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Rispetto. Generare relazioni autentiche.

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

RISPETTO. GENERARE RELAZIONI AUTENTICHE

Ai Docenti di Religione Cattolica

Ai Catechisti e alle Catechiste

Agli Educatori e agli Animatori

Ai Responsabili di Pastorale Familiare e di Pastorale Giovanile

e, p.c., ai Reverendi Parroci

 

CONVEGNO REGIONALE SULLA TUTELA DEI MINORI E DEGLI ADULTI VULNERABILI

VENERDÌ 23 OTTOBRE 2026

Carissimi,

  1. «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli» (Mt 18,10). Desidero raggiungervi con questa parola del Signore, che consegna a ogni discepolo una responsabilità alla quale nessuno di noi può sottrarsi. Come già vi è stato comunicato dal nostro Servizio diocesano per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, che ringrazio di cuore per la dedizione e la competenza con cui accompagna questo delicato ambito della vita ecclesiale, venerdì 23 ottobre 2026, dalle ore 16.30 alle 19.00, presso l’Auditorium Cecilia del Centro per la Creatività, in Contrada Santa Venere a Tito (PZ), si terrà il II Convegno Regionale sulla Tutela dei Minori e degli Adulti Vulnerabili, promosso dalla Conferenza Episcopale di Basilicata attraverso il Servizio Interdiocesano per la Tutela dei Minori. Con questa lettera non intendo semplicemente rinnovare un invito, ma condividere con voi, come padre e pastore, le ragioni profonde per le quali ritengo questo appuntamento un passo necessario per chiunque, nella nostra Chiesa, abbia ricevuto il mandato di accompagnare i più piccoli e i più fragili.
  2. Domenica 11 ottobre, nella nostra Cattedrale di Melfi, abbiamo aperto il primo Sinodo della nostra Chiesa diocesana, affidandolo alla Parola degli Atti degli Apostoli: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32). Il tema del Convegno, «Rispetto. Generare relazioni autentiche», tocca il cuore stesso di questo cammino. Non può esserci un cuore solo e un’anima sola senza il rispetto di ciascuno: la comunione che cerchiamo non è uniformità, ma la gioia di riconoscere l’altro nella sua dignità di figlio di Dio e di custodirlo, soprattutto quando è piccolo e indifeso. Papa Leone XIV ci ha ricordato che, nella visione cristiana, il rispetto «è una forma esigente della carità»: custodire l’altro senza appropriarsene, accompagnarlo senza dominarlo, servirlo senza umiliarlo. Una comunità che desidera camminare insieme deve essere, prima di tutto, una casa sicura.
  3. Non possiamo, del resto, dimenticare la ferita che la Chiesa ha attraversato e continua ad attraversare a motivo degli abusi commessi da chierici, religiosi e laici, e talvolta coperti da silenzi e omissioni. Ogni abuso è un tradimento della fiducia e un’offesa a Cristo stesso, che si è identificato con i piccoli; ogni vittima è un membro sofferente del Corpo di Cristo, e «se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1Cor 12,26). Papa Francesco, nella Lettera al Popolo di Dio del 20 agosto 2018, ci ha chiesto di assumere questo dolore come comunità intera, con vergogna e pentimento, consegnandoci una consapevolezza che non possiamo smarrire: «Guardando al passato, non sarà mai abbastanza ciò che si fa per chiedere perdono e cercare di riparare il danno causato. Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi». La nostra prima parola è dunque per quanti sono stati feriti: a loro vanno la nostra vicinanza, la nostra disponibilità all’ascolto e l’impegno a porli sempre al centro della nostra azione pastorale.
  4. Proprio per questo la tutela non può essere affidata all’improvvisazione né alla sola buona volontà. Le Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della Conferenza Episcopale Italiana chiedono che in ogni comunità cresca una vera e propria cultura della tutela, alimentata da una formazione seria, condivisa e permanente di tutti coloro che, a vario titolo, operano accanto ai minori e alle persone fragili. Lo ha ribadito con forza il Motu proprio Vos estis lux mundi: «I crimini di abuso sessuale offendono Nostro Signore, causano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e ledono la comunità dei fedeli»; e ancora: «Perché tali fenomeni, in tutte le loro forme, non avvengano più, serve una continua e profonda conversione dei cuori, attestata da azioni concrete ed efficaci che coinvolgano tutti nella Chiesa». Formarsi significa imparare a riconoscere i segnali del disagio e della sofferenza, conoscere i comportamenti da adottare e quelli da evitare, saper accogliere con delicatezza una confidenza e sapere a chi rivolgersi, custodire con responsabilità anche gli ambienti digitali, oggi sempre più abitati dai ragazzi. È un dovere che nasce dalla carità prima ancora che dalle norme: chi ama si prepara, per non far mancare a chi gli è affidato un aiuto competente e sicuro.
