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CANTIERE DI FUTURO – LA SCUOLA PER “RI-ESISTERE”, INSIEME

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

CANTIERE DI FUTURO

LA SCUOLA PER “RI-ESISTERE”, INSIEME

 

Carissimi ragazzi e carissime ragazze, e voi tutti – dirigenti, docenti, personale non docente – che vivete e animate la comunità scolastica nel territorio della nostra diocesi,

Sarebbe ingenuo augurarci un buon cammino chiudendo gli occhi di fronte alla realtà. Iniziamo questo nuovo anno in un tempo faticoso, attraversato dai venti oscuri di troppe guerre, da difficoltà economiche che provano le famiglie e da un clima diffuso di rabbia e intolleranza. Ferisce profondamente vedere come questo spirito di scontro — innescato dal colore della pelle, dalla fede professata o da una semplice diversità — si insinui talvolta tra i giovanissimi, trasformando la solitudine in aggressività. Come possiamo evitare che i ragazzi cedano al cinismo o alla rassegnazione?

Ci aiutano a ritrovare la bussola alcune immagini forti, capaci di intrecciarsi in un’unica grande visione.

Penso all’immagine che Alessandro D’Avenia, scrittore contemporaneo, trae nel suo ultimo libro dal suo viaggio nell’Odissea (Resisti, cuore): Ulisse, naufrago e sommerso dalle onde, si batte il petto e dice a se stesso: «Resisti, cuore». Non è un invito a subire passivamente, ma a «ri-esistere»: trovare la forza di rinascere ogni volta che ci sentiamo spezzati, restando umani proprio quando tutto attorno spinge alla ferocia.

A questo si unisce la testimonianza profetica di don Lorenzo Milani: la scuola non può ridursi a un freddo “esamificio” o a una semplice sala d’attesa per il mondo del lavoro, che spesso non c’è. È il grande presidio della libertà e della responsabilità, il “cantiere”  in cui si impara a farsi carico degli altri vincendo l’indifferenza. Il vero compito dell’educazione è dare la parola a chi non ce l’ha, affinché ogni persona, a prescindere dalle proprie fatiche di partenza, possa scoprire chi è e conquistare gli strumenti per costruire un mondo migliore e decidere del proprio futuro. E’ anche questa la sfida che come diocesi, attraverso il Sinodo, vogliamo raccogliere a partire da quest’anno: dare a tutti la parola, in modo particolare a voi ragazzi e ragazze.

La scuola diventa così il cantiere in cui si impara a essere liberi per poter “ri-esistere” insieme.

A voi ragazzi chiedo, con il cuore in mano, di avere il coraggio di andare controcorrente. La violenza, il bullismo e il disprezzo non sono prove di forza, ma maschere della paura. Sostituite il pugno chiuso con la mano tesa, la provocazione con il dialogo. L’esperienza di don Milani a Barbiana ci ricorda che la parola è la chiave per diventare liberi: la scuola vi dona le parole per pensare con la vostra testa. Usatele per disarmare l’odio e per fare spazio a chi rimane indietro. Siete fatti per il mare aperto e per grandi sogni, non per soffocare nel rancore e nella rabbia.

Agli insegnanti, ai dirigenti e a tutto il personale scolastico ricordo che voi non trasmettete solo nozioni: voi custodite la democrazia e la speranza. Siate presenze autorevoli animate da passione educativa, capaci di spingere ciascuno oltre i propri limiti senza l’ansia di dover “selezionare”. Insegnate il valore della fatica, la bellezza del pensiero libero e siate capaci di scorgere il fuoco del talento anche dove gli altri vedono solo cenere.

Alle famiglie chiedo di camminare alleati. Scuola e comunità ecclesiale sono unite a voi in un patto educativo necessario per sorreggere i nostri giovani e mostrare loro che il futuro è una promessa da costruire, non una minaccia da temere.

Non permettiamo alle tempeste del presente di spegnere la nostra “magnifica umanità”! Invochiamo la benedizione di Dio, che non ci libera magicamente dalle onde, ma naviga con noi per darci la forza di costruire una comunità più giusta, libera e fraterna. Buon cammino e buon inizio d’anno a tutti noi!

Melfi, settembre 2026

+ Ciro Fanelli
Vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa


COSTITUZIONE DELLE COMUNITA’ PASTORALI NEI COMUNI DI MELFI, RIONERO, VENOSA E LAVELLO

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

AI FEDELI DELLA DIOCESI DI MELFI-RAPOLLA-VENOSA

 

LA COSTITUZIONE DELLE COMUNITA’ PASTORALI
NEI COMUNI DI MELFI, RIONERO, VENOSA E LAVELLO

 

IL SEME DELLA COMUNIONE CHE DIVENTA MISSIONE

«Ecco, il seminatore uscì a seminare» (Matteo 13,3)

 

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,

Entriamo in questi giorni in una pagina di straordinaria grazia per la nostra Chiesa particolare di Melfi-Rapolla-Venosa. Nel giorno luminoso in cui la Chiesa celebra la Natività della Beata Vergine Maria – il primo, dolcissimo germoglio di quella aurora che avrebbe condotto al Salvatore – la nostra diocesi compie un passo coraggioso e storico nel suo cammino pastorale: la costituzione delle “comunità pastorali”.

È un processo che si avvia nel segno di Maria. Ella, che nel silenzio di Nazareth ha custodito il mistero senza possederlo, ci prende per mano in questo “inizio”. La sua nascita ci ricorda che i grandi disegni di Dio passano attraverso la piccolezza di un “sì” filiale, pronunciato con coraggio e senza riserve.

Dio ama gli inizi. Ama ciò che germoglia nel silenzio, racchiuso nella fragile potenza di un seme. Ebbene, con la trepidazione nel cuore e la certezza della guida dello Spirito Santo, desidero annunciare ufficialmente a tutta la comunità diocesana la nascita di quattro grandi Comunità pastorali, che raccolgono in unità organica le parrocchie dei singoli centri cittadini: Melfi, Rionero, Venosa e Lavello.

