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CANTIERE DI FUTURO – LA SCUOLA PER “RI-ESISTERE”, INSIEME

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

CANTIERE DI FUTURO

LA SCUOLA PER “RI-ESISTERE”, INSIEME

 

Carissimi ragazzi e carissime ragazze, e voi tutti – dirigenti, docenti, personale non docente – che vivete e animate la comunità scolastica nel territorio della nostra diocesi,

Sarebbe ingenuo augurarci un buon cammino chiudendo gli occhi di fronte alla realtà. Iniziamo questo nuovo anno in un tempo faticoso, attraversato dai venti oscuri di troppe guerre, da difficoltà economiche che provano le famiglie e da un clima diffuso di rabbia e intolleranza. Ferisce profondamente vedere come questo spirito di scontro — innescato dal colore della pelle, dalla fede professata o da una semplice diversità — si insinui talvolta tra i giovanissimi, trasformando la solitudine in aggressività. Come possiamo evitare che i ragazzi cedano al cinismo o alla rassegnazione?

Ci aiutano a ritrovare la bussola alcune immagini forti, capaci di intrecciarsi in un’unica grande visione.

Penso all’immagine che Alessandro D’Avenia, scrittore contemporaneo, trae nel suo ultimo libro dal suo viaggio nell’Odissea (Resisti, cuore): Ulisse, naufrago e sommerso dalle onde, si batte il petto e dice a se stesso: «Resisti, cuore». Non è un invito a subire passivamente, ma a «ri-esistere»: trovare la forza di rinascere ogni volta che ci sentiamo spezzati, restando umani proprio quando tutto attorno spinge alla ferocia.

A questo si unisce la testimonianza profetica di don Lorenzo Milani: la scuola non può ridursi a un freddo “esamificio” o a una semplice sala d’attesa per il mondo del lavoro, che spesso non c’è. È il grande presidio della libertà e della responsabilità, il “cantiere”  in cui si impara a farsi carico degli altri vincendo l’indifferenza. Il vero compito dell’educazione è dare la parola a chi non ce l’ha, affinché ogni persona, a prescindere dalle proprie fatiche di partenza, possa scoprire chi è e conquistare gli strumenti per costruire un mondo migliore e decidere del proprio futuro. E’ anche questa la sfida che come diocesi, attraverso il Sinodo, vogliamo raccogliere a partire da quest’anno: dare a tutti la parola, in modo particolare a voi ragazzi e ragazze.

La scuola diventa così il cantiere in cui si impara a essere liberi per poter “ri-esistere” insieme.

A voi ragazzi chiedo, con il cuore in mano, di avere il coraggio di andare controcorrente. La violenza, il bullismo e il disprezzo non sono prove di forza, ma maschere della paura. Sostituite il pugno chiuso con la mano tesa, la provocazione con il dialogo. L’esperienza di don Milani a Barbiana ci ricorda che la parola è la chiave per diventare liberi: la scuola vi dona le parole per pensare con la vostra testa. Usatele per disarmare l’odio e per fare spazio a chi rimane indietro. Siete fatti per il mare aperto e per grandi sogni, non per soffocare nel rancore e nella rabbia.

Agli insegnanti, ai dirigenti e a tutto il personale scolastico ricordo che voi non trasmettete solo nozioni: voi custodite la democrazia e la speranza. Siate presenze autorevoli animate da passione educativa, capaci di spingere ciascuno oltre i propri limiti senza l’ansia di dover “selezionare”. Insegnate il valore della fatica, la bellezza del pensiero libero e siate capaci di scorgere il fuoco del talento anche dove gli altri vedono solo cenere.

Alle famiglie chiedo di camminare alleati. Scuola e comunità ecclesiale sono unite a voi in un patto educativo necessario per sorreggere i nostri giovani e mostrare loro che il futuro è una promessa da costruire, non una minaccia da temere.

Non permettiamo alle tempeste del presente di spegnere la nostra “magnifica umanità”! Invochiamo la benedizione di Dio, che non ci libera magicamente dalle onde, ma naviga con noi per darci la forza di costruire una comunità più giusta, libera e fraterna. Buon cammino e buon inizio d’anno a tutti noi!

Melfi, settembre 2026

+ Ciro Fanelli
Vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa


COSTITUZIONE DELLE COMUNITA’ PASTORALI NEI COMUNI DI MELFI, RIONERO, VENOSA E LAVELLO

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

AI FEDELI DELLA DIOCESI DI MELFI-RAPOLLA-VENOSA

 

LA COSTITUZIONE DELLE COMUNITA’ PASTORALI
NEI COMUNI DI MELFI, RIONERO, VENOSA E LAVELLO

 

IL SEME DELLA COMUNIONE CHE DIVENTA MISSIONE

«Ecco, il seminatore uscì a seminare» (Matteo 13,3)

 

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,

Entriamo in questi giorni in una pagina di straordinaria grazia per la nostra Chiesa particolare di Melfi-Rapolla-Venosa. Nel giorno luminoso in cui la Chiesa celebra la Natività della Beata Vergine Maria – il primo, dolcissimo germoglio di quella aurora che avrebbe condotto al Salvatore – la nostra diocesi compie un passo coraggioso e storico nel suo cammino pastorale: la costituzione delle “comunità pastorali”.

È un processo che si avvia nel segno di Maria. Ella, che nel silenzio di Nazareth ha custodito il mistero senza possederlo, ci prende per mano in questo “inizio”. La sua nascita ci ricorda che i grandi disegni di Dio passano attraverso la piccolezza di un “sì” filiale, pronunciato con coraggio e senza riserve.

Dio ama gli inizi. Ama ciò che germoglia nel silenzio, racchiuso nella fragile potenza di un seme. Ebbene, con la trepidazione nel cuore e la certezza della guida dello Spirito Santo, desidero annunciare ufficialmente a tutta la comunità diocesana la nascita di quattro grandi Comunità pastorali, che raccolgono in unità organica le parrocchie dei singoli centri cittadini: Melfi, Rionero, Venosa e Lavello.

Non si tratta di una semplice operazione burocratica o di una fredda riorganizzazione amministrativa. È un atto di profonda fiducia nello Spirito Santo e di fedeltà al Vangelo. In questo cammino ci guidano con forza le parole che Papa Leone XIV ha recentemente pronunciato sulla comunione. Il Santo Padre ci ha messo esplicitamente in guardia da ogni forma di «campanilismo diffidente e divisivo», ricordandoci l’urgenza di custodire la comunione «tra le parrocchie e, al loro interno, tra pastori e fedeli, tra i diversi carismi e ministeri».

A questo appello si unisce quanto lo stesso Pontefice ha ribadito nel maggio di quest’anno, nel suo discorso all’Assemblea della CEI, indicandoci la via maestra del «coraggio dell’essenziale». Papa Leone XIV ci ha esortato ad avere il «coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo; il coraggio di organismi di partecipazione vivi; il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande; il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri».

Le quattro nuove Comunità pastorali nascono proprio per concretizzare questi inviti: per superare le frammentazioni, per mettere in circolo i carismi e passare decisamente dalla logica del «mio» a quella del «nostro». Dalla mia parrocchia alla Chiesa diocesana; dal mio piccolo gruppo alla vastità della missione.

