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La Curia diocesana

DIOCESI DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

La Curia diocesana

26 ottobre 2026

Al servizio del Vescovo e della Chiesa diocesana

La Curia diocesana non è anzitutto un apparato amministrativo. È una comunità di persone, presbiteri, diaconi, consacrati e fedeli laici, che collaborano con il Vescovo nel suo ministero di insegnare, santificare e guidare il popolo di Dio a lui affidato.

Il Codice di Diritto Canonico la definisce come l’insieme degli organismi e delle persone che aiutano il Vescovo nel governo dell’intera diocesi. Questo aiuto si esprime soprattutto nel dirigere l’azione pastorale, nel curare l’amministrazione e nell’esercitare la potestà giudiziale (can. 469).

Una struttura a servizio della comunione

La Curia esiste perché la diocesi possa vivere come una sola famiglia, nella varietà delle sue comunità, delle zone pastorali e delle aggregazioni ecclesiali. Gli uffici e i servizi non sostituiscono la vita delle parrocchie, ma la sostengono con orientamenti, strumenti, formazione e accompagnamento.

Il Vescovo coordina l’attività della Curia, perché tutti gli uffici concorrano in modo armonico al bene della diocesi (can. 473 §1). Può affidare questo coordinamento a un Moderatore della Curia (can. 473 §2) e costituire un Consiglio episcopale, formato dai Vicari, per favorire un’azione pastorale unitaria (can. 473 §4).

Le principali figure della Curia

  • Il Vicario generale e i Vicari episcopali collaborano con il Vescovo nel governo della diocesi. Il primo opera sull’intero territorio; i secondi in un settore determinato, in una zona o per un gruppo di fedeli (cann. 475–481).
  • Il Cancelliere e il Vice-cancelliere curano la redazione, la spedizione e la custodia degli atti di Curia, e ne attestano l’autenticità (cann. 482–484). Gli atti destinati a produrre effetti giuridici sono sottoscritti dall’Ordinario e dal Cancelliere o dal Vice-cancelliere (can. 474).
  • L’Archivio diocesano conserva la memoria della Chiesa locale, custodendo secondo norme precise i documenti della diocesi e delle parrocchie (cann. 486–491).
  • Il Consiglio per gli affari economici e l’Economo assicurano un’amministrazione dei beni trasparente e conforme alle finalità della Chiesa (cann. 492–494).
  • Il Tribunale ecclesiastico esercita la potestà giudiziale secondo l’ordinamento vigente.

Gli ambiti dell’azione pastorale

Per favorire un lavoro coordinato, gli uffici e i servizi della Curia sono raccolti in quattro ambiti. Ciascuno fa riferimento a un responsabile, che può essere un Vicario episcopale (cann. 476–477). All’interno di ogni ambito gli uffici collaborano tra loro e con le comunità parrocchiali e zonali.

1. Ambito della formazione

Accompagna la crescita nella fede delle persone in ogni età e condizione, attraverso l’annuncio, la catechesi, l’educazione e il discernimento vocazionale.

2. Ambito della vita cristiana

Cura la vita della comunità nella celebrazione, nella famiglia, nelle diverse vocazioni e nell’apertura missionaria.

3. Ambito della dimensione sociale

Esprime la presenza della Chiesa nella società attraverso la carità, l’impegno per la giustizia e la comunicazione.

4. Ambito dell’amministrazione

Assicura una gestione dei beni ecclesiastici trasparente e responsabile, ordinata al culto, al sostentamento del clero, all’apostolato e alla carità (can. 1254). Opera in collaborazione con il Consiglio per gli affari economici e con l’Economo.

Restano a servizio di tutti gli ambiti la Cancelleria, con l’Archivio diocesano, e il Tribunale ecclesiastico.

Lo stile del servizio

Chi è chiamato a un ufficio di Curia viene nominato dal Vescovo (can. 470). Si impegna ad adempiere fedelmente l’incarico e a mantenere il segreto nei limiti e nei modi stabiliti dal diritto o dal Vescovo (can. 471). È la forma concreta di una responsabilità vissuta nella fiducia, nella discrezione e nella corresponsabilità.

In sintonia con il Sinodo diocesano «Per essere un cuor solo e un’anima sola», indetto il 5 ottobre 2025 e aperto solennemente l’11 ottobre 2026, la nostra Curia desidera essere sempre più un luogo di ascolto e di accoglienza, che aiuti sacerdoti, comunità e fedeli a trovare risposte, sostegno e collaborazione.

Di seguito è riportato l’organico della Curia diocesana, con i nomi dei responsabili e i riferimenti per contattare ciascun ufficio.

SCARICA L’ORGANICO DELLA CURIA VESCOVILE E DEGLI UFFICI DIOCESANI

PROVVEDIMENTI E NOMINE

DIOCESI DI MELFI-RAPOLLA-VENOSA

 PROVVEDIMENTI E NOMINE

PER IL TRIENNIO 2026-2029

 

Facendo seguito al decreto del 19 marzo 2025, con il quale, essendo in corso la Visita Pastorale, confermavo donec aliter provideatur i responsabili degli uffici giunti alla scadenza canonica, attesa la disponibilità dei singoli responsabili e considerato che si è aperto il Sinodo diocesano, ho provveduto a nominare ad triennium: (2026-2029):

VICARIO GENERALE

  • Vicario Generale – Moderatore di Curia: Mauro Gallo

VICARI EPISCOPALI

  • Vicario episcopale per la Pastorale della Formazione: Antonio Mario Leva
  • Vicario episcopale per la Pastorale Sociale e della Legalità: don Michele Cavallo
  • Vicario episcopale per la Pastorale Giuridico-Amministrativa: don Francesco Distasi

VICARI ZONALI

  • Zona pastorale di Melfi: Mauro Gallo
  • Zona pastorale di Rionero: don Giuseppe Cacosso
  • Zona pastorale di San Fele: Alberto Vecchione
  • Zona pastorale di Venosa: Anicet Rafaralahimanana, O.SS.T.

VICARIO GIUDIZIALE

  • Vicario giudiziale – Tribunale Ecclesiastico Diocesano: don Francesco Distasi

AMBITO DELLA PASTORALE DELLA FORMAZIONE

  • Direttore dell’Ufficio Catechistico: Angela Boccomino
  • Vice-direttore dell’Ufficio Catechistico: Savina Buccino
  • Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico: Antonio Mario Leva
  • Direttore dell’Ufficio per la Pastorale Scolastica e l’Insegnamento della Religione: Riccardo Rigante
  • Responsabile diocesano IRC: Donato Mare
  • Direttore dell’Ufficio Liturgico: don Danilo Giuseppe Marino
  • Presidente della Commissione Musica Sacra: Antonio Mario Leva

AMBITO DELLA PASTORALE DELLA VITA

  • Direttori dell’Ufficio per la Pastorale Familiare: coniugi Raffaele e Matilde Tummolo
  • Vice-direttori dell’Ufficio per la Pastorale Familiare: coniugi Francesco e Antonella Lillo
  • Direttore dell’Ufficio per la Pastorale delle Vocazioni: don Davide Endimione
  • Incaricato del Servizio per la Pastorale Giovanile: don Davide Endimione
  • Delegato vescovile per la Vita Consacrata: Anicet Rafaralahimanana, O.SS.T.
  • Presidente della Consulta diocesana delle Aggregazioni Laicali: Erminia Pantaleo