Non si tratta di una semplice operazione burocratica o di una fredda riorganizzazione amministrativa. È un atto di profonda fiducia nello Spirito Santo e di fedeltà al Vangelo. In questo cammino ci guidano con forza le parole che Papa Leone XIV ha recentemente pronunciato sulla comunione. Il Santo Padre ci ha messo esplicitamente in guardia da ogni forma di «campanilismo diffidente e divisivo», ricordandoci l’urgenza di custodire la comunione «tra le parrocchie e, al loro interno, tra pastori e fedeli, tra i diversi carismi e ministeri».

A questo appello si unisce quanto lo stesso Pontefice ha ribadito nel maggio di quest’anno, nel suo discorso all’Assemblea della CEI, indicandoci la via maestra del «coraggio dell’essenziale». Papa Leone XIV ci ha esortato ad avere il «coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo; il coraggio di organismi di partecipazione vivi; il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande; il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri».

Le quattro nuove Comunità pastorali nascono proprio per concretizzare questi inviti: per superare le frammentazioni, per mettere in circolo i carismi e passare decisamente dalla logica del «mio» a quella del «nostro». Dalla mia parrocchia alla Chiesa diocesana; dal mio piccolo gruppo alla vastità della missione.

Questo passo si inserisce in un orizzonte ancora più vasto e provvidenziale: tra un mese esatto, l’11 ottobre, la nostra Chiesa diocesana vivrà infatti il tempo di grazia dell’apertura del Sinodo diocesano. L’avvio delle Comunità pastorali non è dunque un punto d’arrivo, ma il terreno fertile e il primo atto coraggioso in cui il Sinodo comincia a prendere carne, chiamandoci tutti – pastori, consacrati e laici – a riflettere insieme, a discernere la voce dello Spirito e a ridisegnare con il tratto della corresponsabilità il volto della nostra presenza missionaria sul territorio.

Dobbiamo credere che è possibile fare delle nostre comunità “case e scuole di comunione”, con un volto missionario, in un mondo spesso indifferente ai valori del Vangelo. Questa convinzione non nasce da un facile ottimismo umano o da strategie organizzative, ma dalla certezza incrollabile che il Signore della vita continua a operare in mezzo a noi. Come ci ammonisce con straordinaria efficacia sant’Agostino, ricordandoci che il cuore della Chiesa batte nell’unità dello Spirito: «Chi vuole possedere la carità, possieda l’unità; chi vuole possedere l’unità, possieda la carità». Diventare casa ed educarci a essere scuola di comunione significa proprio questo: superare ogni divisione per fare della nostra appartenenza ecclesiale un corpo vivo, dove la grazia di Cristo ci rende davvero un sol cuore e un’anima sola.

La Chiesa italiana, in questi anni, riflettendo sulla ministerialità e sul volto della Chiesa, ci ha ricordato che la conversione pastorale non consiste semplicemente nel «ritoccare le sagome delle strutture esistenti, ma nel riscoprire la grazia di una Chiesa che si genera nell’ascolto e nella corresponsabilità, dove i battezzati non sono meri utenti di servizi religiosi, ma soggetti attivi della Buona Notizia». Questa è la visione che deve animare le nostre nuove comunità pastorali.

Questa comunione, tuttavia, per essere vera non può ridursi a un enunciato teorico o a una bella proclamazione di principio: essa va vissuta nei fatti, nella concretezza delle relazioni quotidiane. Ce lo ricorda con accorata forza l’apostolo Paolo nel suo celebre “Inno alla carità”: la comunione autentica «è magnanima, è benevola; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse». È questa carità operosa che ci chiede di deporre ogni gelosia parrocchiale e ogni risentimento, perché senza di essa anche le nostre strutture più perfette rimarrebbero soltanto «un bronzo che rimbomba o un cembalo che strepita».

Dobbiamo impegnarci tutti, raccogliendo l’invito che Papa Leone XIV ci ha rivolto all’Angelus, ricordandoci che «nessuno può sentirsi esonerato o spettatore di fronte alla chiamata del Signore, ma ciascuno è chiamato a mettere i propri doni a servizio della comunione e della costruzione del Regno».

A voi, sacerdoti chiamati a reggere queste comunità — penso ai parroci in solido e a tutti i presbiteri coinvolti —, e a voi, laici ed operatori pastorali, chiedo di custodire la docilità filiale di Maria. La grandezza della Chiesa non risiede nell’efficienza delle strutture, ma nella capacità di vivere la comunione fraterna come profezia per il mondo. Nessuno perda la propria identità o la ricchezza del proprio cammino passato: tutto viene custodito sotto lo sguardo della Vergine, inserito in un abbraccio più grande, in un mosaico di corresponsabilità e di unanime annuncio.

Vi sono giorni in cui la terra sembrerà faticosa e le resistenze non mancheranno. Ma ricordiamoci delle parole e dell’esempio di Maria: Ella non conosceva in anticipo l’intero tracciato della sua esistenza, le è bastato fidarsi e compiere il passo successivo.

Iniziamo insieme questo cammino. Il seme è deposto nelle nostre mani; la forza della crescita appartiene unicamente a Dio. Affido le nostre quattro comunità — Melfi, Rionero, Venosa e Lavello — e il cammino sinodale che ci attende alla protezione materna della Vergine Santissima, perché ci ottenga la grazia di essere una Chiesa umile, docile e unita.  A tutti voi, la mia benedizione di padre e di pastore nel nome del Signore.

Melfi, 8 settembre 2026 – Festa della Natività della B.V. Maria.