  5. Allo stesso modo siamo chiamati a vigilare. Il Signore ripete ai suoi discepoli: «Vegliate» (Mc 13,37). La vigilanza evangelica non è sospetto né diffidenza, ma attenzione amorevole: è lo sguardo del buon pastore che conosce le sue pecore, si accorge di chi si smarrisce e non lascia nessuno solo. Vigilare significa rendere trasparenti i nostri luoghi e le nostre relazioni, rifiutare ogni forma di abuso di potere, di coscienza e spirituale, non voltarsi dall’altra parte quando qualcosa ci inquieta. È lo stile di una Chiesa che, come insegna il Motu proprio Come una madre amorevole, «ama tutti i suoi figli, ma cura e protegge con un affetto tutto particolare quelli più piccoli e indifesi». Accanto ai minori, questa cura deve estendersi agli adulti vulnerabili: le persone con disabilità, gli anziani soli, quanti vivono fragilità psichiche o situazioni di dipendenza affettiva, economica o spirituale. Prenderci realmente cura di loro è la verifica più autentica della nostra fede: è lo stile del Buon Samaritano, che si ferma, si china e si fa carico.
  6. In questo primo anno sinodale siamo chiamati a «osservare e interpretare» la vita delle nostre comunità. Vi ho chiesto di rinnovare e di rinnovarci, di ascoltare tutti, in particolare i giovani. Ascoltare davvero i ragazzi significa anche costruire ambienti educativi limpidi e accoglienti: le nostre parrocchie, gli oratori, i gruppi associativi, i cori e i ministranti, i campi scuola e le attività estive, le aule scolastiche e i luoghi dello sport devono essere, senza eccezioni, spazi nei quali ogni bambino, ogni ragazzo e ogni persona fragile possa sentirsi accolto, rispettato e al sicuro. Il Convegno di Tito è un’occasione preziosa per educare questo sguardo, che è già discernimento sinodale.
  7. È a voi, in modo particolare, che questo appello si rivolge. Docenti di religione, catechisti, educatori, animatori, responsabili di pastorale familiare e giovanile: ogni giorno, nelle aule, nei percorsi di iniziazione cristiana, negli oratori e accanto alle famiglie, siete per tanti ragazzi il volto concreto della Chiesa, il primo riferimento di fiducia dopo i genitori. Il Servizio diocesano per la tutela non può operare da solo: ha bisogno di voi, del vostro sguardo, della vostra competenza e della vostra corresponsabilità, come il Sinodo ha bisogno del contributo di tutti. Ancora Papa Francesco ci ricorda che «è impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio». Ci guiderà la dott.ssa Chiara Griffini, psicologa forense, consultore del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e Presidente del Servizio Nazionale per la Tutela dei Minori della CEI: sarà l’occasione per ascoltare chi accompagna questo cammino a livello nazionale e per confrontarci sulle buone prassi da vivere nelle nostre parrocchie, nelle unità pastorali e nelle scuole.
  8. Vi chiedo, pertanto, di considerare questo appuntamento non come un adempimento, ma come parte integrante del vostro servizio ecclesiale e del nostro cammino sinodale, una tappa di quel percorso formativo che, con l’aiuto del Servizio diocesano, desideriamo rendere sempre più stabile nelle nostre comunità. Invito i Reverendi Parroci a favorire e sostenere la partecipazione dei loro collaboratori, e gli animatori sinodali parrocchiali a farsi eco di quanto ascolteremo, perché diventi materia di riflessione e di discernimento nei gruppi sinodali.
  9. Affido ciascuno di voi e il vostro prezioso ministero educativo alla Vergine Maria, Madre della Chiesa, che ha custodito con amore il Bambino Gesù, e all’intercessione di San Giovanni Paolo II, che oggi la Chiesa ricorda, perché la nostra Chiesa di Melfi-Rapolla-Venosa cresca sempre più come comunità di un cuore solo e un’anima sola, dove i più piccoli e i più fragili siano accolti, protetti e amati. Con gratitudine e affetto, di cuore vi benedico.