AMBITO DELLA PASTORALE SOCIALE E DELLA LEGALITÀ

  • Direttore dell’Ufficio per la Pastorale Sociale e la Legalità: Maria Donatina Allamprese
  • Direttore della Caritas Diocesana: Alberto Vecchione
  • Direttore dell’Ufficio per le Comunicazioni Sociali: don Rocco Di Pierro
  • Direttore del Servizio per la Pastorale Carceraria: Giuseppe Cappello, O.F.M. Conv.
  • Responsabile dell’Ufficio per la Pastorale del Tempo libero, Turismo e Sport: Liberato Canadà

AMBITO DELLA PASTORALE GIURIDICO-AMMINISTRATIVA

  • Direttore dell’Ufficio Legale: Luigi Sasso
  • Direttore dell’Ufficio Tecnico: Geremia Russo Spena
  • Direttore dell’Ufficio dei Beni Culturali e l’Edilizia di Culto: Ciro Guerra
  • Delegato Vescovile per il polo diocesano M.A.B. (Musei-Archivi-Biblioteche): Ciro Guerra
  • Direttore del Museo diocesano: don Samuè Francesco Pio Cripezzi
  • Direttore dell’Archivio diocesano: don Saverio De Rosa
  • Direttore della Biblioteca diocesana: don Saverio De Rosa
  • Responsabile del Servizio per la Tutela dei Minori: don Francesco Distasi
  • Responsabile del Servizio Informatico: Michele Ficarazzi

Melfi, 22 ottobre 2026 – memoria di S. Giovanni Paolo II, papa

✠ Ciro Fanelli
Vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa


Rispetto. Generare relazioni autentiche.

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

RISPETTO. GENERARE RELAZIONI AUTENTICHE

Ai Docenti di Religione Cattolica

Ai Catechisti e alle Catechiste

Agli Educatori e agli Animatori

Ai Responsabili di Pastorale Familiare e di Pastorale Giovanile

e, p.c., ai Reverendi Parroci

 

CONVEGNO REGIONALE SULLA TUTELA DEI MINORI E DEGLI ADULTI VULNERABILI

VENERDÌ 23 OTTOBRE 2026

Carissimi,

  1. «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli» (Mt 18,10). Desidero raggiungervi con questa parola del Signore, che consegna a ogni discepolo una responsabilità alla quale nessuno di noi può sottrarsi. Come già vi è stato comunicato dal nostro Servizio diocesano per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, che ringrazio di cuore per la dedizione e la competenza con cui accompagna questo delicato ambito della vita ecclesiale, venerdì 23 ottobre 2026, dalle ore 16.30 alle 19.00, presso l’Auditorium Cecilia del Centro per la Creatività, in Contrada Santa Venere a Tito (PZ), si terrà il II Convegno Regionale sulla Tutela dei Minori e degli Adulti Vulnerabili, promosso dalla Conferenza Episcopale di Basilicata attraverso il Servizio Interdiocesano per la Tutela dei Minori. Con questa lettera non intendo semplicemente rinnovare un invito, ma condividere con voi, come padre e pastore, le ragioni profonde per le quali ritengo questo appuntamento un passo necessario per chiunque, nella nostra Chiesa, abbia ricevuto il mandato di accompagnare i più piccoli e i più fragili.
  2. Domenica 11 ottobre, nella nostra Cattedrale di Melfi, abbiamo aperto il primo Sinodo della nostra Chiesa diocesana, affidandolo alla Parola degli Atti degli Apostoli: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32). Il tema del Convegno, «Rispetto. Generare relazioni autentiche», tocca il cuore stesso di questo cammino. Non può esserci un cuore solo e un’anima sola senza il rispetto di ciascuno: la comunione che cerchiamo non è uniformità, ma la gioia di riconoscere l’altro nella sua dignità di figlio di Dio e di custodirlo, soprattutto quando è piccolo e indifeso. Papa Leone XIV ci ha ricordato che, nella visione cristiana, il rispetto «è una forma esigente della carità»: custodire l’altro senza appropriarsene, accompagnarlo senza dominarlo, servirlo senza umiliarlo. Una comunità che desidera camminare insieme deve essere, prima di tutto, una casa sicura.
  3. Non possiamo, del resto, dimenticare la ferita che la Chiesa ha attraversato e continua ad attraversare a motivo degli abusi commessi da chierici, religiosi e laici, e talvolta coperti da silenzi e omissioni. Ogni abuso è un tradimento della fiducia e un’offesa a Cristo stesso, che si è identificato con i piccoli; ogni vittima è un membro sofferente del Corpo di Cristo, e «se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1Cor 12,26). Papa Francesco, nella Lettera al Popolo di Dio del 20 agosto 2018, ci ha chiesto di assumere questo dolore come comunità intera, con vergogna e pentimento, consegnandoci una consapevolezza che non possiamo smarrire: «Guardando al passato, non sarà mai abbastanza ciò che si fa per chiedere perdono e cercare di riparare il danno causato. Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi». La nostra prima parola è dunque per quanti sono stati feriti: a loro vanno la nostra vicinanza, la nostra disponibilità all’ascolto e l’impegno a porli sempre al centro della nostra azione pastorale.
  4. Proprio per questo la tutela non può essere affidata all’improvvisazione né alla sola buona volontà. Le Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della Conferenza Episcopale Italiana chiedono che in ogni comunità cresca una vera e propria cultura della tutela, alimentata da una formazione seria, condivisa e permanente di tutti coloro che, a vario titolo, operano accanto ai minori e alle persone fragili. Lo ha ribadito con forza il Motu proprio Vos estis lux mundi: «I crimini di abuso sessuale offendono Nostro Signore, causano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e ledono la comunità dei fedeli»; e ancora: «Perché tali fenomeni, in tutte le loro forme, non avvengano più, serve una continua e profonda conversione dei cuori, attestata da azioni concrete ed efficaci che coinvolgano tutti nella Chiesa». Formarsi significa imparare a riconoscere i segnali del disagio e della sofferenza, conoscere i comportamenti da adottare e quelli da evitare, saper accogliere con delicatezza una confidenza e sapere a chi rivolgersi, custodire con responsabilità anche gli ambienti digitali, oggi sempre più abitati dai ragazzi. È un dovere che nasce dalla carità prima ancora che dalle norme: chi ama si prepara, per non far mancare a chi gli è affidato un aiuto competente e sicuro.
  5. Allo stesso modo siamo chiamati a vigilare. Il Signore ripete ai suoi discepoli: «Vegliate» (Mc 13,37). La vigilanza evangelica non è sospetto né diffidenza, ma attenzione amorevole: è lo sguardo del buon pastore che conosce le sue pecore, si accorge di chi si smarrisce e non lascia nessuno solo. Vigilare significa rendere trasparenti i nostri luoghi e le nostre relazioni, rifiutare ogni forma di abuso di potere, di coscienza e spirituale, non voltarsi dall’altra parte quando qualcosa ci inquieta. È lo stile di una Chiesa che, come insegna il Motu proprio Come una madre amorevole, «ama tutti i suoi figli, ma cura e protegge con un affetto tutto particolare quelli più piccoli e indifesi». Accanto ai minori, questa cura deve estendersi agli adulti vulnerabili: le persone con disabilità, gli anziani soli, quanti vivono fragilità psichiche o situazioni di dipendenza affettiva, economica o spirituale. Prenderci realmente cura di loro è la verifica più autentica della nostra fede: è lo stile del Buon Samaritano, che si ferma, si china e si fa carico.
  6. In questo primo anno sinodale siamo chiamati a «osservare e interpretare» la vita delle nostre comunità. Vi ho chiesto di rinnovare e di rinnovarci, di ascoltare tutti, in particolare i giovani. Ascoltare davvero i ragazzi significa anche costruire ambienti educativi limpidi e accoglienti: le nostre parrocchie, gli oratori, i gruppi associativi, i cori e i ministranti, i campi scuola e le attività estive, le aule scolastiche e i luoghi dello sport devono essere, senza eccezioni, spazi nei quali ogni bambino, ogni ragazzo e ogni persona fragile possa sentirsi accolto, rispettato e al sicuro. Il Convegno di Tito è un’occasione preziosa per educare questo sguardo, che è già discernimento sinodale.
  7. È a voi, in modo particolare, che questo appello si rivolge. Docenti di religione, catechisti, educatori, animatori, responsabili di pastorale familiare e giovanile: ogni giorno, nelle aule, nei percorsi di iniziazione cristiana, negli oratori e accanto alle famiglie, siete per tanti ragazzi il volto concreto della Chiesa, il primo riferimento di fiducia dopo i genitori. Il Servizio diocesano per la tutela non può operare da solo: ha bisogno di voi, del vostro sguardo, della vostra competenza e della vostra corresponsabilità, come il Sinodo ha bisogno del contributo di tutti. Ancora Papa Francesco ci ricorda che «è impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio». Ci guiderà la dott.ssa Chiara Griffini, psicologa forense, consultore del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e Presidente del Servizio Nazionale per la Tutela dei Minori della CEI: sarà l’occasione per ascoltare chi accompagna questo cammino a livello nazionale e per confrontarci sulle buone prassi da vivere nelle nostre parrocchie, nelle unità pastorali e nelle scuole.
  8. Vi chiedo, pertanto, di considerare questo appuntamento non come un adempimento, ma come parte integrante del vostro servizio ecclesiale e del nostro cammino sinodale, una tappa di quel percorso formativo che, con l’aiuto del Servizio diocesano, desideriamo rendere sempre più stabile nelle nostre comunità. Invito i Reverendi Parroci a favorire e sostenere la partecipazione dei loro collaboratori, e gli animatori sinodali parrocchiali a farsi eco di quanto ascolteremo, perché diventi materia di riflessione e di discernimento nei gruppi sinodali.
  9. Affido ciascuno di voi e il vostro prezioso ministero educativo alla Vergine Maria, Madre della Chiesa, che ha custodito con amore il Bambino Gesù, e all’intercessione di San Giovanni Paolo II, che oggi la Chiesa ricorda, perché la nostra Chiesa di Melfi-Rapolla-Venosa cresca sempre più come comunità di un cuore solo e un’anima sola, dove i più piccoli e i più fragili siano accolti, protetti e amati. Con gratitudine e affetto, di cuore vi benedico.