Questo passo si inserisce in un orizzonte ancora più vasto e provvidenziale: tra un mese esatto, l’11 ottobre, la nostra Chiesa diocesana vivrà infatti il tempo di grazia dell’apertura del Sinodo diocesano. L’avvio delle Comunità pastorali non è dunque un punto d’arrivo, ma il terreno fertile e il primo atto coraggioso in cui il Sinodo comincia a prendere carne, chiamandoci tutti – pastori, consacrati e laici – a riflettere insieme, a discernere la voce dello Spirito e a ridisegnare con il tratto della corresponsabilità il volto della nostra presenza missionaria sul territorio.

Dobbiamo credere che è possibile fare delle nostre comunità “case e scuole di comunione”, con un volto missionario, in un mondo spesso indifferente ai valori del Vangelo. Questa convinzione non nasce da un facile ottimismo umano o da strategie organizzative, ma dalla certezza incrollabile che il Signore della vita continua a operare in mezzo a noi. Come ci ammonisce con straordinaria efficacia sant’Agostino, ricordandoci che il cuore della Chiesa batte nell’unità dello Spirito: «Chi vuole possedere la carità, possieda l’unità; chi vuole possedere l’unità, possieda la carità». Diventare casa ed educarci a essere scuola di comunione significa proprio questo: superare ogni divisione per fare della nostra appartenenza ecclesiale un corpo vivo, dove la grazia di Cristo ci rende davvero un sol cuore e un’anima sola.

La Chiesa italiana, in questi anni, riflettendo sulla ministerialità e sul volto della Chiesa, ci ha ricordato che la conversione pastorale non consiste semplicemente nel «ritoccare le sagome delle strutture esistenti, ma nel riscoprire la grazia di una Chiesa che si genera nell’ascolto e nella corresponsabilità, dove i battezzati non sono meri utenti di servizi religiosi, ma soggetti attivi della Buona Notizia». Questa è la visione che deve animare le nostre nuove comunità pastorali.

Questa comunione, tuttavia, per essere vera non può ridursi a un enunciato teorico o a una bella proclamazione di principio: essa va vissuta nei fatti, nella concretezza delle relazioni quotidiane. Ce lo ricorda con accorata forza l’apostolo Paolo nel suo celebre “Inno alla carità”: la comunione autentica «è magnanima, è benevola; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse». È questa carità operosa che ci chiede di deporre ogni gelosia parrocchiale e ogni risentimento, perché senza di essa anche le nostre strutture più perfette rimarrebbero soltanto «un bronzo che rimbomba o un cembalo che strepita».

Dobbiamo impegnarci tutti, raccogliendo l’invito che Papa Leone XIV ci ha rivolto all’Angelus, ricordandoci che «nessuno può sentirsi esonerato o spettatore di fronte alla chiamata del Signore, ma ciascuno è chiamato a mettere i propri doni a servizio della comunione e della costruzione del Regno».

A voi, sacerdoti chiamati a reggere queste comunità — penso ai parroci in solido e a tutti i presbiteri coinvolti —, e a voi, laici ed operatori pastorali, chiedo di custodire la docilità filiale di Maria. La grandezza della Chiesa non risiede nell’efficienza delle strutture, ma nella capacità di vivere la comunione fraterna come profezia per il mondo. Nessuno perda la propria identità o la ricchezza del proprio cammino passato: tutto viene custodito sotto lo sguardo della Vergine, inserito in un abbraccio più grande, in un mosaico di corresponsabilità e di unanime annuncio.

Vi sono giorni in cui la terra sembrerà faticosa e le resistenze non mancheranno. Ma ricordiamoci delle parole e dell’esempio di Maria: Ella non conosceva in anticipo l’intero tracciato della sua esistenza, le è bastato fidarsi e compiere il passo successivo.

Iniziamo insieme questo cammino. Il seme è deposto nelle nostre mani; la forza della crescita appartiene unicamente a Dio. Affido le nostre quattro comunità — Melfi, Rionero, Venosa e Lavello — e il cammino sinodale che ci attende alla protezione materna della Vergine Santissima, perché ci ottenga la grazia di essere una Chiesa umile, docile e unita.  A tutti voi, la mia benedizione di padre e di pastore nel nome del Signore.

Melfi, 8 settembre 2026 – Festa della Natività della B.V. Maria.

+ Ciro Fanelli
Vescovo


SOLENNE CELEBRAZIONE EUCARISTICA PRESIEDUTA DA S.E. MONS. DAVIDE CARBONARO – 950° anniversario della fondazione della Basilica Cattedrale di Melfi

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

ALLA CHIESA DI MELFI-RAPOLLA-VENOSA

 

Carissimi fratelli e sorelle,

nel corso di questo anno, nel quale la nostra Chiesa diocesana celebra il 950° anniversario della fondazione della Basilica Cattedrale di Melfi, desidero rivolgere a tutti voi un invito a vivere insieme alcuni momenti particolarmente significativi del nostro cammino giubilare.

La Cattedrale è la Chiesa madre della nostra diocesi. È il luogo nel quale, da quasi dieci secoli, generazioni di credenti si sono ritrovate per ascoltare la Parola di Dio, celebrare l’Eucaristia e vivere la comunione. Le sue pietre custodiscono una storia di fede che ci è stata consegnata e che oggi siamo chiamati a custodire e a trasmettere.

Celebrare questo anniversario è, prima di tutto, rendere grazie al Signore per il dono della fede e per tutto ciò che, attraverso la vita delle nostre comunità, Egli ha compiuto lungo i secoli. È anche un’occasione per guardare al momento presente con fiducia e rinnovare il desiderio di essere, insieme, una Chiesa capace di annunciare il Vangelo e di stare accanto alle donne e agli uomini del nostro tempo.

Tra gli appuntamenti di questo anno assume un significato particolare la giornata del 12 agosto, memoria della solenne ridedicazione della Basilica Cattedrale a Santa Maria Assunta, avvenuta dopo il terremoto del 1930.

Quel tragico evento rese necessario un importante intervento di consolidamento e di restauro dell’edificio, promosso dal Vescovo Domenico Petroni e portato a compimento nel 1938. Proprio durante quei lavori venne riportato alla luce l’antico affresco della Vergine Kiriotissa (secc. XIV-XV), preziosa testimonianza della tradizione iconografica bizantina e della devozione mariana che accompagna, nel corso dei secoli, la storia della nostra Chiesa.

Per questo, con particolare gioia, desidero invitare tutti alla

SOLENNE CELEBRAZIONE EUCARISTICA
mercoledì 12 agosto 2026, alle ore 18.30,
nella Basilica Cattedrale di Melfi,
presieduta dal nostro Arcivescovo Metropolita,
S.E. MONS. DAVIDE CARBONARO.

Il cammino delle celebrazioni proseguirà nella Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, patrona della nostra Basilica Cattedrale.

Sabato 15 agosto 2026, alle ore 18.30,

nella Basilica Cattedrale di Melfi,

celebreremo la Solenne Celebrazione Eucaristica,

presieduta da

S.E. MONS. ROCCO TALUCCI,

 Arcivescovo emerito di Brindisi-Ostuni.

Gli siamo grati per aver accolto il nostro invito. La nostra Chiesa diocesana lo riconosce  con affetto come figlio amato e vede nella sua presenza un legame vivo con la nostra storia ecclesiale.

