco, voce a sua volta, grido!» (Omelia, 31 ottobre 1976). Non era solo un’esortazione, tanto importante ancor oggi, ma un forte invito collocato nella rilettura della “situazione religiosa del nostro Paese”. Riprendendo in mano il documento base di quel convegno, non possiamo non provare stima e ammirazione per la fede e la lucidità di quei Pastori che, allora, posero questioni vitali per il cristianesimo italiano. In particolare, mons. Enrico Bartoletti, Segretario della CEI, uomo della Parola di Dio e scrutatore dei segni dei tempi, che fu l’architetto di quel convegno. Purtroppo, morì pochi mesi prima della celebrazione dell’appuntamento, stroncato da un infarto. È giusto fare memoria di questi maestri che hanno dato tanto alla Chiesa e all’Italia. Dice la lettera agli Ebrei (13,7): «Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio. Considerando attentamente l’esito finale della loro vita, imitatene la fede». Nel documento preparatorio, firmato da Bartoletti, si legge un’analisi della situazione italiana: «Permane, è vero, una certa tradizione che riconosce ancora alcuni valori cristiani, ma diviene sempre più fragile e meno rilevante. Non sembra, però, eccessivo dire che l’Italia è un Paese da evangelizzare… anche nel senso che occorre rigenerare in molti che sono e che si dicono cristiani una fede ormai divenuta stanca abitudine e senza alcuna rilevanza nella vita».

Il testo poi nota realisticamente che «l’ambiente cristiano – ci riferiamo alle Parrocchie, alle associazioni, alle varie e molteplici istituzioni –… sta vivendo un momento di crisi e la sua influenza sembra progressivamente ridursi». C’è bisogno di evangelizzare. Non basta un aggiornamento superficiale ma, si legge nel documento, «si avverte la necessità di una fede più profonda e consapevole, soprattutto più interiorizzata, dato il clima culturale nel quale il cristiano è chiamato a vivere». L’Italia è un Paese da evangelizzare! Allora sembrò un’affermazione forte per un Paese di antica cristianizzazione. Ma oggi quell’affermazione, senza divenire uno slogan, è un’eredità e un impegno per noi. In mezzo secolo, il clima culturale, sociale e politico è immensamente cambiato. Ma quei Vescovi avevano centrato la vocazione permanente della nostra Chiesa: comunicare il Vangelo agli italiani e alle italiane, che cambiano con il passare delle generazioni. Si potrebbe anche leggere la situazione italiana in maniera pessimistica e dire che, dal 1976 ad oggi, nonostante gli sforzi di evangelizzazione, la situazione religiosa italiana non ha fatto che declinare e che il numero dei fedeli si è ristretto. Non facciamo nostro questo pessimismo che porterebbe a giustificare l’inerzia o la chiusura nei nostri ambienti. Innanzitutto, evangelizzare – scrive l’apostolo Paolo – «è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1Cor 9,16). Senza nascondere le difficoltà, la storia spirituale del popolo italiano non si fa con le misurazioni di efficacia, ma è qualcosa di più profondo. La Parola di Dio, ascoltata e accolta nel cuore della comunità cristiana, crea una dinamica positiva, animata dallo Spirito, per cui va comunicata, come dice Gesù: «Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze» (Mt 10,27).

Dal primo appuntamento di Roma ha preso avvio il percorso dei successivi Convegni ecclesiali decennali fino al Cammino sinodale: ogni tappa, secondo le forme possibili del momento in cui veniva vissuta, ha segnato uno snodo importante per la nostra storia. In mezzo secolo, la Chiesa ha accompagnato diverse generazioni di italiani e italiane sulla via della fede, parlando al cuore delle persone, promuovendo tante e diverse forme di promozione umana – per usare il linguaggio del 1976 – che è «parte integrante dell’evangelizzazione». In questo, pur essendo molto realisti e consapevoli di quanto resti da fare e anche da correggere, siamo pieni di speranza: l’amore di questo popolo per il Signore Gesù, la venerazione per sua Madre, un rapporto positivo con la Chiesa e i sacerdoti sono vivi. Certo c’è un Paese da evangelizzare! Anche con il passare del tempo e delle generazioni, con la mondializzazione degli orizzonti.