Melfi, dalla Sede vescovile, 22 ottobre 2026
Memoria di San Giovanni Paolo II, papa

✠ Ciro Fanelli
Vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa

 

 


Lettera ai figli di questa Chiesa che soffrono

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

Lettera ai figli di questa Chiesa che soffrono

«Ho osservato la miseria del mio popolo… ho udito il suo grido» (Es 3,7)

 

Carissimi fratelli e sorelle del Vulture-Melfese e dell’Alto Bradano,

«Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo» (1Cor 1,3). Vi scrivo dalla cappella della casa vescovile di Melfi, dopo essermi fermato, come ogni sera, in preghiera sul Vangelo di oggi. Davanti al Signore ho portato i volti, i nomi e le fatiche di tante famiglie della nostra terra, e da lì desidero far giungere a ciascuno di voi una parola di vicinanza, in un tempo che per molti è particolarmente faticoso. Il Dio della Bibbia è un Dio che vede, ascolta e conosce la sofferenza del suo popolo (cf. Es 3,7): per questo la sua Chiesa non può essere distratta.

UNA TELEFONATA DIVENTATA LETTERA
Qualche giorno fa mi ha telefonato Donato, agricoltore di Gaudiano, per chiedermi di continuare a essere vicino agli agricoltori di Lavello e del Vulture. Le sue parole mi hanno accompagnato in questi giorni e sono all’origine di questa lettera. Presto ci incontreremo, come concordato. Prima di quell’incontro, però, desidero assicurare a lui e a tutti voi che questa vicinanza c’è e non è di circostanza: la Chiesa fa sue le vostre preoccupazioni e le accompagna con la preghiera e con l’impegno. Il Concilio lo ha detto con parole che non smettono di interpellarci: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» (Gaudium et spes, 1).
Sono giorni significativi per la nostra diocesi. A Melfi abbiamo da poco aperto il Sinodo diocesano e la prossima settimana inaugureremo il campanile monumentale. Ringrazio il Signore per questi doni e, insieme, sento che non possiamo viverli senza pensare a chi è in difficoltà. Un campanile chiama a raccolta il popolo di Dio: le sue campane non suonano soltanto per chi è già in chiesa, ma per tutti, e ci ricordano che nessuno deve sentirsi fuori dalla comunità. Il cammino sinodale ci chiede proprio questo: essere una Chiesa che cammina insieme, attenta alle persone, che non lascia indietro nessuno. Oggi molte famiglie fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, e questa fatica ci riguarda, perché «se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1Cor 12,26).

LA PAROLA CHE ILLUMINA IL NOSTRO TEMPO
Nel Vangelo di oggi (Lc 12,13-21) Gesù racconta di un uomo ricco che, davanti a un raccolto abbondante, pensa soltanto ad allargare i propri magazzini. E ammonisce: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede» (Lc 12,15). È una parola che giudica ogni logica di accumulo che dimentica gli altri e che ci invita ad arricchirci «presso Dio» (Lc 12,21), cioè nella condivisione e nella giustizia.
Quest’anno, per molti agricoltori e lavoratori del Vulture, il frutto del lavoro non basta più a coprire i costi. Sono persone che chiedono semplicemente di poter vivere di ciò che fanno, come promette il Salmo: «Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene» (Sal 128,2); persone che attendono di veder compiuta la speranza del profeta: «Costruiranno case e le abiteranno, pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto» (Is 65,21). La terra, che il Signore ha affidato all’uomo «perché la coltivasse e la custodisse» (Gen 2,15), è dono per tutti e chiede che il lavoro di chi la coltiva sia riconosciuto e rispettato.
È giusto, allora, chiederci con serenità e franchezza in che misura le risorse della nostra terra, che dal suo sottosuolo offre energia all’intero Paese, portino beneficio a chi vi abita. Non spetta a me stabilire il prezzo del gasolio, né indicare soluzioni tecniche che appartengono ad altri. Ma posso, e devo, ascoltarvi, condividere le vostre preoccupazioni e cercare con voi vie di speranza, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, che ricorda come «il lavoro è per l’uomo, e non l’uomo per il lavoro» (san Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 6).