Queste celebrazioni acquistano un significato particolare anche nel cammino di preparazione al Sinodo diocesano. Ritrovarci nella nostra Cattedrale ci ricorda che siamo un’unica Chiesa e che nessuno cammina da solo. La comunione che celebriamo ci richiama alla corresponsabilità e alla missione che tutti condividiamo, secondo i doni e i compiti che ciascuno ha ricevuto.

Il Sinodo ci chiede proprio questo: imparare sempre più a camminare insieme, ad ascoltarci e ad ascoltare ciò che lo Spirito Santo vuole dire alla nostra Chiesa. Le celebrazioni del 12 e del 15 agosto possono essere, pertanto, un’occasione preziosa per ritrovarci, pregare insieme e rinnovare il desiderio di costruire una Chiesa sempre più unita e missionaria, dove siamo un “cuor solo e un’anima sola”.

Per questo invito le comunità parrocchiali, le associazioni, i movimenti, le confraternite, gli istituti religiosi e quanti, in forme diverse, vivono un servizio nella nostra Chiesa a partecipare numerosi.

Vorrei che questi giorni fossero per tutti noi un tempo di grazia: un tempo nel quale fare memoria della nostra storia, rendere grazie per il cammino compiuto e guardare con speranza a ciò che il Signore ci chiede oggi.

Affidiamo questo cammino alla Beata Vergine Maria Assunta; la sua presenza materna accompagni la nostra Chiesa e ci aiuti a rimanere sempre più uniti a Cristo e gli uni agli altri.

Vi attendo con gioia nella nostra Cattedrale e vi benedico di cuore.

Con affetto nel Signore.

Melfi, 8  agosto 2026

Ciro Fanelli
Vescovo


OMELIA DEL VESCOVO NELLA CELEBRAZIONE COMMEMORATIVA IN MEMORIA DEL BRIGADIERE DEI CARABINIERI ANTONIO CEZZA

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

OMELIA

NELLA CELEBRAZIONE COMMEMORATIVA IN MEMORIA
DEL BRIGADIERE DEI CARABINIERI ANTONIO CEZZA
Melfi – Basilica Cattedrale 22 luglio 2026

Fratelli e sorelle,

  1. autorità civili e militari, vertici dell’Arma dei Carabinieri, associazioni, cari familiari del Brigadiere Antonio Cezza, la pace e la grazia del Signore Gesù siano con ciascuno di voi. Oggi la comunità cristiana di Melfi si raccoglie nella nostra Cattedrale in un abbraccio religioso e fraterno, fatto di memoria, di preghiera e di speranza. Siamo qui per ricordare il Brigadiere Antonio Cezza, un giovane carabiniere che ha svolto il suo servizio nella nostra città tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, in un periodo segnato dalla violenza della criminalità organizzata. Erano anni difficili, nei quali gruppi criminali locali seminavano paura, compivano estorsioni, alimentavano conflitti e versavano sangue. In quel contesto, nel luglio 1990, Antonio Cezza, appena ventiseienne, offrì la propria vita nell’adempimento del dovere, pagando con il sacrificio estremo la scelta di proteggere la nostra comunità. Da trentasei anni questo giorno custodisce la memoria viva di un giovane servitore dello Stato, vittima innocente di una violenza che ha ferito anche la nostra terra. La sua testimonianza continua a parlarci e ci richiama ai valori della giustizia, della legalità, della responsabilità e del servizio.

 

  1. Provvidenzialmente, questa celebrazione coincide con la memoria liturgica di Santa Maria Maddalena, l’apostola degli apostoli, la prima testimone della Risurrezione. Potrebbe sembrare che la figura di Maria Maddalena e il ricordo di un giovane carabiniere caduto nell’adempimento del proprio dovere appartengano a storie lontane. Eppure la Parola di Dio ci rivela un legame profondo: entrambi sono illuminati dal coraggio dell’amore, quell’amore che non fugge davanti al male e non si arrende davanti alla morte. Nel Vangelo di Giovanni Maria Maddalena si reca al sepolcro «quando era ancora buio». Quel buio non è soltanto quello del mattino che precede l’alba, ma è anche il buio del dolore, della perdita, dello smarrimento. Maria cerca Gesù, ma non riesce ancora a riconoscerlo. Le lacrime e la sofferenza sembrano impedirle di vedere la novità che Dio sta preparando. La svolta avviene quando Gesù la chiama per nome: «Maria!». In quella parola Maria ritrova la luce. Comprende che il Signore non l’ha abbandonata e che la morte non ha avuto l’ultima parola. Da quel momento la sua vita cambia: la donna che era venuta al sepolcro con il cuore ferito diventa la prima annunciatrice della Risurrezione. Maria Maddalena ci insegna che la fede autentica nasce dall’incontro personale con Cristo e diventa testimonianza. Chi incontra davvero il Signore non può trattenere per sé la gioia ricevuta, ma sente il desiderio di portarla agli altri. Anche nella nostra vita esistono momenti di buio. Ci sono ferite, lutti e prove nelle quali sembra che Dio sia lontano. In quei momenti siamo chiamati, come Maria, a custodire la speranza e a ricordare i segni della presenza del Signore nella nostra storia. La memoria dei gesti di amore ricevuti diventa una luce capace di guidarci anche nelle notti più difficili.

 

  1. Questa stessa luce illumina oggi il ricordo del Brigadiere Antonio Cezza. Davanti alla minaccia della violenza egli non si tirò indietro. Non scelse la strada dell’indifferenza o della sicurezza personale, ma rimase fedele alla missione ricevuta. Con lo spirito dell’Arma dei Carabinieri, che significa vicinanza, custodia e difesa dei più deboli, si pose al servizio della comunità fino al dono della vita. Il suo sacrificio rappresenta non soltanto l’onore dell’Arma, ma anche il volto migliore del nostro Paese: quello di uomini e donne che servono gli altri con responsabilità, spesso nel silenzio, e che sanno mettere il bene comune davanti al proprio interesse. La memoria di Antonio Cezza ci invita anche a guardare con responsabilità al presente. In questi decenni la nostra società è profondamente cambiata: sono mutate le forme del conflitto, del confronto e persino della paura. Le piazze, luoghi storici della partecipazione e del dibattito pubblico, si sono affiancate agli spazi digitali, dove troppo spesso le parole diventano strumenti di aggressione, divisione e odio.

 

  1. In questo tempo cresce talvolta la tentazione di contrapporre sicurezza e libertà, ordine pubblico e tutela dei diritti. Ma una democrazia autentica non vive di contrapposizioni: essa cresce quando sa custodire insieme la sicurezza dei cittadini e la dignità di ogni persona, l’autorevolezza delle istituzioni e il rispetto delle libertà fondamentali. La forza di uno Stato si misura proprio nella capacità di tenere insieme queste esigenze, resistendo alle semplificazioni della propaganda e alle tensioni della piazza. La sicurezza non è soltanto una questione di controllo e di intervento delle istituzioni; nasce anche dalla fiducia reciproca, dalla coesione sociale, dalla responsabilità condivisa e dalla capacità di sentirsi parte di una comunità.