+ Ciro Fanelli
Vescovo


Comunicato finale dell’incontro dei vescovi delle Aree Interne

Comunicato finale dell’incontro dei vescovi delle Aree Interne

Dare continuità a un cammino nato dal basso, rafforzare il confronto tra i Vescovi e mettere a fuoco proposte capaci di incidere concretamente sulla vita dei territori. Sono le prospettive emerse dall’incontro dedicato alle Aree interne, conclusosi il 1° settembre, a Benevento, presso il Centro “La Pace”, con la riflessione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI.

Il tradizionale appuntamento ha permesso di fare un bilancio di quanto fatto a partire dal 2021 e – grazie agli spunti offerti dalla relazione introduttiva di Mons. Mariano Crociata, Vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno – di evidenziare che “non è più tempo di pensare una azione pastorale avulsa dalle dinamiche territoriali, economico-sociali e culturali che interessano i nostri fedeli e le nostre comunità”, facendo eco anche all’espressione, “semplice ed efficace”, di Leone XIV, il quale ha ribadito che “l’annuncio cristiano ha un’intrinseca dimensione sociale” (Magnifica humanitas, n. 42).

A dare concretezza alla riflessione sono state anche le buone prassi condivise durante i lavori. Le esperienze di L’Aquila, Forlì e Cagliari hanno mostrato, da prospettive differenti, come la ricostruzione del tessuto comunitario, la corresponsabilità dei laici, la collaborazione con le istituzioni e la promozione del lavoro possano dare risposte alle fragilità delle Aree interne. Esperienze diverse, accomunate dalla capacità di attivare le risorse locali, creare alleanze e avviare processi in grado di generare fiducia e nuove opportunità.

Nella seconda parte del Convegno, i Presuli si sono confrontati sul modo in cui dare continuità ed efficacia al ricco percorso, che ha assunto, nel corso degli anni, uno spessore nazionale. I Presuli hanno ritenuto utile proseguire il loro impegno: a tal fine è stato designato un gruppo di tre Vescovi (Mons. Felice Accrocca, Vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno; Mons. Benoni Ambarus, Arcivescovo di Matera-Irsina e Vescovo di Tricarico; Mons. Marco Prastaro, Vescovo di Asti), in rappresentanza delle diverse aree geografiche del Paese, col compito di individuare, insieme alla CEI – che in questi anni è stata sempre attenta alla problematica, con la presenza costante e con il progressivo coinvolgimento di alcuni suoi Uffici –, temi, forme e luoghi del prossimo Convegno.

Melfi Cattedra della Storia

Melfi Cattedra della Storia

 

C’è una cattedra, a Melfi, che da nove secoli continua a insegnare.
Il 10 e l’11 settembre riapre per raccontare come la Chiesa abbia sempre saputo conciliare epoche diverse: dal Concilio Vaticano II al Sinodo diocesano, dai cinque Concili medievali alle radici del legame tra Papato e Normanni.

Due giornate, un solo filo conduttore: la capacità di camminare insieme, ieri come oggi.

📍 Melfi, Atrio del Palazzo Vescovile
📅 10-11 settembre 2026

 


Assemblea Pre-Sinodale dei Catechisti

A tutti i Catechisti della Diocesi
p.c. ai Parroci
a S.E. Mons. Ciro Fanelli

Carissimi Catechisti,
come già anticipato dal Vescovo nella comunicazione del 5 giugno u.s., a settembre 2026 è convocata l’Assemblea Pre-Sinodale dei Catechisti nelle 4 Zone Pastorali. A conclusione del triennio di sperimentazione del Direttorio Liturgico – Pastorale per l’Iniziazione Cristiana “diventare Cristiani” è tempo di avviare la consultazione ecclesiale – con l’apporto dei Presbiteri e di tutti voi Catechisti – in modo da procedere all’approvazione e promulgazione definitiva del Direttorio.
In questi anni siamo certi, avete avuto modo di conoscere il testo quale strumento utile per assumere uno stile unitario nel proporre un percorso ecclesiale di fede per “far incontrare Gesù, consapevoli della necessità di trasformare il modo in cui comunichiamo la fede e nel contempo dell’urgenza di operare in maniera sinergica all’interno delle Comunità cristiane di tutto il territorio diocesano. Tra gli aspetti fondamentali avete sicuramente colto le peculiarità dell’ispirazione catecumenale quali la progressione dei percorsi, le Tappe, le Consegne, l’accompagnamento dei genitori, il completamento dell’IC per giovani e adulti. Avete avuto modo di sperimentare quanto suggerito e, forse alcuni di voi lo avranno personalizzato ulteriormente adattandolo alla propria realtà.
È tempo ora, di una verifica costruttiva, concreta e reale nella prospettiva del Cammino Sinodale che ci apprestiamo ad iniziare e in relazione a quanto emerso dalla Visita Pastorale.
Per facilitare l’apporto di tutti abbiamo scelto di celebrare l’Assemblea nelle 4 Zone Pastorali, ovviamente l’invito è rivolto a tutti i catechisti senza distinzione né esclusione alcuna.
Negli spazi di condivisione e di discernimento – opportunamente guidati – ci sarà chiesto di condividere come accogliamo e accompagniamo quanti chiedono di diventare cristiani. In particolare dovremo esprimerci su:
1. Punti di forza e criticità del Direttorio
2. Gruppo Catechisti come progettano e costruiscono i percorsi di fede
3. Tappe – Celebrazioni – Consegne come contribuiscono a “fare esperienza “
4. Genitori – Famiglie in che modo sono stati parte viva del percorso di fede
5. Mozione di modifica: indicando la parte del Direttorio da emendare, la motivazione e il testo da inserire.
Ognuno di noi deve sentirsi impegnato in prima persona in questa fase e fare l’impossibile per partecipare sapendo che il buon esito di questa verifica dipende da tutti e ciascuno.
Nel rispetto della pausa estiva – sarà opportuno – predisporsi all’Assemblea a livello personale, meglio ancora se insieme al Gruppo dei Catechisti. A breve riceverete alcuni strumenti agili per facilitare la riflessione previa e poi l’intervento in Assemblea; altri materiali vi saranno consegnati in presenza.
Mons. Ciro Fanelli ha chiesto ai Presbiteri e ai Rev. di Parroci di inviare le loro osservazioni – su quanto riportato sopra – entro il 12 settembre 2026.
Chiediamo cortesemente ai Responsabili Parrocchiali di coordinare le iscrizioni individuali in modo tale da poter predisporre i materiali utili, individuare i Facilitatori e predisporre gli aspetti logistici.
Le iscrizioni vanno effettuate entro il 25 agosto 2026 cliccando sul link:
https://forms.gle/XFhBx6TLqZd23VXb6
Siamo certi che saprete rispondere positivamente all’invito che Mons. Ciro, pastore premuroso e instancabile ci rivolge, e con il cuore aperto con fiducia allo Spirito sapremo fare squadra, favorire i germogli e i talenti presenti nella Comunità e preparare il terreno adatto a portare frutto sempre in ascolto del Signore della vita.