IN COMUNIONE CON LA CHIESA CHE È IN BASILICATA
Non vi scrivo da solo. Sabato scorso, 17 ottobre, i Vescovi della Conferenza Episcopale di Basilicata hanno diffuso una nota sulla situazione creata dal caro carburante, che sento profondamente mia e che vi invito a leggere e a meditare nelle comunità. I Vescovi lucani osservano che il caro-vita, alimentato dai continui rincari del carburante e dall’aumento dei costi di produzione, «tocca la carne viva e spesso sofferente di tutti i cittadini». Ricordano che l’agricoltura e il trasporto merci, in una regione fatta in gran parte di aree interne, non sono soltanto comparti economici, ma «rappresentano anche una prospettiva e un’occasione di futuro». E danno un nome a una ferita che molti di voi mi hanno confidato: la «solitudine sociale» di chi si sente senza voce e senza rappresentanza. È una situazione, scrivono, che «non può lasciare nessuno indifferente».
Con i miei confratelli Vescovi faccio mio l’appello rivolto al Governo e alla Regione perché, ciascuno secondo le proprie competenze, affrontino il peso dei costi del carburante e ne valutino le ricadute sull’agricoltura e sui trasporti, tenendo presente ciò che è davvero in gioco per i territori lucani: «la continuità e la salvaguardia del lavoro, insieme alla loro più autentica vitalità». Le strade bloccate e le code sono soltanto la parte visibile di una fatica più profonda, che chiede di essere ascoltata prima ancora che gestita.

VOLTI E NOMI
Penso in particolare ad alcune persone, la cui situazione è quella di molti. Il Signore ci chiama per nome (cf. Is 43,1), e per nome desidero ricordarle.
Donato, dopo la siccità dello scorso anno, si trova ora davanti a costi che non riesce più a sostenere: gli auguro di poter continuare a coltivare la sua terra e gli assicuro che la comunità cristiana non lo lascerà solo.
Giacinto ha il camion fermo sulla Bradanica. Difendere il proprio lavoro è un diritto, e apprezzo che la protesta si stia svolgendo nel rispetto di tutti, come dimostra la scelta di sospendere il presidio durante la festa di Melfi. Incoraggio a custodire questo stile pacifico e responsabile: dà forza alle ragioni di chi protesta e rispetta chi deve mettersi in viaggio per lavoro, per studio o per curarsi.
Massimo studia agraria a Bologna e si chiede se potrà tornare: il Vulture avrà bisogno di giovani preparati come lui. A lui e ai tanti giovani partiti per studiare o lavorare dico: non smettete di pensare a questa terra come a una casa a cui tornare, e non soltanto come a un luogo da cui partire.
Marisa ogni mese deve far quadrare affitto, bollette, spesa e libri per i figli. A lei, e a chi vive la stessa situazione, dico di non esitare a chiedere aiuto alle nostre comunità: bussare alla porta della solidarietà cristiana non è un’umiliazione, è il segno che siamo una famiglia.

UNA CHIESA CHE PORTA I PESI
Chiedo a tutta la comunità ecclesiale, ai sacerdoti e ai diaconi, alle religiose e ai religiosi, ai consigli pastorali, alle Caritas parrocchiali, alle associazioni e ai movimenti, di essere vicina, con discrezione e concretezza, agli agricoltori, agli autotrasportatori e alle famiglie in difficoltà. Le nostre parrocchie siano luoghi in cui la fatica si può dire senza vergogna e trovare ascolto. L’ascolto di queste situazioni sarà parte del nostro cammino sinodale: i gruppi sinodali raccolgano queste voci, perché camminare insieme significa anche obbedire alla parola dell’Apostolo: «Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2). Sappiamo bene che la carità non sostituisce la giustizia, né può supplire alle responsabilità di chi governa; ma una comunità che si fa prossima impedisce che qualcuno resti solo con il proprio peso.
Domenica prossima, 25 ottobre, vi invito a pregare in tutte le Messe per il mondo del lavoro e per la nostra terra, perché a ciascuno siano garantiti un lavoro dignitoso e la possibilità di costruire qui il proprio futuro. La Parola di quella domenica ci verrà incontro: nel libro dell’Esodo il Signore chiede di non opprimere chi è nel bisogno e assicura che ascolterà il suo grido (cf. Es 22,20-26); nel Vangelo Gesù unisce in un solo comandamento l’amore per Dio e l’amore per il prossimo (cf. Mt 22,34-40). Propongo che nella preghiera dei fedeli si aggiunga questa intenzione:

Per gli agricoltori, gli autotrasportatori e tutti i lavoratori della nostra terra, e per le loro famiglie: perché, sostenuti dalla solidarietà delle comunità e da scelte giuste di chi governa, possano vivere con dignità del frutto del loro lavoro e costruire qui il loro futuro. Preghiamo.

A quanti hanno responsabilità di governo rinnovo l’invito ad ascoltare con attenzione la voce della nostra gente e a offrire risposte concrete e tempestive, tenendo presenti le famiglie e le comunità che desiderano continuare a vivere e lavorare con dignità in questa terra. Il bene comune si misura sempre dalla condizione dei più fragili.
Il motto che ho scelto per il mio ministero, Omnia propter Evangelium, «tutto io faccio per il Vangelo» (1Cor 9,23), mi ricorda che anche questa vicinanza è annuncio: il Vangelo diventa credibile quando si fa carne nella vita concreta delle persone.
Affido tutti voi all’intercessione di Maria e di Giuseppe di Nazaret, perché sostengano la nostra speranza e ci insegnino a camminare insieme.
Vi benedico con affetto.
Melfi, 19 ottobre 2026

✠ Ciro Fanelli
Vescovo


Con gioia e gratitudine

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

Con gioia e gratitudine

 

Accolgo con gioia e gratitudine la nomina, conferitami dal Consiglio Permanente della CEl il 23 settembre u.s. , quale membro della Commissione per le Migrazioni.

Ringrazio il Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana, S.E. Mons. Davide Carbonaro, Presidente della Conferenza Episcopale di Basilicata, per le parole di sostegno, i confratelli Vescovi della CEB e tutta la mia Diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa per la vicinanza e la preghiera.

Affido questo servizio al Signore e alla protezione della Vergine Maria: porterò nella Commissione lo sguardo della nostra terra di Basilicata e l’attenzione sviluppata nelle diocesi lucane verso i più fragili, in particolare verso i minori e le famiglie dei migranti e dei rifugiati.

Chiedo il vostro sostegno nella preghiera. Grazie di cuore.

Melfi, 24 settembre 2026

+ Ciro Fanelli
Vescovo

La comunione: dono e responsabilità – ASSEMBLEA DIOCESANA VERSO IL PRIMO SINODO

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

La comunione: dono e responsabilità

ASSEMBLEA DIOCESANA VERSO IL PRIMO SINODO
RIONERO – CHIESA DI SAN GERARDO – 18 SETTEMBRE 2026

 

 

Carissimi fratelli e sorelle,
carissimi sacerdoti,
religiosi e religiose, diaconi,
animatori sinodali, membri dei Consigli Pastorali e fedeli laici,

domani sera, venerdì 18 settembre, ci attende a Rionero, nella Chiesa di San Gerardo, alle ore 19:30, la nostra Assemblea in vista del primo Sinodo diocesano.