 

  1. Per questo il sacrificio di Antonio Cezza conserva una grande attualità. Egli ci ricorda che la legalità non è soltanto il rispetto delle norme, ma è una scelta di vita; che l’autorità non è dominio, ma servizio; che la difesa della sicurezza ha senso soltanto quando mette al centro la persona umana e il bene comune. Ai familiari di Antonio desidero esprimere la vicinanza e la gratitudine della Chiesa di Melfi-Rapolla-Venosa e dell’intera comunità cittadina. Sappiamo che trentasei anni non cancellano il dolore di una perdita così grande. Ma sappiamo anche che il ricordo riconoscente di un popolo può custodire e rendere fecondo il sacrificio di chi ha donato la propria vita per gli altri. A tutti i Carabinieri presenti rivolgo il nostro grazie. Voi raccogliete ogni giorno l’eredità di uomini come Antonio Cezza. Il vostro servizio, spesso nascosto e silenzioso, rappresenta un presidio fondamentale di democrazia, di sicurezza e di prossimità. La Chiesa vi accompagna con la preghiera e vi affida alla protezione della Beata Vergine Maria, Virgo Fidelis, perché possiate essere sempre costruttori di pace e custodi del bene comune.

 

  1. Carissimi, questa celebrazione non sia soltanto una memoria del passato, ma diventi un impegno per il presente e per il futuro. Guardando a Santa Maria Maddalena e al Brigadiere Antonio Cezza comprendiamo che il bene ha bisogno di testimoni. Maria rimane davanti al sepolcro quando tutto sembra perduto e diventa annunciatrice della vita nuova; Antonio affronta il pericolo e dona se stesso per proteggere gli altri. Entrambi ci ricordano che l’amore vero non è una semplice emozione, ma una forza concreta capace di trasformare la storia. Anche noi siamo chiamati ogni giorno a scegliere da quale parte stare: dalla parte della giustizia contro la sopraffazione, della solidarietà contro l’indifferenza, della legalità contro ogni forma di violenza. Ogni gesto di responsabilità e di attenzione verso gli altri rende più forte la nostra comunità e continua il cammino iniziato da tanti uomini e donne che hanno servito il bene comune.

 

  1. Preghiamo insieme:

Signore Gesù, che hai sconfitto la morte e hai fatto di Maria Maddalena la prima testimone della Vita, dona anche a noi la speranza che nasce dalla tua Risurrezione.
Accogli nel tuo Regno di pace il Brigadiere Antonio Cezza, ricompensa il dono della sua vita e dona conforto ai suoi familiari.
Benedici l’Arma dei Carabinieri e la nostra comunità di Melfi, perché sappiano camminare sempre sulla via del bene, della giustizia e della fraternità.
Rendici costruttori di pace e testimoni del tuo amore. Amen.

+  Ciro Fanelli


PROVVEDIMENTI E NOMINE DEL VESCOVO

ALLA CHIESA DI DIO CHE È IN MELFI-RAPOLLA-VENOSA

PROVVEDIMENTI E NOMINE

“Andate in tutto il mondo
e proclamate il Vangelo ad ogni creatura”
(cfr. Mt 28,19-20)

Carissimi fratelli e sorelle,

  1. mentre il nostro anno pastorale giunge al termine, sento il bisogno di elevare anzitutto un rendimento di grazie al Signore per il cammino che ci ha concesso di vivere insieme. La Visita Pastorale mi ha permesso di incontrare le nostre comunità, di ascoltare le attese, le speranze e anche le fatiche del Popolo di Dio, ma soprattutto di riconoscere i molti segni della presenza operante dello Spirito Santo nella vita della nostra Chiesa diocesana. Con animo fiducioso ci prepariamo ora al Sinodo diocesano, tempo di grazia e di discernimento, nel quale il Signore ci chiama a rinnovare il nostro modo di essere Chiesa: una Chiesa sempre più missionaria, fraterna, corresponsabile e capace di annunciare il Vangelo con credibilità nel tempo presente. Dentro questo cammino si inserisce anche il processo delle comunità pastorali, che non rappresenta semplicemente una riorganizzazione funzionale, ma una vera conversione ecclesiale. Siamo chiamati a superare ogni forma di isolamento, di individualismo pastorale e di autoreferenzialità, per crescere in una comunione concreta tra sacerdoti, consacrati e fedeli laici, nella condivisione dei doni e nella corresponsabilità della missione.

 

  1. È in questo orizzonte che desidero richiamare il significato profondo degli avvicendamenti nei servizi ecclesiali e nei ministeri pastorali. Nella Chiesa nessun ministero è possesso di chi lo esercita. Ogni servizio è ricevuto come dono e affidato come responsabilità. Il ministro ordinato è chiamato a essere trasparenza viva di Cristo Buon Pastore e non centro di attrazione della comunità. Quando il ministero si chiude su se stesso o genera legami personali che sostituiscono il legame con Cristo, esso tradisce la sua natura più profonda. Il vero pastore non trattiene a sé il gregge, ma lo conduce a Cristo. Non costruisce attorno alla propria persona, ma edifica la comunione ecclesiale. Non cerca consenso per sé, ma aiuta il popolo affidato a crescere nell’unità fraterna, nella maturità della fede e nel radicamento vivo nel Signore Gesù. Per questo gli avvicendamenti ecclesiali non devono essere vissuti con timore o nostalgia, ma accolti nella fede come segno della libertà della Chiesa e dell’azione continua dello Spirito Santo. Essi ricordano a tutti — pastori e fedeli — che il centro della comunità è Cristo, non il ministro; il Vangelo, non le persone; la fedeltà di Dio, non le nostre sicurezze umane.

 

  1. Ogni sacerdote è chiamato a seminare senza trattenere, a servire senza possedere, a costruire senza legare a sé. E ogni comunità è chiamata a riconoscere che ciò che permane è il bene operato nel nome del Signore, che lo Spirito custodisce e porta a compimento oltre le singole persone. Desidero inoltre precisare che i presenti provvedimenti pastorali nascono da un dialogo prolungato e ponderato con i singoli sacerdoti interessati. Tale discernimento è stato vissuto nel rispetto profondo della persona dei presbiteri coinvolti e delle comunità loro affidate, tenendo sempre presenti il bene della Chiesa e il bene delle anime. Tutto è stato accompagnato dalla preghiera e da un ascolto attento, nella convinzione che ogni scelta ecclesiale deve essere maturata alla luce dello Spirito Santo e orientata alla crescita del Popolo di Dio.

 

  1. Dopo questo tempo di ascolto, di preghiera e di discernimento, vissuto alla luce della Visita Pastorale e nel dialogo con i confratelli sacerdoti, ho pertanto provveduto alle seguenti nomine, che entreranno in vigore dalla data odierna, 10 maggio 2026:
  • il Rev.do Sac. Mauro Gallo è nominato Parroco della Parrocchia Sacro Cuore in Melfi;
  • il Rev.do Sac. Francesco Consiglio è nominato Co-Parroco della Parrocchia Sacro Cuore in Melfi;
  • il Rev.do Sac. Angelo Grieco è nominato Parroco della Parrocchia Santa Maria del Sepolcro in Ripacandida;
  • il Rev.do Sac. Michele Del Cogliano è nominato Parroco della Parrocchia Sacro Cuore di Gesù in Lavello;
  • il Rev.do Sac. Saverio De Rosa è nominato Vicario Parrocchiale della Parrocchia Sacro Cuore di Gesù in Lavello;
  • Padre Claudio Bevilacqua è nominato Amministratore Parrocchiale della Parrocchia Santa Maria della Quercia in San Fele e della Parrocchia San Vincenzo Ferreri in Cecci di San Fele;
  • Padre Marco Galano è nominato Amministratore Parrocchiale della Parrocchia San Michele Arcangelo – Concattedrale di Rapolla.