Cinquant’anni dopo, il nesso tra evangelizzazione e attenzione all’uomo resta il criterio per leggere questo tempo di guerre e nuove fragilità. È questo nesso, non un’esigenza organizzativa, a rendere non più rinviabile una riflessione sulle nostre strutture, secondo quanto emerso dal Cammino sinodale. Questo vale per le funzioni della Conferenza Episcopale Italiana e delle Conferenze Episcopali Regionali e per il nostro Statuto. Siamo chiamati a verificare «se le strutture esistenti siano le più adatte a esprimere l’indole missionaria della Chiesa» (cfr. Radicati e costruiti in Cristo): perché nessuna forma, per quanto giusta e funzionale, valga più della libertà di annunciare il Vangelo. Per fare questo non dobbiamo dimenticare che la principale decisione è l’impulso a rinnovare, con fiducia, l’impegno ad annunciare il Vangelo oggi. È la decisione radicale che ci deve assorbire. Anche in questi tempi, constatiamo che il Vangelo ha una sua forza di attrazione. E siamo grati al Signore che ispira i cuori e illumina le menti! In una grande missione c’è bisogno di tutti! Dobbiamo allargare il nostro sguardo oltre le strutture parrocchiali, senza mai trascurarle, accogliendo con favore tanti e diversi percorsi di evangelizzazione, di comunità cristiana. È stato sempre così nella storia del nostro Paese. E oggi, in una società complessa o in grandi città, è ancor più necessario che ci siano percorsi differenziati, tutti animati dallo spirito del Vangelo e dal desiderio di spezzare il pane della Parola di Dio. Meditiamo sulla risposta di Mosè a Giosuè. Quest’ultimo diceva rispetto a Eldad e Medad che profetizzavano mossi dalla Spirito ma non erano compresi tra i settanta: «Mosè, mio signore, impediscili!» Mosè gli rispose: «Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!» (Nm 11, 28-29).

La scuola, cantiere del nostro futuro comune
In questi giorni le scuole hanno riaperto i cancelli: tornano domande che riguardano tutti, non solo chi insegna o studia. La questione educativa non è un tema tra gli altri, né si riduce a programmi e metodologie. Tocca il cuore della nostra convivenza. Educare significa accompagnare una persona a diventare libera, capace di cercare la verità, di riconoscere il bene, di entrare in relazione con gli altri e di assumere responsabilmente il proprio posto nel mondo. I recenti episodi di violenza ci interrogano profondamente e devono spingerci a una presenza rinnovata nel mondo educativo. Nella Magnifica Humanitas, Leone XIV indica sfide non più rinviabili (cfr. 143-146). La prima è quella delle disuguaglianze educative. Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo. Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace. La seconda è pedagogica e riguarda anche il cambiamento tecnologico. L’intelligenza artificiale può offrire risorse preziose, ma non sostituisce l’opera educativa. La scuola non compete con le macchine nel fornire risposte rapide, ma insegna a porre le domande che rendono umana la vita. Nessun algoritmo può prendere il posto dello sguardo di un insegnante che incoraggia, corregge, comprende e accompagna. A questo sguardo (degli insegnanti) va un grande riconoscimento. La terza sfida è forse la più profonda: custodire la capacità di pensare. In un mondo saturo di stimoli, informazioni e connessioni, servono luoghi dove imparare a sostare, ad approfondire, a distinguere il vero dal falso, l’essenziale dal superficiale. I giovani hanno bisogno di adulti che testimonino che la vera conoscenza non è accumulo di dati, ma sapienza per la vita.

All’inizio dell’anno scolastico non auguriamo soltanto buoni risultati. Auguriamo alle nostre scuole di essere comunità capaci di generare fiducia, passione e responsabilità; luoghi in cui nessuno si senta escluso; laboratori di umanità in cui la tecnologia sia al servizio della persona e non la persona al servizio della tecnologia. Auguriamo loro di custodire il tempo lento dell’ascolto, dello studio, della meraviglia, del confronto vero, senza i quali nessuna libertà interiore può crescere. La scuola non è uno spazio da attraversare in fretta: è, ancora oggi, un cantiere decisivo del nostro futuro comune.