Vorrei raggiungere ciascuno con un invito semplice ma suadente, come quello rivolto da Gesù ai primi discepoli: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini» (Mc 1, 17). Non è uno dei tanti incontri organizzati dalla Diocesi, ma un primo passo significativo verso il nostro Sinodo diocesano (11 ottobre 2026). Viviamolo con entusiasmo, fiducia e cuore aperto a ciò che lo Spirito Santo vorrà suggerirci (cfr. Ap. 3, 13-22).

Il Sinodo non è “qualcosa che la Diocesi organizza”: il Sinodo siamo noi, con al centro Gesù, «Via, Verità e Vita». Il Sinodo è il cammino che facciamo insieme, ascoltando il Vangelo per imparare sempre più a essere Chiesa, famiglia, «un cuor solo e un’anima sola» (At 4,32).

La comunione è possibile

Vorrei consegnarvi una certezza: la comunione è possibile, sempre. Non perché siamo capaci di costruirla da soli o di risolvere ogni difficoltà, ma perché è un dono che il Signore ci ha già fatto. Cristo ci ha chiamati a essere un solo corpo e un solo popolo (Ef 4,4-6); lo Spirito Santo è già all’opera nelle nostre comunità.

Il nostro compito, dunque, non è partire da zero, ma riconoscere, accogliere, custodire e far crescere questo dono (cfr. Lc 17, 20-21). C’è già tanta comunione nelle nostre parrocchie: nei sacerdoti che donano la vita, nelle famiglie accoglienti, nei giovani, nei volontari, nelle persone che si prendono cura degli altri e nelle comunità vicine alle fragilità (cfr. Mt 25).

Forse non sempre la vediamo, perché ci soffermiamo sulle difficoltà e su ciò che manca. Il Signore ci invita a cambiare sguardo (cfr. Mt 13, 24 e ss). Ma la comunione, come ogni dono prezioso, è fragile e va custodita attraverso ascolto, perdono, accoglienza, pazienza e corresponsabilità (cfr. 2 Cor 4,7).

Non pensiamo dunque che la “comunione” sia «l’Isola che non c’è», come canta Bennato: non è un’utopia. È il dono che c’è (cfr. LG 1). Il Sinodo non viene ad inventarla, ma ad aiutarci a riconoscerla e a farla crescere. Non una Chiesa perfetta, ma una Chiesa capace di vivere l’unità senza avere paura delle differenze, accogliendo e ascoltando ogni persona (cfr. Gv 13, 34-35).

Le Comunità pastorali: uno stile di pastorale unitaria e di accoglienza

Anche le Comunità pastorali vogliamo riscoprire non soltanto come organizzazione, ma come stile di Chiesa: accoglienza, fraternità, condivisione e corresponsabilità. Non basta mettere insieme parrocchie e gruppi: occorre imparare a riconoscerci fratelli, aprire le porte, fare spazio all’altro e camminare insieme.

In questo spirito accoglieremo tra noi due fratelli presbiteri che condividono con noi la ricchezza dei loro cammini: don Mario Santangelo, del Cammino Neocatecumenale, e padre Alfredo Marchello, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini di Puglia. La loro presenza sia un dono di confronto, ascolto e apertura ai diversi carismi che lo Spirito suscita nella Chiesa.

Partiamo insieme!

Carissimi, partiamo insieme con entusiasmo e senza paura. Veniamo all’Assemblea non da spettatori, ma da protagonisti. Portiamo il volto delle nostre comunità, le loro speranze, fatiche e domande, perché il Sinodo nasca dalla vita e ritorni alla vita. Al termine di questo primo passo potremo dire: «Ci siamo incontrati. Ci siamo ascoltati. Ci siamo accolti. Abbiamo iniziato a camminare insieme».

Affidiamo questo cammino al Signore e alla Vergine Maria, donna dell’ascolto e della comunione. Ella ci insegni a fare spazio all’altro e a riconoscere, nella diversità dei volti, la ricchezza dell’unica famiglia.

La “comunione ecclesiale” non è “l’Isola che non c’è”. È il dono che c’è: il dono che abbiamo ricevuto, che siamo chiamati a custodire e che, insieme, possiamo e dobbiamo far crescere.

Vi aspetto a Rionero, nella Chiesa di San Gerardo. Venite con il cuore aperto, con la vostra esperienza, le vostre domande e le vostre speranze. Questo cammino è di tutti noi.

Con gioia, fiducia e speranza, camminiamo insieme. Vi abbraccio e vi benedico.

Melfi, 17 settembre 2026 – Memoria delle Stimmate di San Francesco

 

+ Ciro Fanelli
Vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa


CANTIERE DI FUTURO – LA SCUOLA PER “RI-ESISTERE”, INSIEME

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

CANTIERE DI FUTURO

LA SCUOLA PER “RI-ESISTERE”, INSIEME

 

Carissimi ragazzi e carissime ragazze, e voi tutti – dirigenti, docenti, personale non docente – che vivete e animate la comunità scolastica nel territorio della nostra diocesi,

Sarebbe ingenuo augurarci un buon cammino chiudendo gli occhi di fronte alla realtà. Iniziamo questo nuovo anno in un tempo faticoso, attraversato dai venti oscuri di troppe guerre, da difficoltà economiche che provano le famiglie e da un clima diffuso di rabbia e intolleranza. Ferisce profondamente vedere come questo spirito di scontro — innescato dal colore della pelle, dalla fede professata o da una semplice diversità — si insinui talvolta tra i giovanissimi, trasformando la solitudine in aggressività. Come possiamo evitare che i ragazzi cedano al cinismo o alla rassegnazione?

Ci aiutano a ritrovare la bussola alcune immagini forti, capaci di intrecciarsi in un’unica grande visione.

Penso all’immagine che Alessandro D’Avenia, scrittore contemporaneo, trae nel suo ultimo libro dal suo viaggio nell’Odissea (Resisti, cuore): Ulisse, naufrago e sommerso dalle onde, si batte il petto e dice a se stesso: «Resisti, cuore». Non è un invito a subire passivamente, ma a «ri-esistere»: trovare la forza di rinascere ogni volta che ci sentiamo spezzati, restando umani proprio quando tutto attorno spinge alla ferocia.

A questo si unisce la testimonianza profetica di don Lorenzo Milani: la scuola non può ridursi a un freddo “esamificio” o a una semplice sala d’attesa per il mondo del lavoro, che spesso non c’è. È il grande presidio della libertà e della responsabilità, il “cantiere”  in cui si impara a farsi carico degli altri vincendo l’indifferenza. Il vero compito dell’educazione è dare la parola a chi non ce l’ha, affinché ogni persona, a prescindere dalle proprie fatiche di partenza, possa scoprire chi è e conquistare gli strumenti per costruire un mondo migliore e decidere del proprio futuro. E’ anche questa la sfida che come diocesi, attraverso il Sinodo, vogliamo raccogliere a partire da quest’anno: dare a tutti la parola, in modo particolare a voi ragazzi e ragazze.

La scuola diventa così il cantiere in cui si impara a essere liberi per poter “ri-esistere” insieme.