 

  1. Le date relative agli ingressi e all’inizio del ministero pastorale saranno comunicate dalla Cancelleria Vescovile. Esprimo sincera gratitudine ai confratelli sacerdoti che hanno accolto con generosità e spirito di fede il nuovo servizio loro affidato. Il loro “sì” è segno di disponibilità missionaria e testimonianza concreta di un ministero vissuto nell’obbedienza ecclesiale e nella carità pastorale.

Un pensiero riconoscente rivolgo a Mons. Ciro Guerra, che dopo anni di generoso servizio lascia la guida pastorale della Parrocchia del Sacro Cuore in Melfi, continuando tuttavia a offrire il suo prezioso contributo alla Diocesi nel ministero di Cancelliere Vescovile e responsabile dei beni culturali ecclesiastici. Parimenti, desidero ringraziare don Tonino Giorgio, che conclude la responsabilità giuridica della Parrocchia di San Vincenzo Ferreri in Cecci, continuando però a donare la sua preziosa collaborazione pastorale e liturgica.

A tutte le comunità rivolgo un invito accorato: accogliete i nuovi pastori con spirito di fede e con cuore aperto. Sosteneteli con la preghiera, con la collaborazione e con quella carità che rende visibile il volto della Chiesa. Nessuna comunità cresce attorno alla figura di un uomo; cresce invece quando tutti, insieme, imparano a camminare dietro Cristo, unico Pastore della Chiesa.

Affidiamo questo tempo alla Vergine Maria, Madre della Chiesa, perché custodisca la nostra Diocesi nella comunione e ci aiuti a essere davvero, come la prima comunità cristiana, “un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32).

Vi porto tutti nella preghiera e vi benedico di cuore.

Melfi, 10 maggio 2026

+ Ciro Fanelli
Vescovo

Mons. Ciro Guerra
Cancelliere Vescovile


Lettera del Vescovo ai parroci e ai CPAE – assemblea diocesana dei CPAE

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

Prot. N. 86/2026/VE

Ai Reverendissimi Parroci
Ai Componenti dei Consigli Parrocchiali per gli Affari Economici
Loro Sedi

Carissimi,
durante la Visita Pastorale ho avuto modo di apprezzare la generosa collaborazione di tanti fedeli nella vita delle comunità parrocchiali, in particolare nell’amministrazione dei beni ecclesiastici.

Per sostenere e qualificare questo importante servizio, negli ultimi anni sono stati aggiornati diversi strumenti normativi: il Regolamento dei Consigli Parrocchiali per gli Affari Economici (24 gennaio 2020), il Decreto generale in materia amministrativa (16 ottobre 2025) e, recentemente, il decreto sugli atti di straordinaria amministrazione per le persone giuridiche soggette al Vescovo, emanato il 24 giugno 2026 dopo la consultazione del Consiglio Presbiterale e del Consiglio Diocesano per gli Affari Economici.

Il Consiglio Parrocchiale per gli Affari Economici, previsto dal can. 537 del Codice di Diritto Canonico, affianca il parroco nella gestione dei beni della parrocchia, nel rispetto delle competenze che il can. 532 attribuisce al parroco quale legale rappresentante della comunità.

Per approfondire insieme questi temi e verificare l’applicazione delle disposizioni vigenti, desidero incontrare, insieme agli Uffici dell’area giuridico amministrativa della Curia diocesana, tutti i componenti dei Consigli Parrocchiali per gli Affari Economici, possibilmente con la presenza dei rispettivi parroci.

GIOVEDÌ 2 LUGLIO 2026, ALLE ORE 19.30

presso il Salone degli Stemmi del Palazzo Vescovile di Melfi.

L’incontro offrirà l’occasione per riflettere sul ruolo e sulle responsabilità del CPAE, che si esprimono nella cura dei bilanci, della documentazione contabile, del patrimonio parrocchiale e degli atti di amministrazione ordinaria e straordinaria. Come ricorda la CEI, i membri del Consiglio partecipano alla corresponsabilità della vita ecclesiale anche attraverso una gestione attenta e trasparente dei beni affidati alla comunità.

Tale amministrazione deve sempre perseguire le finalità indicate dal can. 1254 §2: il culto divino, il sostentamento del clero, le opere di apostolato e gli interventi di carità, specialmente a favore dei più poveri. Per questo il CPAE non può essere considerato un organismo meramente formale: la regolare convocazione delle riunioni, la redazione dei verbali, l’esame dei bilanci e l’espressione dei pareri richiesti costituiscono segni concreti di comunione ecclesiale e di buona amministrazione.

Per aggiornare la ricognizione dei Consigli Parrocchiali per gli Affari Economici, chiedo ai parroci di trasmettere alla Curia l’elenco dei componenti del proprio CPAE, all’attenzione del dott. Felice Lovaglio (felicelovaglio.diocesi.melfi@gmail.com – 331 463 4138).

Confidando nella vostra partecipazione, vi ringrazio per il prezioso servizio che rendete alle nostre comunità.

Melfi, 25 giugno 2026.

† Ciro Fanelli Vescovo


In cammino verso il sinodo – III tappa conclusiva della formazione unitaria

INTERVENTO CONCLUSIVO DEL VESCOVO

In cammino verso il sinodo – III tappa conclusiva della formazione unitaria

guidata dal centro studi missione emmaus

 Tema del Sinodo:

“Un cuor solo e un’anima sola” (At 4,32)

RIONERO – 14 GIUGNO 2026

 

Carissimi fratelli e sorelle,
presbiteri e diaconi, consacrati e consacrate, operatori pastorali,
carissimi giovani e membri delle nostre comunità, concludiamo questa Assemblea diocesana con un sentimento profondo di gratitudine e di responsabilità ecclesiale.

Gratitudine per il cammino che il Signore ci ha fatto vivere a partire dalla Visita pastorale fino ad oggi. Responsabilità perché oggi entriamo ufficialmente nel cammino che ci condurrà al Sinodo diocesano 2026–2029*, il cui tema è una parola semplice e impegnativa degli Atti degli Apostoli: essere “Un cuor solo e un’anima sola” (cfr. Atti 4, 32)

Non si tratta di uno slogan.

  • È un programma di Chiesa.
  • È un modo di essere comunità.
  • È un criterio di discernimento per il nostro futuro.

 

  1. LA VISITA PASTORALE: ASCOLTO DI UNA CHIESA REALE

La Visita pastorale (2023-2025) è stata il primo grande passo di questo cammino. Non è stata soltanto una serie di incontri. È stata un’esperienza di Chiesa. Abbiamo attraversato le comunità ascoltando storie, fatiche e speranze. Abbiamo incontrato la fede semplice e resistente di tante persone. Abbiamo condiviso la dedizione di sacerdoti, diaconi, religiosi e laici impegnati nella vita pastorale. E insieme abbiamo riconosciuto le fragilità del nostro tempo dinanzi alle quali si trova la nostra Chiesa locale: ad esempio, il calo della partecipazione, il cambiamento culturale, lo spopolamento dei nostri paesi, la fatica delle famiglie, la solitudine degli anziani, il disorientamento dei giovani.