Fine vita, nessuno sia lasciato solo!
In una pagina della Magnifica Humanitas (118), il Santo Padre richiama al senso del limite della nostra umanità, offrendo una preziosa lezione: «Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. […] Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine». La cura della persona ci porta al dibattito sul fine vita che seguiamo con preoccupazione. Come ha ricordato papa Leone al Corpo diplomatico il 9 gennaio 2026, è compito della società civile e delle istituzioni rispondere alla sofferenza umana con soluzioni concrete – a partire dalle cure palliative – e con politiche di autentica solidarietà, non con forme di compassione illusoria come l’eutanasia. È un richiamo che facciamo nostro con convinzione. In questi giorni due Conferenze Episcopali Regionali (Triveneto e Puglia), come altre in passato, hanno ribadito che non può esistere un «diritto a morire», ma il diritto di essere curati, assistiti e mai lasciati soli, evitando di trasformare «un tema così delicato in terreno di scontro elettorale o ideologico». Continuiamo a ritenere che la vera conquista di civiltà non sia la soppressione della vita, ma la cura che allevia la sofferenza. La Chiesa rigetta l’accanimento terapeutico e riconosce la liceità della rinuncia a trattamenti sproporzionati: distingue però questa rinuncia dall’intenzione di procurare la morte. Tra l’accanimento e l’anticipazione della morte c’è uno spazio che le istituzioni hanno il dovere di riempire prima di aprirne altri: quello delle cure palliative, della terapia del dolore, dell’assistenza domiciliare e negli hospice, del sostegno alle famiglie e ai caregiver. È un ritardo, questo sì, che produce tanta sofferenza, ineguaglianza, smarrimento e priva della dignità e della certezza di essere curati e accompagnati. Per questo, mentre si moltiplicano le iniziative regionali su un tema che riguarda la dignità di ogni persona e dunque l’intero Paese, auspichiamo un confronto parlamentare ampio, responsabile, attento alle necessità dei cittadini e libero da strumentalizzazioni e ipocrisie su quello che sta avvenendo nei territori. Auspichiamo che non ci siano polarizzazioni né giochi al ribasso ma sia custodita la dignità della persona che non diminuisce con la malattia, con la fragilità o con la dipendenza dagli altri. È proprio nella cura di chi è più debole che una comunità civile misura la propria umanità. Nessuno sia lasciato solo, nessuno si senta un peso: è questo l’impegno che chiediamo alle istituzioni e che, come Chiesa, continuiamo a vivere ogni giorno accanto a chi soffre.

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Prima di concludere, mi sembra opportuno richiamare l’intervento delle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione che con una decisione, resa pubblica a fine agosto (ordinanza n. 24778/2026), hanno riconosciuto la piena autonomia e indipendenza della Chiesa Cattolica nella gestione delle somme derivanti dal sistema dell’otto per mille, stabilendo che la materia che governa la disciplina della gestione delle somme dell’otto per mille è regolata dall’ordinamento della Chiesa. Si tratta del riconoscimento di un principio che si inquadra correttamente nel sistema dei rapporti tra Stato e Chiesa così come previsto nella Costituzione italiana a garanzia del libero svolgimento della missione della Chiesa in Italia. È una conferma importante che, insieme al valore giuridico-amministrativo, rilancia il nostro impegno a rispondere sul piano della «verifica istituzionale del funzionamento del sistema e della trasparenza sull’utilizzazione delle risorse».

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Cari Confratelli, lo Spirito Santo ci sostenga nell’affrontare con umiltà i lavori di queste giornate; la Vergine Maria ci assista e ci protegga sempre!
Recitiamo insieme la preghiera di papa Leone per l’apertura dell’ottavo centenario del transito di san Francesco (Lettera, 7 gennaio 2026): «San Francesco, fratello nostro, tu che ottocento anni or sono andavi incontro a sorella morte come un uomo pacificato, intercedi per noi presso il Signore. Tu nel Crocifisso di San Damiano hai riconosciuto la pace vera, insegnaci a cercare in Lui la sorgente di ogni riconciliazione che abbatte ogni muro. Tu che, disarmato, hai attraversato le linee di guerra e di incomprensione, donaci il coraggio di costruire ponti dove il mondo erige confini. In questo tempo afflitto da conflitti e divisioni, intercedi perché diventiamo operatori di pace: testimoni disarmati e disarmanti della pace che viene da Cristo. Amen».

“Ascolto che cura, comunità che ricostruisce”

I materiali per l’animazione diocesana e parrocchiale per celebrare la Giornata del 18 novembre e per l’utilizzo durante l’anno pastorale

 

“Ascolto e cura non sono semplicemente due facce della stessa medaglia. Sono piuttosto due posture relazionali, distinte e al tempo stesso profondamente interconnesse, capaci di incidere in modo decisivo nel ciclo di vita di ogni persona, perché entrambe orientate al riconoscimento, quale movimento originario e fondativo dell’umano in quanto essere relazionale.”, così scrive la Presidente Chiara Griffini nell’introduzione alla VI Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi del 18 novembre 2026.

Il tema di quest’anno declina quindi “un percorso che interpella tutta la comunità, chiamandola a uscire da ogni forma di indifferenza. Non basta riconoscere il dolore: è necessario scegliere di farsi prossimi, assumendo gesti concreti e responsabilità condivise”.

Il versetto biblico di riferimento è quello del roveto ardente, dove Dio si rivela a Mosè e traccia un destino, come si legge nel commento biblico: “Il Dio biblico è un Dio della vita, che non si limita a stare vicino: «Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele» (Es 3,8). Yhwh non si fa solo prossimo. … Il Dio che si approssima allo schiavo è anche quello che lo libera. Per liberare bisogna che si faccia prossimo; e si fa prossimo per rendere l’uomo libero”.