A voi ragazzi chiedo, con il cuore in mano, di avere il coraggio di andare controcorrente. La violenza, il bullismo e il disprezzo non sono prove di forza, ma maschere della paura. Sostituite il pugno chiuso con la mano tesa, la provocazione con il dialogo. L’esperienza di don Milani a Barbiana ci ricorda che la parola è la chiave per diventare liberi: la scuola vi dona le parole per pensare con la vostra testa. Usatele per disarmare l’odio e per fare spazio a chi rimane indietro. Siete fatti per il mare aperto e per grandi sogni, non per soffocare nel rancore e nella rabbia.

Agli insegnanti, ai dirigenti e a tutto il personale scolastico ricordo che voi non trasmettete solo nozioni: voi custodite la democrazia e la speranza. Siate presenze autorevoli animate da passione educativa, capaci di spingere ciascuno oltre i propri limiti senza l’ansia di dover “selezionare”. Insegnate il valore della fatica, la bellezza del pensiero libero e siate capaci di scorgere il fuoco del talento anche dove gli altri vedono solo cenere.

Alle famiglie chiedo di camminare alleati. Scuola e comunità ecclesiale sono unite a voi in un patto educativo necessario per sorreggere i nostri giovani e mostrare loro che il futuro è una promessa da costruire, non una minaccia da temere.

Non permettiamo alle tempeste del presente di spegnere la nostra “magnifica umanità”! Invochiamo la benedizione di Dio, che non ci libera magicamente dalle onde, ma naviga con noi per darci la forza di costruire una comunità più giusta, libera e fraterna. Buon cammino e buon inizio d’anno a tutti noi!

Melfi, settembre 2026

+ Ciro Fanelli
Vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa


COSTITUZIONE DELLE COMUNITA’ PASTORALI NEI COMUNI DI MELFI, RIONERO, VENOSA E LAVELLO

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

AI FEDELI DELLA DIOCESI DI MELFI-RAPOLLA-VENOSA

 

LA COSTITUZIONE DELLE COMUNITA’ PASTORALI
NEI COMUNI DI MELFI, RIONERO, VENOSA E LAVELLO

 

IL SEME DELLA COMUNIONE CHE DIVENTA MISSIONE

«Ecco, il seminatore uscì a seminare» (Matteo 13,3)

 

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,

Entriamo in questi giorni in una pagina di straordinaria grazia per la nostra Chiesa particolare di Melfi-Rapolla-Venosa. Nel giorno luminoso in cui la Chiesa celebra la Natività della Beata Vergine Maria – il primo, dolcissimo germoglio di quella aurora che avrebbe condotto al Salvatore – la nostra diocesi compie un passo coraggioso e storico nel suo cammino pastorale: la costituzione delle “comunità pastorali”.

È un processo che si avvia nel segno di Maria. Ella, che nel silenzio di Nazareth ha custodito il mistero senza possederlo, ci prende per mano in questo “inizio”. La sua nascita ci ricorda che i grandi disegni di Dio passano attraverso la piccolezza di un “sì” filiale, pronunciato con coraggio e senza riserve.

Dio ama gli inizi. Ama ciò che germoglia nel silenzio, racchiuso nella fragile potenza di un seme. Ebbene, con la trepidazione nel cuore e la certezza della guida dello Spirito Santo, desidero annunciare ufficialmente a tutta la comunità diocesana la nascita di quattro grandi Comunità pastorali, che raccolgono in unità organica le parrocchie dei singoli centri cittadini: Melfi, Rionero, Venosa e Lavello.

Non si tratta di una semplice operazione burocratica o di una fredda riorganizzazione amministrativa. È un atto di profonda fiducia nello Spirito Santo e di fedeltà al Vangelo. In questo cammino ci guidano con forza le parole che Papa Leone XIV ha recentemente pronunciato sulla comunione. Il Santo Padre ci ha messo esplicitamente in guardia da ogni forma di «campanilismo diffidente e divisivo», ricordandoci l’urgenza di custodire la comunione «tra le parrocchie e, al loro interno, tra pastori e fedeli, tra i diversi carismi e ministeri».

A questo appello si unisce quanto lo stesso Pontefice ha ribadito nel maggio di quest’anno, nel suo discorso all’Assemblea della CEI, indicandoci la via maestra del «coraggio dell’essenziale». Papa Leone XIV ci ha esortato ad avere il «coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo; il coraggio di organismi di partecipazione vivi; il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande; il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri».

Le quattro nuove Comunità pastorali nascono proprio per concretizzare questi inviti: per superare le frammentazioni, per mettere in circolo i carismi e passare decisamente dalla logica del «mio» a quella del «nostro». Dalla mia parrocchia alla Chiesa diocesana; dal mio piccolo gruppo alla vastità della missione.

Questo passo si inserisce in un orizzonte ancora più vasto e provvidenziale: tra un mese esatto, l’11 ottobre, la nostra Chiesa diocesana vivrà infatti il tempo di grazia dell’apertura del Sinodo diocesano. L’avvio delle Comunità pastorali non è dunque un punto d’arrivo, ma il terreno fertile e il primo atto coraggioso in cui il Sinodo comincia a prendere carne, chiamandoci tutti – pastori, consacrati e laici – a riflettere insieme, a discernere la voce dello Spirito e a ridisegnare con il tratto della corresponsabilità il volto della nostra presenza missionaria sul territorio.

Dobbiamo credere che è possibile fare delle nostre comunità “case e scuole di comunione”, con un volto missionario, in un mondo spesso indifferente ai valori del Vangelo. Questa convinzione non nasce da un facile ottimismo umano o da strategie organizzative, ma dalla certezza incrollabile che il Signore della vita continua a operare in mezzo a noi. Come ci ammonisce con straordinaria efficacia sant’Agostino, ricordandoci che il cuore della Chiesa batte nell’unità dello Spirito: «Chi vuole possedere la carità, possieda l’unità; chi vuole possedere l’unità, possieda la carità». Diventare casa ed educarci a essere scuola di comunione significa proprio questo: superare ogni divisione per fare della nostra appartenenza ecclesiale un corpo vivo, dove la grazia di Cristo ci rende davvero un sol cuore e un’anima sola.

La Chiesa italiana, in questi anni, riflettendo sulla ministerialità e sul volto della Chiesa, ci ha ricordato che la conversione pastorale non consiste semplicemente nel «ritoccare le sagome delle strutture esistenti, ma nel riscoprire la grazia di una Chiesa che si genera nell’ascolto e nella corresponsabilità, dove i battezzati non sono meri utenti di servizi religiosi, ma soggetti attivi della Buona Notizia». Questa è la visione che deve animare le nostre nuove comunità pastorali.

Questa comunione, tuttavia, per essere vera non può ridursi a un enunciato teorico o a una bella proclamazione di principio: essa va vissuta nei fatti, nella concretezza delle relazioni quotidiane. Ce lo ricorda con accorata forza l’apostolo Paolo nel suo celebre “Inno alla carità”: la comunione autentica «è magnanima, è benevola; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse». È questa carità operosa che ci chiede di deporre ogni gelosia parrocchiale e ogni risentimento, perché senza di essa anche le nostre strutture più perfette rimarrebbero soltanto «un bronzo che rimbomba o un cembalo che strepita».