Ma non abbiamo incontrato una Chiesa spenta. Abbiamo incontrato una Chiesa viva, anche se ferita e in trasformazione. Soprattutto abbiamo compreso una cosa: lo Spirito Santo non si è ritirato dalla nostra storia.

 

  1. IL SINODO: UN CAMMINO DI GRAZIA

Il Sinodo che stiamo preparando non è un evento tra altri eventi.

  • È un tempo di grazia.
  • È un tempo di discernimento.
  • È un tempo di conversione ecclesiale.

Non siamo chiamati semplicemente a organizzare un percorso, ma a lasciarci condurre dallo Spirito. Il Sinodo non nasce da un problema da risolvere, ma da una domanda di fede: “che cosa il Signore chiede oggi alla nostra Chiesa?” Per rispondere a questa domanda non bastano strategie. Serve ascolto, preghiera e conversione.

 

  1. IL TEMA DEL SINODO: “UN CUOR SOLO E UN’ANIMA SOLA”

Il cuore del nostro Sinodo è questa immagine degli Atti degli Apostoli.

“Un cuor solo e un’anima sola” non descrive una Chiesa ideale.

Descrive la Chiesa possibile quando Cristo è al centro.

È la Chiesa

  • che nasce dall’Eucaristia,
  • che si nutre della Parola,
  • che vive della carità.

È la Chiesa in cui le diversità non si cancellano, ma si armonizzano. In cui i carismi non si oppongono, ma si completano. In cui la comunione non è uniformità, ma fraternità. Questo è il nostro orizzonte sinodale.

 

  1. TRE ATTEGGIAMENTI PER VIVERE IL SINODO

Per camminare verso questa meta, il Sinodo ci chiede tre atteggiamenti fondamentali:

“rinnovare e rinnovarsi, innovare, ascoltare tutti, in particolare i giovani”

Non sono tre fasi. Sono tre conversioni permanenti.

 

  1. RINNOVARE E RINNOVARSI: TORNARE AL VANGELO

Il primo atteggiamento è il rinnovamento. Rinnovarsi significa tornare all’essenziale: Cristo.

Non significa aggiungere attività, ma ritrovare la sorgente. Non significa moltiplicare iniziative, ma verificare la qualità evangelica delle nostre comunità. La domanda che ci accompagna è semplice e decisiva:

le nostre comunità generano ancora fede viva? Oppure si limitano a custodire tradizioni?

Rinnovarsi significa mettere al centro la Parola di Dio, l’Eucaristia e la carità. Significa passare da una pastorale di mantenimento a una pastorale missionaria. Ma questo non riguarda prima di tutto le strutture.

Riguarda i cuori.

 

  1. CONVERSIONE DELLE PERSONE PRIMA DELLE STRUTTURE

Non ci sarà rinnovamento senza conversione.

Presbiteri, diaconi, religiosi/e, catechisti, educatori, operatori pastorali: siamo tutti coinvolti. Il rischio dell’attivismo è reale: fare molto senza essere trasformati dal Vangelo.

La prima conversione riguarda lo sguardo: passare dalla lamentela alla speranza, dal giudizio alla misericordia.

La seconda riguarda il servizio: ogni ministero è missione, non possesso.

La terza riguarda l’identità: non siamo funzionari del sacro, ma discepoli del Signore.

Solo una Chiesa di discepoli può essere una Chiesa missionaria.

 

  1. INNOVARE: FEDELTÀ CREATIVA AL VANGELO

Il secondo atteggiamento è innovare. Innovare non è cambiare il Vangelo. È trovare forme nuove per annunciarlo.

Il mondo è cambiato profondamente. Molti giovani e molte famiglie sono lontani dalle comunità non per rifiuto della fede, ma per trasformazione culturale. Per questo serve una pastorale più creativa:

  • collaborazione tra parrocchie;
  • corresponsabilità dei laici;
  • presenza nei luoghi della vita quotidiana;
  • attenzione al mondo digitale;
  • capacità di uscire verso le periferie esistenziali.

Una Chiesa che non innova rischia di diventare incomprensibile. Una Chiesa che innova senza radici rischia di perdere sé stessa.

 

  1. ASCOLTARE: STILE DELLA CHIESA SINODALE

Il terzo atteggiamento è l’ascolto.

Il Sinodo sarà autentico solo se sarà una grande esperienza di ascolto.

  • Ascolto di Dio nella preghiera.
  • Ascolto della realtà nella storia.
  • Ascolto delle persone nella vita concreta.

Non si può decidere senza ascoltare. Non si può guidare senza comprendere. Non si può parlare senza aver accolto.

 

  1. I GIOVANI: LUOGO DECISIVO DELL’ASCOLTO

In questo ascolto, i giovani hanno un posto centrale.

Non sono il futuro della Chiesa. Sono il presente della Chiesa.

Non chiedono una Chiesa perfetta, ma una Chiesa autentica. Non cercano risposte prefabbricate, ma adulti credibili.

Non vogliono essere spettatori, ma protagonisti.

Il Sinodo dovrà uscire dai confini delle parrocchie e andare nei luoghi della vita: scuola, lavoro, politica, istituzioni, sport, famiglie, mondo digitale, ecc…

Solo una Chiesa che ascolta i giovani potrà generare futuro.

 

  1. UNA CHIESA SEGNATA DALLA MISERICORDIA

Tutto questo sarà possibile solo se la misericordia diventerà lo stile ordinario della Chiesa. La misericordia non è un settore pastorale.

È il volto stesso della Chiesa.

Una Chiesa misericordiosa accoglie prima di giudicare. Comprende prima di escludere. Ascolta prima di chiudere.

Le nostre comunità devono diventare case aperte. Luoghi di fraternità.

Spazi in cui si sperimenta la vicinanza di Dio.

 

  1. CONCLUSIONE

Carissimi,

il Sinodo che iniziamo a preparare non è un evento da organizzare, ma un cammino da vivere.

Non siamo chiamati a difendere il passato, ma a discernere il futuro che Dio apre davanti a noi. Il nostro orizzonte è uno solo: “Un cuor solo e un’anima sola”.

Questa non è un’utopia. È la promessa del Vangelo vissuta nella storia.

Raccogliamo questo cammino attorno a tre parole: “rinnovare, innovare, ascoltare”. E affidiamo tutto al Signore, perché solo una Chiesa unita in Cristo sarà una Chiesa missionaria.

Vi accompagno con la mia preghiera e vi benedico di cuore.