Un caro saluto dall’UCD
Gennaro, Giuseppina, Lucia,
Marilena, Savina e Angela

 


LA DIGNITÀ NON SI TRATTIENE

LA DIGNITÀ NON SI TRATTIENE

Ci sono luoghi nei quali la dignità umana rischia di diventare invisibile. I CPR sono tra questi: spazi di trattenimento amministrativo in cui persone che non hanno commesso reati vengono private della libertà, dentro un sistema che interroga profondamente la nostra idea di diritto, accoglienza e umanità.

Parlarne significa allora chiederci quale società vogliamo costruire e quale valore siamo disposti a riconoscere alla persona, indipendentemente dalla sua provenienza, dalla sua condizione giuridica, dalla frontiera che ha attraversato.

Come comunità ecclesiale sentiamo il dovere di non rimanere indifferenti. Perché accogliere, custodire e riconoscere l’altro non è soltanto una questione sociale o politica: è una responsabilità umana e, per noi, evangelica.

📍 Martedì 18 agosto, ore 18.30
Cortile esterno dell’Episcopio – Melfi

Un momento di confronto per conoscere, comprendere e soprattutto per affermare insieme un principio che non ammette eccezioni:

la dignità appartiene alla persona. E la dignità non si trattiene.

Diocesi di Melfi Rapolla Venosa
Ufficio per la Pastorale Sociale Lavoro e Legalità
Azione Cattolica
Aggregazioni laicali
MEIC
Ufficio per le Comunicazioni Sociali
Ufficio Migrantes

Omelia di Mons. Davide Carbonaro in occasione della Dedicazione della Cattedrale di Melfi

Omelia in occasione della Dedicazione
della Cattedrale di Melfi
nel 950 anniversario della sua fondazione
Melfi 12 agosto 2026

 

Come è possibile vedere Dio e rimanere vivi? Come contenere la gloria di Colui che i cieli non possono contenere? Come trattenere la potenza dell’Onnipotente? Sono le domande del cercatore di Dio, del custode della sua memoria. La Bibbia è piena di queste domande che si aprono come una ferita del cuore che alimenta la nostalgia di Dio, inconoscibile ad occhio umano, se non per sua gratuita rivelazione. E’ il desiderio di Mosè invitato a replicare l’immagine della tenda vista sul monte della teofania divina (Cf. Es 25,9). E’ il desiderio non esaudito di Davide, che vuole costruire al potente di Giacobbe una casa accanto alla sua, mentre il Signore edificherà per lui una discendenza (Cf. 2 Sam 7,1ss). E’ la preghiera del giovane re Salomone che chiede al Signore di abitare il suo cuore con la Sapienza, prima che le sue mani edifichino il tempio in onore del Dio dei Padri (Cf. 1Re 3,4-15). E’ la ricerca spasmodica di Elia che, uscito dall’antro della solitudine e della paura, è chiamato ad abitare una nuova immagine di Dio, tralasciando quella del vendicatore, edificata dal suo zelo. Il Dio che risponde alla voce dei suoi servi fedeli lo educa a riconoscerlo non nella potenza degli eventi naturali, ma “nella voce del silenzio che permane” (Cf.1 Re 19,11-13). E’ la gloria intravista da Ezechiele che abita il tempio, il luogo dove posano i piedi dell’Altissimo, la sua dimora in mezzo ai figli d’Israele (Cf. Ez 43,7). E’ la domanda che la Samaritana pone a Gesù perché indichi su quale monte adorare Dio se in Samaria o a Gerusalemme. Gesù risponderà che è lui il tempio definitivo dove adorare Dio in Spirito e Verità (Cf. Gv 4,19-24). Già, perché il tempo è superiore allo spazio ed è Cristo il Primo e l’Ultimo, l’Alfa e l’Omega (Cf. Ap 1,8) la pienezza del tempo; lui nato da donna, sotto la legge (Cf. Gal 4,4-5); lui il tempio definitivo dove Dio e l’uomo s’incontrano non più solo nel tempo, ma nell’eternità.

I costruttori delle grandi cattedrali medievali, come anche quelli che hanno edificato la splendida cattedrale di Melfi 950 anno or sono, erano consapevoli che il tempo e lo spazio dovessero trovare compimento nell’uomo Gesù, il figlio di Dio. Ecco che in queste strutture straordinarie, dove l’occhio si perde e la mente si eleva, Antico e Nuovo, antropologia e cosmologia, cielo e terra, elementi visibili e invisibili, trovavano la loro cifra in costruzioni massicce ed elevate, preludio alla celebrazione del mistero del Dio incarnato e custodi della voce della Chiesa, che intravede la discesa dall’alto della Dimora di Dio con gli uomini (Cf. Ap 21,3) e che grida nel tempo l’ultima parola dell’Apocalisse: “Lo Spirito e la Sposa dicono vieni. Maranatha! Vieni Signore Gesù” (Cf. Ap 22,17).