Dobbiamo impegnarci tutti, raccogliendo l’invito che Papa Leone XIV ci ha rivolto all’Angelus, ricordandoci che «nessuno può sentirsi esonerato o spettatore di fronte alla chiamata del Signore, ma ciascuno è chiamato a mettere i propri doni a servizio della comunione e della costruzione del Regno».

A voi, sacerdoti chiamati a reggere queste comunità — penso ai parroci in solido e a tutti i presbiteri coinvolti —, e a voi, laici ed operatori pastorali, chiedo di custodire la docilità filiale di Maria. La grandezza della Chiesa non risiede nell’efficienza delle strutture, ma nella capacità di vivere la comunione fraterna come profezia per il mondo. Nessuno perda la propria identità o la ricchezza del proprio cammino passato: tutto viene custodito sotto lo sguardo della Vergine, inserito in un abbraccio più grande, in un mosaico di corresponsabilità e di unanime annuncio.

Vi sono giorni in cui la terra sembrerà faticosa e le resistenze non mancheranno. Ma ricordiamoci delle parole e dell’esempio di Maria: Ella non conosceva in anticipo l’intero tracciato della sua esistenza, le è bastato fidarsi e compiere il passo successivo.

Iniziamo insieme questo cammino. Il seme è deposto nelle nostre mani; la forza della crescita appartiene unicamente a Dio. Affido le nostre quattro comunità — Melfi, Rionero, Venosa e Lavello — e il cammino sinodale che ci attende alla protezione materna della Vergine Santissima, perché ci ottenga la grazia di essere una Chiesa umile, docile e unita.  A tutti voi, la mia benedizione di padre e di pastore nel nome del Signore.

Melfi, 8 settembre 2026 – Festa della Natività della B.V. Maria.

+ Ciro Fanelli
Vescovo


SOLENNE CELEBRAZIONE EUCARISTICA PRESIEDUTA DA S.E. MONS. DAVIDE CARBONARO – 950° anniversario della fondazione della Basilica Cattedrale di Melfi

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

ALLA CHIESA DI MELFI-RAPOLLA-VENOSA

 

Carissimi fratelli e sorelle,

nel corso di questo anno, nel quale la nostra Chiesa diocesana celebra il 950° anniversario della fondazione della Basilica Cattedrale di Melfi, desidero rivolgere a tutti voi un invito a vivere insieme alcuni momenti particolarmente significativi del nostro cammino giubilare.

La Cattedrale è la Chiesa madre della nostra diocesi. È il luogo nel quale, da quasi dieci secoli, generazioni di credenti si sono ritrovate per ascoltare la Parola di Dio, celebrare l’Eucaristia e vivere la comunione. Le sue pietre custodiscono una storia di fede che ci è stata consegnata e che oggi siamo chiamati a custodire e a trasmettere.

Celebrare questo anniversario è, prima di tutto, rendere grazie al Signore per il dono della fede e per tutto ciò che, attraverso la vita delle nostre comunità, Egli ha compiuto lungo i secoli. È anche un’occasione per guardare al momento presente con fiducia e rinnovare il desiderio di essere, insieme, una Chiesa capace di annunciare il Vangelo e di stare accanto alle donne e agli uomini del nostro tempo.

Tra gli appuntamenti di questo anno assume un significato particolare la giornata del 12 agosto, memoria della solenne ridedicazione della Basilica Cattedrale a Santa Maria Assunta, avvenuta dopo il terremoto del 1930.

Quel tragico evento rese necessario un importante intervento di consolidamento e di restauro dell’edificio, promosso dal Vescovo Domenico Petroni e portato a compimento nel 1938. Proprio durante quei lavori venne riportato alla luce l’antico affresco della Vergine Kiriotissa (secc. XIV-XV), preziosa testimonianza della tradizione iconografica bizantina e della devozione mariana che accompagna, nel corso dei secoli, la storia della nostra Chiesa.

Per questo, con particolare gioia, desidero invitare tutti alla

SOLENNE CELEBRAZIONE EUCARISTICA
mercoledì 12 agosto 2026, alle ore 18.30,
nella Basilica Cattedrale di Melfi,
presieduta dal nostro Arcivescovo Metropolita,
S.E. MONS. DAVIDE CARBONARO.

Il cammino delle celebrazioni proseguirà nella Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, patrona della nostra Basilica Cattedrale.

Sabato 15 agosto 2026, alle ore 18.30,

nella Basilica Cattedrale di Melfi,

celebreremo la Solenne Celebrazione Eucaristica,

presieduta da

S.E. MONS. ROCCO TALUCCI,

 Arcivescovo emerito di Brindisi-Ostuni.

Gli siamo grati per aver accolto il nostro invito. La nostra Chiesa diocesana lo riconosce  con affetto come figlio amato e vede nella sua presenza un legame vivo con la nostra storia ecclesiale.

Queste celebrazioni acquistano un significato particolare anche nel cammino di preparazione al Sinodo diocesano. Ritrovarci nella nostra Cattedrale ci ricorda che siamo un’unica Chiesa e che nessuno cammina da solo. La comunione che celebriamo ci richiama alla corresponsabilità e alla missione che tutti condividiamo, secondo i doni e i compiti che ciascuno ha ricevuto.

Il Sinodo ci chiede proprio questo: imparare sempre più a camminare insieme, ad ascoltarci e ad ascoltare ciò che lo Spirito Santo vuole dire alla nostra Chiesa. Le celebrazioni del 12 e del 15 agosto possono essere, pertanto, un’occasione preziosa per ritrovarci, pregare insieme e rinnovare il desiderio di costruire una Chiesa sempre più unita e missionaria, dove siamo un “cuor solo e un’anima sola”.

Per questo invito le comunità parrocchiali, le associazioni, i movimenti, le confraternite, gli istituti religiosi e quanti, in forme diverse, vivono un servizio nella nostra Chiesa a partecipare numerosi.

Vorrei che questi giorni fossero per tutti noi un tempo di grazia: un tempo nel quale fare memoria della nostra storia, rendere grazie per il cammino compiuto e guardare con speranza a ciò che il Signore ci chiede oggi.

Affidiamo questo cammino alla Beata Vergine Maria Assunta; la sua presenza materna accompagni la nostra Chiesa e ci aiuti a rimanere sempre più uniti a Cristo e gli uni agli altri.

Vi attendo con gioia nella nostra Cattedrale e vi benedico di cuore.

Con affetto nel Signore.

Melfi, 8  agosto 2026

✠ Ciro Fanelli
Vescovo


OMELIA DEL VESCOVO NELLA CELEBRAZIONE COMMEMORATIVA IN MEMORIA DEL BRIGADIERE DEI CARABINIERI ANTONIO CEZZA

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

OMELIA

NELLA CELEBRAZIONE COMMEMORATIVA IN MEMORIA
DEL BRIGADIERE DEI CARABINIERI ANTONIO CEZZA
Melfi – Basilica Cattedrale 22 luglio 2026

Fratelli e sorelle,

  1. autorità civili e militari, vertici dell’Arma dei Carabinieri, associazioni, cari familiari del Brigadiere Antonio Cezza, la pace e la grazia del Signore Gesù siano con ciascuno di voi. Oggi la comunità cristiana di Melfi si raccoglie nella nostra Cattedrale in un abbraccio religioso e fraterno, fatto di memoria, di preghiera e di speranza. Siamo qui per ricordare il Brigadiere Antonio Cezza, un giovane carabiniere che ha svolto il suo servizio nella nostra città tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, in un periodo segnato dalla violenza della criminalità organizzata. Erano anni difficili, nei quali gruppi criminali locali seminavano paura, compivano estorsioni, alimentavano conflitti e versavano sangue. In quel contesto, nel luglio 1990, Antonio Cezza, appena ventiseienne, offrì la propria vita nell’adempimento del dovere, pagando con il sacrificio estremo la scelta di proteggere la nostra comunità. Da trentasei anni questo giorno custodisce la memoria viva di un giovane servitore dello Stato, vittima innocente di una violenza che ha ferito anche la nostra terra. La sua testimonianza continua a parlarci e ci richiama ai valori della giustizia, della legalità, della responsabilità e del servizio.