Tutti i materiali sono disponibili per essere utilizzati non solo in occasione della Giornata, ma anche per altre attività lungo l’intero anno pastorale. In particolare, di concerto con gli Uffici e Servizi diocesani competenti, è possibile proporre di inserire la preghiera nella liturgia della Giornata mondiale dei Poveri (Domenica 15 novembre 2026) e la preghiera dei giovani nella liturgia della Giornata mondiale della Gioventù diocesana (Domenica 22 novembre 2026 – Solennità di Cristo Re).

Scarica i materiali per la Giornata del 18 novembre.

 

Programma annuale – Anno pastorale 2026/2026

Programma annuale – Anno pastorale 2026/2026

Entriamo nel tempo della sedimentazione. Il tema dell’anno è “Ascolto che cura, comunità che ricostruisce”

Pubblichiamo  il Programma Annuale 2026-2027 del Servizio Nazionale per la Tutela dei Minori e degli Adulti Vulnerabili, che si inserisce nel cammino di maturazione della rete ecclesiale italiana, sviluppatosi negli ultimi anni attraverso l’impegno dei referenti regionali e diocesani, dei Servizi territoriali e delle molteplici realtà pastorali coinvolte nella promozione della tutela.

Questo Programma Annuale vuole essere un invito rivolto ai referenti territoriali e a tutte le comunità ecclesiali perché il safeguarding diventi sempre più una missione condivisa dell’intero corpo ecclesiale.

Il Programma è disponibile per il download in due versioni: una a pagina doppia e una a pagina singola per la stampa.


Nuove iscrizioni da parte di tutte le Chiese di Basilicata all’Istituto Teologico di Basilicata “Mons. Giuseppe Vairo” a Potenza

Nuove iscrizioni da parte di tutte le Chiese di Basilicata all’Istituto Teologico di Basilicata “Mons. Giuseppe Vairo” a Potenza

Si trasmette la lettera dei Vescovi di Basilicata dove si fa presente che dal prossimo A.A. 2026-2027 le nuove iscrizioni da tutte le Chiese di Basilicata confluiranno soltanto all’Istituto Teologico di Basilicata a Potenza:
“Da subito, le nostre energie e risorse convergono sull’Istituto Teologico di Potenza: sarà l’unica sede dove iscriversi al primo anno a partire dall’anno accademico 2026-2027. L’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Matera non aprirà a nuove iscrizioni al primo anno, ma porterà regolarmente a conclusione i corsi già avviati: chi è già iscritto arriverà al traguardo, nessuno resterà indietro. Questo è l’avvio di un progetto che dovrà ancora tradursi in una pianificazione condivisa, passo dopo passo. Fin da oggi, però, vi chiediamo di farlo conoscere: parlatene nelle vostre comunità, con chi si prepara ai ministeri e al diaconato permanente, con gli operatori pastorali e con i fedeli. A tutti voi chiediamo di essere protagonisti di questo tempo, non spettatori: con la fiducia che viene dal Signore, mettendovi in gioco con umiltà e con competenza. Non serve avere già pronte tutte le risposte: serve il coraggio di iniziare. In una casa, il profumo non si conserva meglio dividendolo in due stanze: così si disperde prima. Raccolto in un solo vaso, può riempire tutta la casa (cfr. Gv 12, 3). È quello che desideriamo per le nostre Chiese. Con la speranza di servire le nostre comunità con i sentimenti di Cristo, vi benediciamo” (LETTERA DEI VESCOVI DI BASILICATA SULLA RIORGANIZZAZIONE DELLA FORMAZIONE TEOLOGICA ACCADEMICA REGIONALE).

La comunione: dono e responsabilità – ASSEMBLEA DIOCESANA VERSO IL PRIMO SINODO

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

La comunione: dono e responsabilità

ASSEMBLEA DIOCESANA VERSO IL PRIMO SINODO
RIONERO – CHIESA DI SAN GERARDO – 18 SETTEMBRE 2026

 

 

Carissimi fratelli e sorelle,
carissimi sacerdoti,
religiosi e religiose, diaconi,
animatori sinodali, membri dei Consigli Pastorali e fedeli laici,

domani sera, venerdì 18 settembre, ci attende a Rionero, nella Chiesa di San Gerardo, alle ore 19:30, la nostra Assemblea in vista del primo Sinodo diocesano.

Vorrei raggiungere ciascuno con un invito semplice ma suadente, come quello rivolto da Gesù ai primi discepoli: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini» (Mc 1, 17). Non è uno dei tanti incontri organizzati dalla Diocesi, ma un primo passo significativo verso il nostro Sinodo diocesano (11 ottobre 2026). Viviamolo con entusiasmo, fiducia e cuore aperto a ciò che lo Spirito Santo vorrà suggerirci (cfr. Ap. 3, 13-22).