Anche questa Cattedrale porta in sé tali preziose vestigia e nel giorno memoriale della sua ridedicazione avvenuta in questo giorno dopo il terremoto del 1930, desideriamo rievocare due immagini che accompagnano il nostro sguardo credente e il nostro passo di pellegrini di speranza dentro la storia. La Porta d’ingresso e l’Abside. Si entra nella Cattedrale, che è Madre, generatrice nei sacramenti della nostra figliolanza divina, per celebrare il mistero pasquale e si attende l’avvento glorioso del Signore, che ritornerà alla fine dei tempi con tutti i suoi Santi. Questi due spazi celebrano nella forma e nella solidità della pietra questi due eventi.

La Cattedrale nel cuore della Città, con la soglia e la porta che dialogano con essa, racconta ed è testimone visibile della nostra fede. Nella celebre opera Incontro a Bisanzio di Olivier Clémant viene riportata una celebre testimonianza del grande Padre Giovanni Crisostomo che affermava: “Se un pagano viene e ti dice: Mostrami la tua fede!, tu prendilo per mano, portalo in chiesa e mostra a lui il decoro delle icone”. In effetti, ogni volta che varchiamo questa soglia, c’è una porta che aiuta ad entrare nel Mistero, è l’immagine del nostro cuore, è la porta stretta di cui dice Gesù nel vangelo: Si entra lasciando, si esce ricchi di un amore ricevuto e da donare (Cf. Mt 7,13-14). E’ Gesù la porta della vita (Cf. Gv 10,1ss), egli chiede di entrare attraverso di lui, perché egli è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto (Cf. Lc 19,10). La porta ci lega al quotidiano, al tempo che passa; da essa si entra con l’uomo vecchio, rivestito di terra per indossare Cristo, l’uomo nuovo della Pasqua e fissare con lui il nostro sguardo in cielo (Cf. 1Cor 15,47-49). Ecco che le Cattedrali offrono questo sguardo elevato in uno spazio concreto: l’Abside. Nelle absidi medievali il più delle volte lo sguardo è catturato dal Cristo Veniente e Onnipotente (Pantocrator). Nel periodo barocco questa direzione dello sguardo si indirizza nel “Cielo d’oro” la dimora del Santo dei Santi, lo sfondamento verso l’alto. Il concetto è chiaro: si entra in chiesa per salire in cielo. Nelle Cattedrali come la nostra, trova spesso posto la Madre di Dio situata accanto al Figlio nel mistero della divina umanità e nel trionfo sulla morte: l’Assunzione di Maria. Un gesto racconta i due grandi dogmi mariani quello della divina maternità e l’Assunzione. Il Figlio e la Madre condividono lo stesso spazio, sono seduti su un trono comune, come possiamo contemplare nella splendida icona del XIII secolo, la Kyriotissa, la “Sovrana, Madre del Sovrano”, custodita nella nostra Cattedrale di Melfi.  Quel trono indica che il dominio universale sul peccato e sulla morte ormai appartiene a Cristo, la primizia dei risorti e poi tutti coloro che sono redenti dalla sua Pasqua (Cf. 1Cor 15,20-23). Il primo frutto è proprio Maria, la benedetta fra tutte le donne. La condivisione del trono e della signoria (Kyrios) lascia percepire la partecipazione della vita eterna alla Madre. Nell’Abside di Santa Maria in Trastevere a Roma, Gesù viene rappresentato nel porre delicatamente il suo braccio sulla spalla della Madre. La resurrezione di Maria è rappresentata nell’umanissimo abbraccio. Lei infatti, è la piena di Grazia, la discepola perfetta, colei che ha creduto. Tuttavia, Maria è immagine della Chiesa che celebra le sue nozze con l’Agnello vittorioso, lei è la Sposa che riceve l’abbraccio dello Sposo: “La sua sinistra è sul mio capo e la sua destra mi abbraccia” riferisce l’autore del Cantico dei Cantici (2,6). In Maria Sposa, Madre e Chiesa, tutti noi riceveremo l’abbraccio della vita dal Primogenito dei risorti (Cf. Col 1,15-18).

Carissimi fratelli e sorelle in questo giorno memoria della Dedicazione della Chiesa Cattedrale, siamo anche noi chiamati ad attingere alla sorgente della misericordia divina. Qui apprendiamo cosa significa donare la vita, qui riceviamo in dono l’Autore della vita (Cf. At 3,15). Dentro queste mura risplendenti della luce divina anche noi resi santi nei Sacramenti, con il Pastore di questa Chiesa il Vescovo Ciro, con i Presbiteri i Diaconi e il Popolo santo di Dio, non cessiamo di innalzare la nostra lode e la nostra supplica all’Agnello immolato e vivente (Cf. Ap 5,6). Da qui prende vigore la testimonianza del Vangelo che continua a magnificare Dio con la nostra umanità. Qui, tra queste mura, il Dio di Gesù Cristo continua a scolpire il volto più bello e più vero di questa nostra magnifica umanità.

Cattedrale di Melfi 12 agosto 2026

+ Davide Carbonaro
Vescovo

 

 

 


SOLENNE CELEBRAZIONE EUCARISTICA PRESIEDUTA DA S.E. MONS. DAVIDE CARBONARO – 950° anniversario della fondazione della Basilica Cattedrale di Melfi

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

ALLA CHIESA DI MELFI-RAPOLLA-VENOSA

 

Carissimi fratelli e sorelle,

nel corso di questo anno, nel quale la nostra Chiesa diocesana celebra il 950° anniversario della fondazione della Basilica Cattedrale di Melfi, desidero rivolgere a tutti voi un invito a vivere insieme alcuni momenti particolarmente significativi del nostro cammino giubilare.