 

  1. Provvidenzialmente, questa celebrazione coincide con la memoria liturgica di Santa Maria Maddalena, l’apostola degli apostoli, la prima testimone della Risurrezione. Potrebbe sembrare che la figura di Maria Maddalena e il ricordo di un giovane carabiniere caduto nell’adempimento del proprio dovere appartengano a storie lontane. Eppure la Parola di Dio ci rivela un legame profondo: entrambi sono illuminati dal coraggio dell’amore, quell’amore che non fugge davanti al male e non si arrende davanti alla morte. Nel Vangelo di Giovanni Maria Maddalena si reca al sepolcro «quando era ancora buio». Quel buio non è soltanto quello del mattino che precede l’alba, ma è anche il buio del dolore, della perdita, dello smarrimento. Maria cerca Gesù, ma non riesce ancora a riconoscerlo. Le lacrime e la sofferenza sembrano impedirle di vedere la novità che Dio sta preparando. La svolta avviene quando Gesù la chiama per nome: «Maria!». In quella parola Maria ritrova la luce. Comprende che il Signore non l’ha abbandonata e che la morte non ha avuto l’ultima parola. Da quel momento la sua vita cambia: la donna che era venuta al sepolcro con il cuore ferito diventa la prima annunciatrice della Risurrezione. Maria Maddalena ci insegna che la fede autentica nasce dall’incontro personale con Cristo e diventa testimonianza. Chi incontra davvero il Signore non può trattenere per sé la gioia ricevuta, ma sente il desiderio di portarla agli altri. Anche nella nostra vita esistono momenti di buio. Ci sono ferite, lutti e prove nelle quali sembra che Dio sia lontano. In quei momenti siamo chiamati, come Maria, a custodire la speranza e a ricordare i segni della presenza del Signore nella nostra storia. La memoria dei gesti di amore ricevuti diventa una luce capace di guidarci anche nelle notti più difficili.

 

  1. Questa stessa luce illumina oggi il ricordo del Brigadiere Antonio Cezza. Davanti alla minaccia della violenza egli non si tirò indietro. Non scelse la strada dell’indifferenza o della sicurezza personale, ma rimase fedele alla missione ricevuta. Con lo spirito dell’Arma dei Carabinieri, che significa vicinanza, custodia e difesa dei più deboli, si pose al servizio della comunità fino al dono della vita. Il suo sacrificio rappresenta non soltanto l’onore dell’Arma, ma anche il volto migliore del nostro Paese: quello di uomini e donne che servono gli altri con responsabilità, spesso nel silenzio, e che sanno mettere il bene comune davanti al proprio interesse. La memoria di Antonio Cezza ci invita anche a guardare con responsabilità al presente. In questi decenni la nostra società è profondamente cambiata: sono mutate le forme del conflitto, del confronto e persino della paura. Le piazze, luoghi storici della partecipazione e del dibattito pubblico, si sono affiancate agli spazi digitali, dove troppo spesso le parole diventano strumenti di aggressione, divisione e odio.

 

  1. In questo tempo cresce talvolta la tentazione di contrapporre sicurezza e libertà, ordine pubblico e tutela dei diritti. Ma una democrazia autentica non vive di contrapposizioni: essa cresce quando sa custodire insieme la sicurezza dei cittadini e la dignità di ogni persona, l’autorevolezza delle istituzioni e il rispetto delle libertà fondamentali. La forza di uno Stato si misura proprio nella capacità di tenere insieme queste esigenze, resistendo alle semplificazioni della propaganda e alle tensioni della piazza. La sicurezza non è soltanto una questione di controllo e di intervento delle istituzioni; nasce anche dalla fiducia reciproca, dalla coesione sociale, dalla responsabilità condivisa e dalla capacità di sentirsi parte di una comunità.

 

  1. Per questo il sacrificio di Antonio Cezza conserva una grande attualità. Egli ci ricorda che la legalità non è soltanto il rispetto delle norme, ma è una scelta di vita; che l’autorità non è dominio, ma servizio; che la difesa della sicurezza ha senso soltanto quando mette al centro la persona umana e il bene comune. Ai familiari di Antonio desidero esprimere la vicinanza e la gratitudine della Chiesa di Melfi-Rapolla-Venosa e dell’intera comunità cittadina. Sappiamo che trentasei anni non cancellano il dolore di una perdita così grande. Ma sappiamo anche che il ricordo riconoscente di un popolo può custodire e rendere fecondo il sacrificio di chi ha donato la propria vita per gli altri. A tutti i Carabinieri presenti rivolgo il nostro grazie. Voi raccogliete ogni giorno l’eredità di uomini come Antonio Cezza. Il vostro servizio, spesso nascosto e silenzioso, rappresenta un presidio fondamentale di democrazia, di sicurezza e di prossimità. La Chiesa vi accompagna con la preghiera e vi affida alla protezione della Beata Vergine Maria, Virgo Fidelis, perché possiate essere sempre costruttori di pace e custodi del bene comune.

 

  1. Carissimi, questa celebrazione non sia soltanto una memoria del passato, ma diventi un impegno per il presente e per il futuro. Guardando a Santa Maria Maddalena e al Brigadiere Antonio Cezza comprendiamo che il bene ha bisogno di testimoni. Maria rimane davanti al sepolcro quando tutto sembra perduto e diventa annunciatrice della vita nuova; Antonio affronta il pericolo e dona se stesso per proteggere gli altri. Entrambi ci ricordano che l’amore vero non è una semplice emozione, ma una forza concreta capace di trasformare la storia. Anche noi siamo chiamati ogni giorno a scegliere da quale parte stare: dalla parte della giustizia contro la sopraffazione, della solidarietà contro l’indifferenza, della legalità contro ogni forma di violenza. Ogni gesto di responsabilità e di attenzione verso gli altri rende più forte la nostra comunità e continua il cammino iniziato da tanti uomini e donne che hanno servito il bene comune.

 

  1. Preghiamo insieme:

Signore Gesù, che hai sconfitto la morte e hai fatto di Maria Maddalena la prima testimone della Vita, dona anche a noi la speranza che nasce dalla tua Risurrezione.
Accogli nel tuo Regno di pace il Brigadiere Antonio Cezza, ricompensa il dono della sua vita e dona conforto ai suoi familiari.
Benedici l’Arma dei Carabinieri e la nostra comunità di Melfi, perché sappiano camminare sempre sulla via del bene, della giustizia e della fraternità.
Rendici costruttori di pace e testimoni del tuo amore. Amen.

+  Ciro Fanelli