+ Ciro Fanelli
Vescovo

 


«Diventate ciò che ricevete» – L’EUCARISTIA, FONTE DELLA CHIESA E FORMA DELLA VITA CRISTIANA

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

«Diventate ciò che ricevete»

L’EUCARISTIA, FONTE DELLA CHIESA E FORMA DELLA VITA CRISTIANA

Omelia in occasione della solennità del Corpus Domini

7 giugno 2026

 

Carissimi fratelli e sorelle,

  1. quando ci raduniamo per celebrare l’Eucaristia, siamo posti davanti al mistero più grande che la Chiesa custodisce e vive. Non siamo convocati semplicemente per adempiere un precetto religioso, né per partecipare a una pia pratica di devozione. Siamo convocati dal Signore Risorto che continua a radunare il suo popolo per renderlo partecipe della sua Pasqua. Il Concilio Vaticano II ci ricorda che l’Eucaristia è «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (LG 11). Fonte, perché da essa scaturisce la vita nuova che nasce dalla Pasqua di Cristo; apice, perché tutta l’esistenza del credente e tutta la missione della Chiesa tendono verso quella comunione piena con Dio che nell’Eucaristia è anticipata sacramentalmente. Eppure dobbiamo riconoscerlo con sincerità: non sempre partecipiamo alla celebrazione con questa consapevolezza. Talvolta la familiarità con i gesti e le parole della liturgia rischia di generare assuefazione. La celebrazione può apparire ripetitiva e il mistero può essere oscurato dall’abitudine. Accade allora che si partecipi con il corpo ma non con il cuore, presenti fisicamente ma interiormente lontani.
  1. La Chiesa, invece, ci invita continuamente a riscoprire che l’Eucaristia non è qualcosa che assistiamo dall’esterno, ma un mistero nel quale siamo coinvolti personalmente ed ecclesialmente. Come afferma la Costituzione sulla Sacra Liturgia, i fedeli non devono essere «estranei o muti spettatori», ma partecipare «consapevolmente, piamente e attivamente» al mistero celebrato. Questa affermazione trova il suo fondamento in una verità teologica fondamentale: la celebrazione eucaristica è azione di Cristo e della Chiesa. Spesso si pensa che il celebrante sia esclusivamente il sacerdote. In realtà, secondo la grande tradizione ecclesiale recuperata dal Concilio, il soggetto della celebrazione è l’intera assemblea convocata dal Signore. Il ministro ordinato presiede in persona Christi, ma l’Eucaristia è l’azione del Corpo di Cristo che è la Chiesa. Nella Preghiera eucaristica non troviamo quasi mai l’io del sacerdote, ma il “noi” della Chiesa: «Noi ti rendiamo grazie», «Noi ti offriamo», «Noi celebriamo il memoriale». Quel “noi” esprime il popolo sacerdotale che, unito al suo Signore, offre al Padre il sacrificio di lode e offre insieme la propria vita. Per questo ogni Eucaristia è molto più di una commemorazione. È il memoriale della Pasqua del Signore. E il memoriale, nella tradizione biblica, non è un semplice ricordo del passato. Nello zikkaron di Israele, l’evento salvifico viene reso presente ed efficace nell’oggi della comunità. Quando celebriamo l’Eucaristia, non ricordiamo soltanto ciò che Gesù ha fatto duemila anni fa. Lo Spirito Santo rende presente qui e ora l’unico sacrificio pasquale di Cristo. Il Crocifisso-Risorto si dona nuovamente alla sua Chiesa e la introduce nella comunione con il Padre. Per questo l’altare è il luogo in cui il cielo incontra la terra, il tempo si apre all’eternità e la storia umana viene raggiunta dalla potenza salvifica di Dio. Ma vi è una seconda verità che la tradizione cristiana ha sempre custodito: se la Chiesa fa l’Eucaristia, l’Eucaristia fa la Chiesa.
  1. Ogni volta che il sacrificio eucaristico viene celebrato, il Signore non soltanto si dona al suo popolo, ma lo plasma e lo trasforma. L’Eucaristia genera continuamente la Chiesa come mistero di comunione. Lo afferma con forza san Giovanni Paolo II: «La Chiesa vive dell’Eucaristia». Essa vive dell’Eucaristia perché da essa riceve continuamente la propria identità più profonda. Infatti la comunione eucaristica non è semplicemente un gesto individuale di pietà. Essa realizza e manifesta la comunione ecclesiale. Nutrendoci dell’unico Pane, diventiamo un solo Corpo. San Paolo lo afferma con chiarezza: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo» (1Cor 10,17). L’Eucaristia, dunque, non costruisce soltanto il rapporto personale con Cristo; costruisce anche il rapporto dei credenti tra loro. Per questo ogni divisione, ogni chiusura, ogni forma di egoismo contraddice ciò che celebriamo. Non possiamo accostarci alla mensa del Signore e rimanere prigionieri dell’indifferenza. Non possiamo ricevere il sacramento dell’unità e alimentare nella vita quotidiana logiche di separazione, rivalità o esclusione. L’Eucaristia ci educa progressivamente alla forma stessa dell’esistenza di Gesù. Il pane spezzato e il vino versato sono il linguaggio sacramentale di una vita totalmente donata. In quei segni è racchiusa l’intera esistenza del Signore: una vita vissuta come offerta al Padre e servizio ai fratelli. Quando Gesù dice: «Questo è il mio corpo offerto per voi», non interpreta soltanto la sua morte imminente; offre la chiave di lettura di tutta la sua esistenza. Egli è l’uomo che vive totalmente per il Padre e totalmente per gli altri.
  1. Partecipare all’Eucaristia significa entrare in questo dinamismo pasquale del dono. Significa lasciarsi liberare dall’autoreferenzialità che chiude il cuore e lasciarsi conformare alla logica evangelica della gratuità. Per questo sant’Agostino poteva rivolgersi ai fedeli con una delle espressioni più profonde della tradizione cristiana: «Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete». Riceviamo il Corpo di Cristo per diventare Corpo di Cristo. Riceviamo il Pane della vita perché la nostra vita diventi pane spezzato per i fratelli. Riceviamo il sacramento della comunione per diventare artigiani di comunione nella storia. E qui comprendiamo come l’Eucaristia non si esaurisca entro le mura della chiesa. Ogni celebrazione termina con un invio missionario. La liturgia conduce necessariamente alla testimonianza. Il mistero celebrato domanda di essere tradotto in vita. La costituzione pastorale Gaudium et Spes descrive la Chiesa come «fermento» e «quasi anima della società umana». Questa missione nasce precisamente dall’Eucaristia. Là impariamo che Dio non salva l’uomo sottraendolo alla storia, ma trasformando la storia dall’interno mediante l’amore. Per questo i Padri della Chiesa hanno sempre collegato l’altare ai poveri.
  1. San Giovanni Crisostomo ammoniva i suoi fedeli: «Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non trascurarlo quando lo vedi nudo». È una parola che conserva tutta la sua forza profetica. Il Corpo di Cristo che adoriamo nel sacramento è lo stesso Corpo che incontriamo nei poveri, nei sofferenti, negli esclusi, nelle periferie esistenziali del nostro tempo. L’Eucaristia diventa allora criterio di discernimento della verità della nostra vita cristiana. La nostra partecipazione alla Messa è autentica quando genera misericordia. La nostra comunione è vera quando produce fraternità. La nostra adorazione è sincera quando si traduce in carità. La nostra fede è credibile quando diventa servizio. Carissimi, ogni volta che ci accostiamo all’altare il Signore ci invita a entrare nel suo mistero pasquale affinché tutta la nostra esistenza sia trasformata. Non ci chiede semplicemente di assistere a un rito. Ci chiede di offrirci con Lui. Non ci chiede soltanto di ricevere un dono. Ci chiede di diventare dono. Non ci chiede semplicemente di ricordarlo. Ci chiede di renderlo presente nel mondo. Allora l’Eucaristia diventa davvero ciò che il Concilio proclama: fonte e apice della vita cristiana; principio di comunione ecclesiale; scuola di carità; forza trasformatrice della storia; anticipazione del Regno che viene.