La Cattedrale è la Chiesa madre della nostra diocesi. È il luogo nel quale, da quasi dieci secoli, generazioni di credenti si sono ritrovate per ascoltare la Parola di Dio, celebrare l’Eucaristia e vivere la comunione. Le sue pietre custodiscono una storia di fede che ci è stata consegnata e che oggi siamo chiamati a custodire e a trasmettere.

Celebrare questo anniversario è, prima di tutto, rendere grazie al Signore per il dono della fede e per tutto ciò che, attraverso la vita delle nostre comunità, Egli ha compiuto lungo i secoli. È anche un’occasione per guardare al momento presente con fiducia e rinnovare il desiderio di essere, insieme, una Chiesa capace di annunciare il Vangelo e di stare accanto alle donne e agli uomini del nostro tempo.

Tra gli appuntamenti di questo anno assume un significato particolare la giornata del 12 agosto, memoria della solenne ridedicazione della Basilica Cattedrale a Santa Maria Assunta, avvenuta dopo il terremoto del 1930.

Quel tragico evento rese necessario un importante intervento di consolidamento e di restauro dell’edificio, promosso dal Vescovo Domenico Petroni e portato a compimento nel 1938. Proprio durante quei lavori venne riportato alla luce l’antico affresco della Vergine Kiriotissa (secc. XIV-XV), preziosa testimonianza della tradizione iconografica bizantina e della devozione mariana che accompagna, nel corso dei secoli, la storia della nostra Chiesa.

Per questo, con particolare gioia, desidero invitare tutti alla

SOLENNE CELEBRAZIONE EUCARISTICA
mercoledì 12 agosto 2026, alle ore 18.30,
nella Basilica Cattedrale di Melfi,
presieduta dal nostro Arcivescovo Metropolita,
S.E. MONS. DAVIDE CARBONARO.

Il cammino delle celebrazioni proseguirà nella Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, patrona della nostra Basilica Cattedrale.

Sabato 15 agosto 2026, alle ore 18.30,

nella Basilica Cattedrale di Melfi,

celebreremo la Solenne Celebrazione Eucaristica,

presieduta da

S.E. MONS. ROCCO TALUCCI,

 Arcivescovo emerito di Brindisi-Ostuni.

Gli siamo grati per aver accolto il nostro invito. La nostra Chiesa diocesana lo riconosce  con affetto come figlio amato e vede nella sua presenza un legame vivo con la nostra storia ecclesiale.

Queste celebrazioni acquistano un significato particolare anche nel cammino di preparazione al Sinodo diocesano. Ritrovarci nella nostra Cattedrale ci ricorda che siamo un’unica Chiesa e che nessuno cammina da solo. La comunione che celebriamo ci richiama alla corresponsabilità e alla missione che tutti condividiamo, secondo i doni e i compiti che ciascuno ha ricevuto.

Il Sinodo ci chiede proprio questo: imparare sempre più a camminare insieme, ad ascoltarci e ad ascoltare ciò che lo Spirito Santo vuole dire alla nostra Chiesa. Le celebrazioni del 12 e del 15 agosto possono essere, pertanto, un’occasione preziosa per ritrovarci, pregare insieme e rinnovare il desiderio di costruire una Chiesa sempre più unita e missionaria, dove siamo un “cuor solo e un’anima sola”.

Per questo invito le comunità parrocchiali, le associazioni, i movimenti, le confraternite, gli istituti religiosi e quanti, in forme diverse, vivono un servizio nella nostra Chiesa a partecipare numerosi.

Vorrei che questi giorni fossero per tutti noi un tempo di grazia: un tempo nel quale fare memoria della nostra storia, rendere grazie per il cammino compiuto e guardare con speranza a ciò che il Signore ci chiede oggi.

Affidiamo questo cammino alla Beata Vergine Maria Assunta; la sua presenza materna accompagni la nostra Chiesa e ci aiuti a rimanere sempre più uniti a Cristo e gli uni agli altri.

Vi attendo con gioia nella nostra Cattedrale e vi benedico di cuore.

Con affetto nel Signore.

Melfi, 8  agosto 2026

Ciro Fanelli
Vescovo


Dalla porta accanto al Sinodo: la rivoluzione silenziosa di Ciro Fanelli in Basilicata

Dalla porta accanto al Sinodo: la rivoluzione silenziosa di Ciro Fanelli in Basilicata

 

Riprendiamo una intervista al Vescovo di Oreste Roberto Lanza pubblicata su LSDmagazine.com

 

Cammino di ascolto, vicinanza agli ultimi e rinnovamento spirituale del territorio. Ciro Fanelli vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa, nominato da Papa Francesco il 4 agosto 2017. Ordinazione episcopale il 18 ottobre presso la Basilica di Lucera, sabato 4 novembre 2017 entrava nella cattedrale di Melfi. Circa dieci anni fa l’aria profumava di speranza, non un capo in cima a un trono, ma un pastore entrato in punta di piedi, con l’olio della consolazione pronto per le ferite di tutti. Varcato il confine il suo primo gesto fu quello di correre subito all’ospedale locale per stringere le mani agli ammalati. Un fedele fuori dagli schemi quello che serve alla Basilicata con l’obiettivo di dare voce soprattutto a quelli che non devono o forse non possono parlare.

Eccellenza nel 2017 veniva nominato da Papa Francesco Vescovo Di Melfi-Rapolla-Venosa. Ad agosto prossimo ricorrono ben dieci anni che vive in Lucania. La domanda è: Qual è il senso di essere una Chiesa che cammina fuori dalle mura, tra la gente in Basilicata?