Melfi, dalla Sede vescovile, 22 ottobre 2026
Memoria di San Giovanni Paolo II, papa

✠ Ciro Fanelli
Vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa

 

 


La parola N. 12 settembre 2026

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L’editoriale – A cura di don Rocco Di Pierro

 

Un cammino che coinvolge tutti

Il Sinodo diocesano 2026-2029 si presenta come un tempo di grazia per tutta la nostra Chiesa. Non è un appuntamento riservato a pochi né un semplice momento organizzativo, ma un invito rivolto a ogni battezzato a riscoprire la bellezza del camminare insieme, lasciandosi guidare dallo Spirito Santo.
Il Vescovo ci ricorda che il futuro della Chiesa nasce anzitutto dalla fedeltà al Vangelo. Per questo il Sinodo è prima di tutto un cammino di conversione personale e comunitaria, che chiede a ciascuno di mettersi in ascolto della Parola di Dio, della realtà e delle persone. Solo così sarà possibile discernere con sapienza le strade che il Signore apre davanti alla nostra diocesi. Camminare insieme significa anche condividere responsabilità, valorizzare i doni di tutti e sentirsi parte di un’unica comunità.
In questo percorso ciascuno è chiamato a dare il proprio contributo: sacerdoti, consacrati, laici, famiglie e giovani, che non rappresentano soltanto il futuro della Chiesa, ma ne sono già oggi una presenza viva e indispensabile. Il Sinodo ci invita a guardare avanti con fiducia, senza paura delle sfide del nostro tempo.
La missione della Chiesa rimane quella di annunciare Cristo con linguaggi capaci di raggiungere il cuore delle persone, mantenendo saldo il legame con la tradizione e aprendosi con coraggio alle esigenze del presente. Sarà un cammino tanto più fecondo quanto più sapremo viverlo nello spirito della comunione, della corresponsabilità e della misericordia.
La Chiesa di Melfi- Rapolla-Venosa, attraverso il Vescovo, ci invita a costruire una comunità accogliente, capace di ascoltare, accompagnare e testimoniare il Vangelo con semplicità e credibilità.
Affidiamo il Sinodo diocesano alla Vergine di Lourdes, perché accompagni ogni passo del nostro cammino e ci aiuti a diventare una Chiesa sempre più unita, missionaria e fedele al Vangelo.

La parola N.12Indice La parola N.12

Lettera ai figli di questa Chiesa che soffrono

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

Lettera ai figli di questa Chiesa che soffrono

«Ho osservato la miseria del mio popolo… ho udito il suo grido» (Es 3,7)

 

Carissimi fratelli e sorelle del Vulture-Melfese e dell’Alto Bradano,

«Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo» (1Cor 1,3). Vi scrivo dalla cappella della casa vescovile di Melfi, dopo essermi fermato, come ogni sera, in preghiera sul Vangelo di oggi. Davanti al Signore ho portato i volti, i nomi e le fatiche di tante famiglie della nostra terra, e da lì desidero far giungere a ciascuno di voi una parola di vicinanza, in un tempo che per molti è particolarmente faticoso. Il Dio della Bibbia è un Dio che vede, ascolta e conosce la sofferenza del suo popolo (cf. Es 3,7): per questo la sua Chiesa non può essere distratta.