Il Sinodo non è “qualcosa che la Diocesi organizza”: il Sinodo siamo noi, con al centro Gesù, «Via, Verità e Vita». Il Sinodo è il cammino che facciamo insieme, ascoltando il Vangelo per imparare sempre più a essere Chiesa, famiglia, «un cuor solo e un’anima sola» (At 4,32).

La comunione è possibile

Vorrei consegnarvi una certezza: la comunione è possibile, sempre. Non perché siamo capaci di costruirla da soli o di risolvere ogni difficoltà, ma perché è un dono che il Signore ci ha già fatto. Cristo ci ha chiamati a essere un solo corpo e un solo popolo (Ef 4,4-6); lo Spirito Santo è già all’opera nelle nostre comunità.

Il nostro compito, dunque, non è partire da zero, ma riconoscere, accogliere, custodire e far crescere questo dono (cfr. Lc 17, 20-21). C’è già tanta comunione nelle nostre parrocchie: nei sacerdoti che donano la vita, nelle famiglie accoglienti, nei giovani, nei volontari, nelle persone che si prendono cura degli altri e nelle comunità vicine alle fragilità (cfr. Mt 25).

Forse non sempre la vediamo, perché ci soffermiamo sulle difficoltà e su ciò che manca. Il Signore ci invita a cambiare sguardo (cfr. Mt 13, 24 e ss). Ma la comunione, come ogni dono prezioso, è fragile e va custodita attraverso ascolto, perdono, accoglienza, pazienza e corresponsabilità (cfr. 2 Cor 4,7).

Non pensiamo dunque che la “comunione” sia «l’Isola che non c’è», come canta Bennato: non è un’utopia. È il dono che c’è (cfr. LG 1). Il Sinodo non viene ad inventarla, ma ad aiutarci a riconoscerla e a farla crescere. Non una Chiesa perfetta, ma una Chiesa capace di vivere l’unità senza avere paura delle differenze, accogliendo e ascoltando ogni persona (cfr. Gv 13, 34-35).

Le Comunità pastorali: uno stile di pastorale unitaria e di accoglienza

Anche le Comunità pastorali vogliamo riscoprire non soltanto come organizzazione, ma come stile di Chiesa: accoglienza, fraternità, condivisione e corresponsabilità. Non basta mettere insieme parrocchie e gruppi: occorre imparare a riconoscerci fratelli, aprire le porte, fare spazio all’altro e camminare insieme.

In questo spirito accoglieremo tra noi due fratelli presbiteri che condividono con noi la ricchezza dei loro cammini: don Mario Santangelo, del Cammino Neocatecumenale, e padre Alfredo Marchello, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini di Puglia. La loro presenza sia un dono di confronto, ascolto e apertura ai diversi carismi che lo Spirito suscita nella Chiesa.

Partiamo insieme!

Carissimi, partiamo insieme con entusiasmo e senza paura. Veniamo all’Assemblea non da spettatori, ma da protagonisti. Portiamo il volto delle nostre comunità, le loro speranze, fatiche e domande, perché il Sinodo nasca dalla vita e ritorni alla vita. Al termine di questo primo passo potremo dire: «Ci siamo incontrati. Ci siamo ascoltati. Ci siamo accolti. Abbiamo iniziato a camminare insieme».

Affidiamo questo cammino al Signore e alla Vergine Maria, donna dell’ascolto e della comunione. Ella ci insegni a fare spazio all’altro e a riconoscere, nella diversità dei volti, la ricchezza dell’unica famiglia.

La “comunione ecclesiale” non è “l’Isola che non c’è”. È il dono che c’è: il dono che abbiamo ricevuto, che siamo chiamati a custodire e che, insieme, possiamo e dobbiamo far crescere.

Vi aspetto a Rionero, nella Chiesa di San Gerardo. Venite con il cuore aperto, con la vostra esperienza, le vostre domande e le vostre speranze. Questo cammino è di tutti noi.

Con gioia, fiducia e speranza, camminiamo insieme. Vi abbraccio e vi benedico.

Melfi, 17 settembre 2026 – Memoria delle Stimmate di San Francesco

 

+ Ciro Fanelli
Vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa


CANTIERE DI FUTURO – LA SCUOLA PER “RI-ESISTERE”, INSIEME

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

CANTIERE DI FUTURO

LA SCUOLA PER “RI-ESISTERE”, INSIEME

 

Carissimi ragazzi e carissime ragazze, e voi tutti – dirigenti, docenti, personale non docente – che vivete e animate la comunità scolastica nel territorio della nostra diocesi,

Sarebbe ingenuo augurarci un buon cammino chiudendo gli occhi di fronte alla realtà. Iniziamo questo nuovo anno in un tempo faticoso, attraversato dai venti oscuri di troppe guerre, da difficoltà economiche che provano le famiglie e da un clima diffuso di rabbia e intolleranza. Ferisce profondamente vedere come questo spirito di scontro — innescato dal colore della pelle, dalla fede professata o da una semplice diversità — si insinui talvolta tra i giovanissimi, trasformando la solitudine in aggressività. Come possiamo evitare che i ragazzi cedano al cinismo o alla rassegnazione?