Signore Gesù Cristo, Pane vivo disceso dal cielo, fa’ che, nutriti alla mensa del tuo Corpo,
sappiamo riconoscerti e amarti nei poveri, nei sofferenti, negli ultimi,
nei quali continui misteriosamente a venirci incontro.

A Te, Signore Gesù, con il Padre e lo Spirito Santo, ogni onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Melfi 7 giugno 2026 – Solennità del Corpo e del Sangue del Signore

✠ Ciro Fanelli
Vescovo


Rinnovare, innovare, ascoltare

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

IN CAMMINO VERSO IL SINODO DIOCESANO

A CONCLUSIONE DEL TRIENNIO EUCARISTICO: “NELL’EUCARISTIA NASCE E RINASCE LA CHIESA”

“Rinnovare, innovare, ascoltare”

 

Carissimi fratelli e sorelle della Chiesa di Melfi-Rapolla-Venosa,

1. con la Solennità del Corpus Domini si conclude il triennio eucaristico che ha accompagnato il nostro cammino diocesano: “Nell’Eucaristia nasce e rinasce la Chiesa”. Un tempo di grazia che si
è intrecciato con il pellegrinaggio della Visita Pastorale, segno concreto della prossimità del Vescovo alle comunità e occasione privilegiata di ascolto e discernimento. Il percorso eucaristico
indicato alle parrocchie, alle comunità religiose e alle aggregazioni laicali non voleva essere un semplice “programma pastorale”, ma un vero percorso spirituale ed ecclesiale che ha riportato al
centro la sorgente della vita della Chiesa: l’Eucaristia. In essa la Chiesa non solo celebra Cristo, ma nasce continuamente da Lui, si rinnova e viene inviata: la Chiesa vive dell’eucaristia.

2. Il triennio eucaristico ha risvegliato nella nostra comunità diocesana la consapevolezza che la Chiesa nasce dall’Eucaristia. Nel primo anno del nostro cammino diocesano (2023-2024) si è
soffermato sul tema “L’Eucaristia: incontro con l’umanità di Cristo”, che ci ha aiutato a riscoprire l’essenziale: l’Eucaristia non è un rito, ma un incontro vivo con Cristo, che assume la nostra
umanità e la trasforma. La fede nasce sempre da questo incontro personale e reale. Il secondo anno, “L’Eucaristia: luogo della santità ospitale” (2024-2025), ci ha mostrato che l’Eucaristia genera una Chiesa che diventa comunione concreta e ospitale. La santità non è separazione, ma capacità di accoglienza, di fraternità, di guarigione delle relazioni. Una Chiesa eucaristica è una Chiesa che fa spazio all’altro. Il terzo anno, “L’Eucaristia: luogo di missione” (2025-2026), ha rivelato la dimensione decisiva: l’Eucaristia invia. La celebrazione termina con un mandato missionario: “Andate”. Dall’Eucaristia nasce una Chiesa che esce, che testimonia, che si fa prossima nel mondo.

3. In questo triennio abbiamo compreso che l’Eucaristia è il principio generativo della Chiesa: la sua sorgente, la sua forma e la sua missione. Il nostro cammino trova oggi un forte sostegno nelle parole di Papa Leone XIV, che richiama tutta la Chiesa a una priorità decisiva: “riportare al centro il Vangelo”. È questa l’urgenza della Chiesa oggi: non aggiungere, ma tornare all’essenziale; non moltiplicare attività, ma rinnovare l’incontro con Cristo. Il Papa ci invita a chiederci quale volto di Dio traspare nelle nostre comunità: nella predicazione, nella catechesi, nella liturgia e nella carità. La questione decisiva non è organizzativa, ma spirituale: favorire l’incontro vivo con il Signore. Particolare attenzione viene data all’iniziazione cristiana, che non può ridursi a preparazione ai sacramenti, ma deve essere riscoperta come cammino di vita nel Battesimo, realtà viva che accompagna tutta l’esistenza del credente. Il Papa ci invita anche a uno sguardo nuovo: non fermarsi ai dati di crisi o alle difficoltà, ma imparare a vedere con gli occhi di Dio, riconoscendo che lo Spirito continua ad agire nella storia, spesso in modo nascosto.

4. Il cuore del nostro cammino sinodale sarà l’ascolto: ascolto di Dio, del Popolo di Dio e dei segni dei tempi. Una Chiesa che ascolta non si chiude, ma diventa luogo di discernimento e
missione. L’ascolto vero trasforma le comunità e permette di leggere la realtà non come problema, ma come luogo di Dio. Il Papa sottolinea che la partecipazione è essenziale alla vita della Chiesa: non è organizzativa, ma un’esigenza della comunione e della missione. Essa coinvolge i diversi carismi e ministeri e chiede una reale corresponsabilità. La fecondità della Chiesa non si misura con criteri di numero o di potere, ma con la logica evangelica della piccolezza, nella quale Dio opera con forza. Da qui nasce – come ci ricorda Papa Leone – un invito forte e liberante: il coraggio dell’essenziale! Il coraggio:

  • di comunità meno preoccupate di conservare e più libere di annunciare Cristo,
  • di una catechesi come iniziazione alla vita cristiana,
  • di parrocchie accoglienti e missionarie,
  • di organismi di partecipazione vivi,
  • di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande,
  • il coraggio di lasciarsi evangelizzare dai poveri.

5. Solo una Chiesa radicata in Cristo può vivere questo coraggio. Le tre parole che devono accompagnarci nella preparazione del nostro Sinodo: rinnovare, innovare, ascoltare. Alla luce di
questo cammino, il Sinodo è chiamato ad articolarsi attorno a tre parole fondamentali.

a) Rinnovare: “Rinnovarsi” significa tornare al Vangelo: Parola, Eucaristia e carità. La domanda decisiva è: le nostre comunità generano fede o solo abitudini?
b) Innovare: “Innovare” non è seguire mode, ma trovare forme nuove per annunciare il Vangelo oggi. Serve una Chiesa semplice, vicina, corresponsabile, capace di uscire e di abitare il mondo.
c) Ascoltare: Il Sinodo è “ascolto” di Dio, della realtà e delle persone. Particolare attenzione ai giovani, che non cercano risposte prefabbricate, ma autenticità e testimonianza.
Il cammino sarà fecondo solo se la misericordia diventerà lo stile ordinario della Chiesa. Una Chiesa che accoglie prima di giudicare, che comprende prima di escludere, che ascolta prima di
chiudere.

Carissimi,
torniamo all’immagine che ha aperto il nostro cammino verso il Sinodo: il mandorlo che fiorisce (Geremia 1, 11-12). Fiorisce quando tutto sembra ancora inverno. Il Sinodo è chiamato a
riconoscere questo fiorire discreto dell’opera di Dio nelle nostre comunità. Consegno a tutti una parola semplice e decisiva: “Siate tutti suoi” (San Giovanni d’Avila). Prima di ogni progetto e di
ogni riforma, siamo chiamati a rinnovare l’appartenenza a Cristo. Solo una Chiesa che gli appartiene può rinnovarsi, innovare e ascoltare.

Vi accompagno con la mia preghiera e vi benedico di cuore.

Melfi, 6 giugno 2026 – Primi Vespri della Solennità del Corpo e Sangue del Signore

✠ Ciro Fanelli
Vescovo