“Per me, questa domanda su cosa significa essere «una Chiesa che cammina fuori dalle mura, tra la gente» è un invito a confrontarmi con una sfida che ho raccolto con la nomina episcopale. Il vescovo deve essere promotore di questo cammino, che per tante ragioni (psicologiche, storiche, culturali) è sempre un continuo cambiamento. Non è stato facile. Uno snodo fondamentale in questo percorso è stata la visita pastorale che mi ha visto percorrere in due anni, dopo il tempo del covid, le 33 parrocchie della diocesi distribuite in 16 comuni. Un salto importante ora sarà il sinodo diocesano – il primo a Melfi dopo quello del 1950 – che inizierà il prossimo 11 ottobre. La pastorale, in modo particolare del vescovo, oggi deve diventare un “progetto -processo” capace di mettere al centro tre atteggiamenti: incontrare tutti, ascoltare tutto, annunciare il vangelo della vita in ogni ambiente. Questo significa per il vescovo creare sintonia con i sacerdoti per attivare percorsi di formazione e responsabilizzazione dei laici per una pastorale diffusa”.

Fermandoci a parlare di Cultura, Storia e Identità del Vulture ci sono i 950 anni della cattedrale di Melfi. Al di là delle solite pubblicità ingannevoli, convegni incontri come dire edulcorati, questa ricorrenza in verità cosa insegna e cosa vuole continuare ad insegnare sulla forza del nostro tempo?

Se si lascia da parte l’effimero degli eventi, un anniversario come i 950 anni della cattedrale di Melfi può insegnare — e continuare a insegnare — cose molto concrete sulla “forza” propulsiva che la comunità cristiana è chiamata ad essere oggi in questo territorio.  “Ricordare”, per la comunità cristiana, non è un esercizio sterile di memoria storica. E’ sicuramente un’occasione importante per riscoprire le proprie radici. Non si deve, infatti, dimenticare che Melfi, soprattutto nel Medioevo, è stata centro propulsore di importanti dinamiche per la geo-politica del tempo; crocevia di popoli; spazio geografico e culturale per la crescita di nuovi profili istituzionali (i concili, Federico II e il papato). Ricordare tutto ciò aiuta a capire che la nostra identità nasce dall’incontro e dal dialogo, non dall’esclusione. È necessario, pertanto, interpretare il presente in maniera adeguata, per costruire visioni prospettiche ampie e generative. Bisogna, però, saper passare, a mio parere, dall’individualismo al senso di appartenenza, dal pessimismo alla speranza, dalle critiche al pensiero critico.

Una domanda che si fanno tutti i lucani che in grossa parte presumibilmente non ascoltano la voce di questa  politica locale. Come possiamo salvare i vecchi borghi e le tradizioni della nostra terra dallo spopolamento. Lo spopolamento sembra strumentalmente voluto da una certa politica che vuole far partire i propri figli e non farli restare. Quanto è vero questo pensiero? Quale parola di speranza sente più urgente per i giovani che scelgono di restare o di lasciare la propria terra d’origine?

“Lo spopolamento è un processo sociale che incide negativamente sul nostro territorio e sulla vitalità delle nostre comunità. Il punto, a mio avviso, è che i giovani dovrebbero poter giungere alla decisione di “andare altrove”, per formarsi oppure per lavorare, non per costrizione ma per libera scelta in vista del raggiungimento di una personale realizzazione. Evidentemente questo comporta che i nostri paesi e le aree più vaste in cui è divisa la nostra regione vengano potenziate secondo la propria vocazione. Favorire la fuga è uccidere un territorio; significa tarpargli le ali e condannarlo alla morte. Per contrastare questa drammatica situazione bisogna   a mio parere, favorire – a livello trasversale – due atteggiamenti: il pensiero critico e la cittadinanza attiva. Far crescere cioè un “prepolitico “sano e forte.  I luoghi privilegiati per far tutto ciò sono la scuola, le realtà associative, la parrocchia, la famiglia. Unitamente a questo percorso va valorizzato il rapporto con i lucani nel mondo. Facendo in modo che possano diventare risorsa relazionale e simbolica. Dove chi resta e chi parte sono posti nelle condizioni di costruire la stessa comunità sia pure in modi diversi. Parola di speranza in una frase: identità come pratica quotidiana: coltivate relazioni, trasmettete competenze, reinventate le tradizioni. In questo modo i nostri paesi e i borghi restano vivi, anche se cambiano”.

Dallo spopolamento alle tante crisi aziendali che attanagliano il nostro territorio e su cui non viene detta la verità. Ecco mi viene da chiederle: Come affrontare la ferita della precarietà e della sicurezza nel polo industriale di San Nicola di Melfi alla luce della Dottrina Sociale?

“La domanda è molto sensibile e richiede una doppia lettura: etica e politica. Le due prospettive sono distinte ma non separate. Il punto di raccordo è il benessere sociale delle lavoratrici e dei lavoratori.  La Dottrina Sociale ricorda La domanda è molto sensibile e richiede una doppia lettura: etica e politica. Le due prospettive sono distinte ma non separate. Il punto di raccordo è il benessere sociale delle lavoratrici e dei lavoratori. L’auspicio è che le proposte operative siano sempre il frutto di un dialogo diversificato e siano coerenti con la Dottrina Sociale. In merito a san Nicola di Melfi occorre a mio parere – garantito il diritto al lavoro a tutti – progettare una seria riconversione industriale. Nuovi imprenditori devono essere intercettati e fatti partecipi di una logica, non solo di profitto, ma soprattutto di rilancio e sviluppo del territorio. Può sembrare un discorso utopico. In tempi brevi, però, bisogna contrastare la precarietà con incentivi fiscali e contrattuali per forme di occupazione stabile: sgravio per trasformazione di contratti atipici in contratti a tempo indeterminato; penalità per uso sistematico della precarietà. Con la politica devono entrare in gioco le aziende e l’università. Vanno pensati e progettati modelli alternativi: imprese sociali, cooperative di lavoratori, forme di partecipazione azionaria. L’orizzonte entro il quale muoversi deve essere quello del dialogo sociale e di un “Patto territoriale”, senza dimenticare di investire prioritariamente in servizi (sanità, istruzione, trasporti, banda larga) e  politiche abitative per rendere il territorio attrattivo. Tutto ciò non è solo politica economica: è un impegno morale e comunitario che richiede concertazione, verità e coraggio.