Ci aiutano a ritrovare la bussola alcune immagini forti, capaci di intrecciarsi in un’unica grande visione.

Penso all’immagine che Alessandro D’Avenia, scrittore contemporaneo, trae nel suo ultimo libro dal suo viaggio nell’Odissea (Resisti, cuore): Ulisse, naufrago e sommerso dalle onde, si batte il petto e dice a se stesso: «Resisti, cuore». Non è un invito a subire passivamente, ma a «ri-esistere»: trovare la forza di rinascere ogni volta che ci sentiamo spezzati, restando umani proprio quando tutto attorno spinge alla ferocia.

A questo si unisce la testimonianza profetica di don Lorenzo Milani: la scuola non può ridursi a un freddo “esamificio” o a una semplice sala d’attesa per il mondo del lavoro, che spesso non c’è. È il grande presidio della libertà e della responsabilità, il “cantiere”  in cui si impara a farsi carico degli altri vincendo l’indifferenza. Il vero compito dell’educazione è dare la parola a chi non ce l’ha, affinché ogni persona, a prescindere dalle proprie fatiche di partenza, possa scoprire chi è e conquistare gli strumenti per costruire un mondo migliore e decidere del proprio futuro. E’ anche questa la sfida che come diocesi, attraverso il Sinodo, vogliamo raccogliere a partire da quest’anno: dare a tutti la parola, in modo particolare a voi ragazzi e ragazze.

La scuola diventa così il cantiere in cui si impara a essere liberi per poter “ri-esistere” insieme.

A voi ragazzi chiedo, con il cuore in mano, di avere il coraggio di andare controcorrente. La violenza, il bullismo e il disprezzo non sono prove di forza, ma maschere della paura. Sostituite il pugno chiuso con la mano tesa, la provocazione con il dialogo. L’esperienza di don Milani a Barbiana ci ricorda che la parola è la chiave per diventare liberi: la scuola vi dona le parole per pensare con la vostra testa. Usatele per disarmare l’odio e per fare spazio a chi rimane indietro. Siete fatti per il mare aperto e per grandi sogni, non per soffocare nel rancore e nella rabbia.

Agli insegnanti, ai dirigenti e a tutto il personale scolastico ricordo che voi non trasmettete solo nozioni: voi custodite la democrazia e la speranza. Siate presenze autorevoli animate da passione educativa, capaci di spingere ciascuno oltre i propri limiti senza l’ansia di dover “selezionare”. Insegnate il valore della fatica, la bellezza del pensiero libero e siate capaci di scorgere il fuoco del talento anche dove gli altri vedono solo cenere.

Alle famiglie chiedo di camminare alleati. Scuola e comunità ecclesiale sono unite a voi in un patto educativo necessario per sorreggere i nostri giovani e mostrare loro che il futuro è una promessa da costruire, non una minaccia da temere.

Non permettiamo alle tempeste del presente di spegnere la nostra “magnifica umanità”! Invochiamo la benedizione di Dio, che non ci libera magicamente dalle onde, ma naviga con noi per darci la forza di costruire una comunità più giusta, libera e fraterna. Buon cammino e buon inizio d’anno a tutti noi!

Melfi, settembre 2026

+ Ciro Fanelli
Vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa


COSTITUZIONE DELLE COMUNITA’ PASTORALI NEI COMUNI DI MELFI, RIONERO, VENOSA E LAVELLO

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

AI FEDELI DELLA DIOCESI DI MELFI-RAPOLLA-VENOSA

 

LA COSTITUZIONE DELLE COMUNITA’ PASTORALI
NEI COMUNI DI MELFI, RIONERO, VENOSA E LAVELLO

 

IL SEME DELLA COMUNIONE CHE DIVENTA MISSIONE

«Ecco, il seminatore uscì a seminare» (Matteo 13,3)

 

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,

Entriamo in questi giorni in una pagina di straordinaria grazia per la nostra Chiesa particolare di Melfi-Rapolla-Venosa. Nel giorno luminoso in cui la Chiesa celebra la Natività della Beata Vergine Maria – il primo, dolcissimo germoglio di quella aurora che avrebbe condotto al Salvatore – la nostra diocesi compie un passo coraggioso e storico nel suo cammino pastorale: la costituzione delle “comunità pastorali”.

È un processo che si avvia nel segno di Maria. Ella, che nel silenzio di Nazareth ha custodito il mistero senza possederlo, ci prende per mano in questo “inizio”. La sua nascita ci ricorda che i grandi disegni di Dio passano attraverso la piccolezza di un “sì” filiale, pronunciato con coraggio e senza riserve.

Dio ama gli inizi. Ama ciò che germoglia nel silenzio, racchiuso nella fragile potenza di un seme. Ebbene, con la trepidazione nel cuore e la certezza della guida dello Spirito Santo, desidero annunciare ufficialmente a tutta la comunità diocesana la nascita di quattro grandi Comunità pastorali, che raccolgono in unità organica le parrocchie dei singoli centri cittadini: Melfi, Rionero, Venosa e Lavello.

Non si tratta di una semplice operazione burocratica o di una fredda riorganizzazione amministrativa. È un atto di profonda fiducia nello Spirito Santo e di fedeltà al Vangelo. In questo cammino ci guidano con forza le parole che Papa Leone XIV ha recentemente pronunciato sulla comunione. Il Santo Padre ci ha messo esplicitamente in guardia da ogni forma di «campanilismo diffidente e divisivo», ricordandoci l’urgenza di custodire la comunione «tra le parrocchie e, al loro interno, tra pastori e fedeli, tra i diversi carismi e ministeri».

A questo appello si unisce quanto lo stesso Pontefice ha ribadito nel maggio di quest’anno, nel suo discorso all’Assemblea della CEI, indicandoci la via maestra del «coraggio dell’essenziale». Papa Leone XIV ci ha esortato ad avere il «coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo; il coraggio di organismi di partecipazione vivi; il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande; il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri».

Le quattro nuove Comunità pastorali nascono proprio per concretizzare questi inviti: per superare le frammentazioni, per mettere in circolo i carismi e passare decisamente dalla logica del «mio» a quella del «nostro». Dalla mia parrocchia alla Chiesa diocesana; dal mio piccolo gruppo alla vastità della missione.

Questo passo si inserisce in un orizzonte ancora più vasto e provvidenziale: tra un mese esatto, l’11 ottobre, la nostra Chiesa diocesana vivrà infatti il tempo di grazia dell’apertura del Sinodo diocesano. L’avvio delle Comunità pastorali non è dunque un punto d’arrivo, ma il terreno fertile e il primo atto coraggioso in cui il Sinodo comincia a prendere carne, chiamandoci tutti – pastori, consacrati e laici – a riflettere insieme, a discernere la voce dello Spirito e a ridisegnare con il tratto della corresponsabilità il volto della nostra presenza missionaria sul territorio.

Dobbiamo credere che è possibile fare delle nostre comunità “case e scuole di comunione”, con un volto missionario, in un mondo spesso indifferente ai valori del Vangelo. Questa convinzione non nasce da un facile ottimismo umano o da strategie organizzative, ma dalla certezza incrollabile che il Signore della vita continua a operare in mezzo a noi. Come ci ammonisce con straordinaria efficacia sant’Agostino, ricordandoci che il cuore della Chiesa batte nell’unità dello Spirito: «Chi vuole possedere la carità, possieda l’unità; chi vuole possedere l’unità, possieda la carità». Diventare casa ed educarci a essere scuola di comunione significa proprio questo: superare ogni divisione per fare della nostra appartenenza ecclesiale un corpo vivo, dove la grazia di Cristo ci rende davvero un sol cuore e un’anima sola.

La Chiesa italiana, in questi anni, riflettendo sulla ministerialità e sul volto della Chiesa, ci ha ricordato che la conversione pastorale non consiste semplicemente nel «ritoccare le sagome delle strutture esistenti, ma nel riscoprire la grazia di una Chiesa che si genera nell’ascolto e nella corresponsabilità, dove i battezzati non sono meri utenti di servizi religiosi, ma soggetti attivi della Buona Notizia». Questa è la visione che deve animare le nostre nuove comunità pastorali.

Questa comunione, tuttavia, per essere vera non può ridursi a un enunciato teorico o a una bella proclamazione di principio: essa va vissuta nei fatti, nella concretezza delle relazioni quotidiane. Ce lo ricorda con accorata forza l’apostolo Paolo nel suo celebre “Inno alla carità”: la comunione autentica «è magnanima, è benevola; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse». È questa carità operosa che ci chiede di deporre ogni gelosia parrocchiale e ogni risentimento, perché senza di essa anche le nostre strutture più perfette rimarrebbero soltanto «un bronzo che rimbomba o un cembalo che strepita».