Quale figura del passato lucano o del melfese sente più vicina come esempio di santità o di umanità autentica che può tornare utile ai cuori della nostra Lucania?

“Scelgo tre figure emblematiche della nostra terra: tre testimoni diversi per carismi e ruoli, ma uniti da un profondo amore per la terra dove vivono e da una stessa tensione al bene comune. Pensare insieme a san Giustino de Jacobis, a mons. Vincenzo Cozzi e a Francesco Saverio Nitti ci aiuta a vedere come santità, pastorale e politica possano dialogare e guidare il nostro impegno personale e comunitario. San Giustino de Jacobis, nato in Basilicata, è l’esempio della santità missionaria che si fa prossimità concreta attraverso la via del dialogo e della inculturazione. Partito per terre lontane, imparò le lingue e le culture locali, non per sentirsi superiore ma per rendere il Vangelo comprensibile e accogliente. La sua umiltà, il servizio ai poveri e l’attenzione alla formazione delle comunità locali ci ricordano che la fede diventa vera quando si mescola con la vita della gente. Mons. Vincenzo Cozzi è il volto del pastore vicino alla gente: un vescovo che ha curato le parrocchie, che ha accompagnato sacerdoti e famiglie, che ha guardato alle fragilità con tenerezza e responsabilità, che ha illuminato con il suo insieme la fase del post terremoto e dell’insediamento della Fiat. Infine Francesco Saverio Nitti, figlio di Melfi e uomo di Stato, ci ricorda che l’amore per la terra passa anche attraverso la politica e l’economia. Nitti fu un intellettuale e un amministratore che cercò di affrontare le questioni del Mezzogiorno con serietà, ricercando riforme e strumenti. Da queste tre figure si può imparare soprattutto a far crescere la responsabilità etica, spirituale e civica per il contesto dove si abita. Non bisogna pensare a compiere gesti eclatanti, ma pregnanti. Se ciascuno si impegna a fare un passo concreto in questo senso, si potrà ridare forza e futuro al nostro territorio”.

Si dice da diverse parti che “fuori fa freddo”, dove rifugiarsi è la chiesa e l’Università. Fede e cultura, condivisione, coraggio possono essere queste le armi migliori per sconfiggere, orgoglio, illusione, ipocrisia e falsa onniscienza che fin qui ha prodotto danni gravi al pensiero e al cuore dei lucani?

“Fede, cultura, condivisione e coraggio possono aiutare i lucani a superare tutti gli atteggiamenti autoreferenziali che spesso frenano percorsi virtuosi di sviluppo e coesione. Fede e cultura, a mio parere, non devono limitarsi ad essere elementi decorativi, ma devono diventare le basi di un progetto concreto per il futuro della Basilicata. Il futuro della regione richiede che in ogni ambito cresca la logica della alleanza. In questo modo si potranno superare alcune forti tentazioni: la polarizzazione, il disinteresse, il pessimismo e la delega. L’Università e la comunità cristiana possono dare un apporto importante, ognuna secondo la propria specificità. Una comunità che si gioca sulla crescita morale, sulla conoscenza della verità e del bene comune – arginando le bramosie di una cultura del profitto a tutti i costi – può realmente rinascere. La Chiesa per sua natura è chiamata ad educare alla responsabilità, alla solidarietà e alla cura dei più fragili, mantenendo. L’Università può invece mettere ricerca e competenze al servizio del territorio, studiandone i bisogni e proponendo soluzioni verificabili”

Un po’ di leggerezza. La fede in una terra antica e rocciosa come la Lucania è un peso che fa camminare a testa bassa o un paio di ali per volare sopra i tetti dei paesi vuoti? Chiama più a raccolta Dio: il silenzio delle nostre montagne o il chiasso del mondo moderno?

“Questa domanda mi stimola a condividere un pensiero che ho sempre nutrito e che si è rafforzato in questi anni in Basilicata. Possiamo pensare alla Lucania come a un luogo teologico: qui le pietre, le chiese e i santuari non sono sfondi neutri ma segni in cui si incontra la memoria viva della identità e della vocazione di un popolo. Nonostante i forti venti della secolarizzazione, in gran parte della Basilicata, la fede, non è mera idea né un peso puramente nostalgico, ma patrimonio genetico che prende sul serio la storia e il volto concreto di un popolo. Purtroppo, questa memoria spesso si chiude in rituali immutabili, in tal caso il pericolo è che tutto può trasformarsi in zavorra: la tradizione si pietrifica e la fede perde la capacità di volgere lo sguardo verso il futuro. Ma se la medesima storia è accolta nella dinamica evangelica — lo svuotamento che genera accoglienza e servizio — allora quel peso diventa modo di farsi piccolo per gli altri, diventa ali che portano missione e speranza. In definitiva, la fede in una terra antica e rocciosa come la Lucania è insieme radice e ala. Tiene attaccati alla terra attraverso la memoria e il silenzio dell’ascolto, ma non esaurisce la sua vocazione nella conservazione: è chiamata a farsi volo attraverso l’impegno concreto, la carità e la speranza escatologica. Così custodisce senza chiudersi, e permette di sollevarsi non per fuggire il luogo, ma per rendere visibile la vita nuova che può nascere dentro e grazie a quel territorio”

Oreste Roberto Lanza