Dobbiamo impegnarci tutti, raccogliendo l’invito che Papa Leone XIV ci ha rivolto all’Angelus, ricordandoci che «nessuno può sentirsi esonerato o spettatore di fronte alla chiamata del Signore, ma ciascuno è chiamato a mettere i propri doni a servizio della comunione e della costruzione del Regno».

A voi, sacerdoti chiamati a reggere queste comunità — penso ai parroci in solido e a tutti i presbiteri coinvolti —, e a voi, laici ed operatori pastorali, chiedo di custodire la docilità filiale di Maria. La grandezza della Chiesa non risiede nell’efficienza delle strutture, ma nella capacità di vivere la comunione fraterna come profezia per il mondo. Nessuno perda la propria identità o la ricchezza del proprio cammino passato: tutto viene custodito sotto lo sguardo della Vergine, inserito in un abbraccio più grande, in un mosaico di corresponsabilità e di unanime annuncio.

Vi sono giorni in cui la terra sembrerà faticosa e le resistenze non mancheranno. Ma ricordiamoci delle parole e dell’esempio di Maria: Ella non conosceva in anticipo l’intero tracciato della sua esistenza, le è bastato fidarsi e compiere il passo successivo.

Iniziamo insieme questo cammino. Il seme è deposto nelle nostre mani; la forza della crescita appartiene unicamente a Dio. Affido le nostre quattro comunità — Melfi, Rionero, Venosa e Lavello — e il cammino sinodale che ci attende alla protezione materna della Vergine Santissima, perché ci ottenga la grazia di essere una Chiesa umile, docile e unita.  A tutti voi, la mia benedizione di padre e di pastore nel nome del Signore.

Melfi, 8 settembre 2026 – Festa della Natività della B.V. Maria.

+ Ciro Fanelli
Vescovo


Comunicato finale dell’incontro dei vescovi delle Aree Interne

Comunicato finale dell’incontro dei vescovi delle Aree Interne

Dare continuità a un cammino nato dal basso, rafforzare il confronto tra i Vescovi e mettere a fuoco proposte capaci di incidere concretamente sulla vita dei territori. Sono le prospettive emerse dall’incontro dedicato alle Aree interne, conclusosi il 1° settembre, a Benevento, presso il Centro “La Pace”, con la riflessione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI.

Il tradizionale appuntamento ha permesso di fare un bilancio di quanto fatto a partire dal 2021 e – grazie agli spunti offerti dalla relazione introduttiva di Mons. Mariano Crociata, Vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno – di evidenziare che “non è più tempo di pensare una azione pastorale avulsa dalle dinamiche territoriali, economico-sociali e culturali che interessano i nostri fedeli e le nostre comunità”, facendo eco anche all’espressione, “semplice ed efficace”, di Leone XIV, il quale ha ribadito che “l’annuncio cristiano ha un’intrinseca dimensione sociale” (Magnifica humanitas, n. 42).

A dare concretezza alla riflessione sono state anche le buone prassi condivise durante i lavori. Le esperienze di L’Aquila, Forlì e Cagliari hanno mostrato, da prospettive differenti, come la ricostruzione del tessuto comunitario, la corresponsabilità dei laici, la collaborazione con le istituzioni e la promozione del lavoro possano dare risposte alle fragilità delle Aree interne. Esperienze diverse, accomunate dalla capacità di attivare le risorse locali, creare alleanze e avviare processi in grado di generare fiducia e nuove opportunità.

Nella seconda parte del Convegno, i Presuli si sono confrontati sul modo in cui dare continuità ed efficacia al ricco percorso, che ha assunto, nel corso degli anni, uno spessore nazionale. I Presuli hanno ritenuto utile proseguire il loro impegno: a tal fine è stato designato un gruppo di tre Vescovi (Mons. Felice Accrocca, Vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno; Mons. Benoni Ambarus, Arcivescovo di Matera-Irsina e Vescovo di Tricarico; Mons. Marco Prastaro, Vescovo di Asti), in rappresentanza delle diverse aree geografiche del Paese, col compito di individuare, insieme alla CEI – che in questi anni è stata sempre attenta alla problematica, con la presenza costante e con il progressivo coinvolgimento di alcuni suoi Uffici –, temi, forme e luoghi del prossimo Convegno.

Melfi Cattedra della Storia

Melfi Cattedra della Storia

 

C’è una cattedra, a Melfi, che da nove secoli continua a insegnare.
Il 10 e l’11 settembre riapre per raccontare come la Chiesa abbia sempre saputo conciliare epoche diverse: dal Concilio Vaticano II al Sinodo diocesano, dai cinque Concili medievali alle radici del legame tra Papato e Normanni.

Due giornate, un solo filo conduttore: la capacità di camminare insieme, ieri come oggi.

📍 Melfi, Atrio del Palazzo Vescovile
📅 10-11 settembre 2026