UNA TELEFONATA DIVENTATA LETTERA
Qualche giorno fa mi ha telefonato Donato, agricoltore di Gaudiano, per chiedermi di continuare a essere vicino agli agricoltori di Lavello e del Vulture. Le sue parole mi hanno accompagnato in questi giorni e sono all’origine di questa lettera. Presto ci incontreremo, come concordato. Prima di quell’incontro, però, desidero assicurare a lui e a tutti voi che questa vicinanza c’è e non è di circostanza: la Chiesa fa sue le vostre preoccupazioni e le accompagna con la preghiera e con l’impegno. Il Concilio lo ha detto con parole che non smettono di interpellarci: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» (Gaudium et spes, 1).
Sono giorni significativi per la nostra diocesi. A Melfi abbiamo da poco aperto il Sinodo diocesano e la prossima settimana inaugureremo il campanile monumentale. Ringrazio il Signore per questi doni e, insieme, sento che non possiamo viverli senza pensare a chi è in difficoltà. Un campanile chiama a raccolta il popolo di Dio: le sue campane non suonano soltanto per chi è già in chiesa, ma per tutti, e ci ricordano che nessuno deve sentirsi fuori dalla comunità. Il cammino sinodale ci chiede proprio questo: essere una Chiesa che cammina insieme, attenta alle persone, che non lascia indietro nessuno. Oggi molte famiglie fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, e questa fatica ci riguarda, perché «se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1Cor 12,26).

LA PAROLA CHE ILLUMINA IL NOSTRO TEMPO
Nel Vangelo di oggi (Lc 12,13-21) Gesù racconta di un uomo ricco che, davanti a un raccolto abbondante, pensa soltanto ad allargare i propri magazzini. E ammonisce: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede» (Lc 12,15). È una parola che giudica ogni logica di accumulo che dimentica gli altri e che ci invita ad arricchirci «presso Dio» (Lc 12,21), cioè nella condivisione e nella giustizia.
Quest’anno, per molti agricoltori e lavoratori del Vulture, il frutto del lavoro non basta più a coprire i costi. Sono persone che chiedono semplicemente di poter vivere di ciò che fanno, come promette il Salmo: «Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene» (Sal 128,2); persone che attendono di veder compiuta la speranza del profeta: «Costruiranno case e le abiteranno, pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto» (Is 65,21). La terra, che il Signore ha affidato all’uomo «perché la coltivasse e la custodisse» (Gen 2,15), è dono per tutti e chiede che il lavoro di chi la coltiva sia riconosciuto e rispettato.
È giusto, allora, chiederci con serenità e franchezza in che misura le risorse della nostra terra, che dal suo sottosuolo offre energia all’intero Paese, portino beneficio a chi vi abita. Non spetta a me stabilire il prezzo del gasolio, né indicare soluzioni tecniche che appartengono ad altri. Ma posso, e devo, ascoltarvi, condividere le vostre preoccupazioni e cercare con voi vie di speranza, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, che ricorda come «il lavoro è per l’uomo, e non l’uomo per il lavoro» (san Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 6).

IN COMUNIONE CON LA CHIESA CHE È IN BASILICATA
Non vi scrivo da solo. Sabato scorso, 17 ottobre, i Vescovi della Conferenza Episcopale di Basilicata hanno diffuso una nota sulla situazione creata dal caro carburante, che sento profondamente mia e che vi invito a leggere e a meditare nelle comunità. I Vescovi lucani osservano che il caro-vita, alimentato dai continui rincari del carburante e dall’aumento dei costi di produzione, «tocca la carne viva e spesso sofferente di tutti i cittadini». Ricordano che l’agricoltura e il trasporto merci, in una regione fatta in gran parte di aree interne, non sono soltanto comparti economici, ma «rappresentano anche una prospettiva e un’occasione di futuro». E danno un nome a una ferita che molti di voi mi hanno confidato: la «solitudine sociale» di chi si sente senza voce e senza rappresentanza. È una situazione, scrivono, che «non può lasciare nessuno indifferente».
Con i miei confratelli Vescovi faccio mio l’appello rivolto al Governo e alla Regione perché, ciascuno secondo le proprie competenze, affrontino il peso dei costi del carburante e ne valutino le ricadute sull’agricoltura e sui trasporti, tenendo presente ciò che è davvero in gioco per i territori lucani: «la continuità e la salvaguardia del lavoro, insieme alla loro più autentica vitalità». Le strade bloccate e le code sono soltanto la parte visibile di una fatica più profonda, che chiede di essere ascoltata prima ancora che gestita.

VOLTI E NOMI
Penso in particolare ad alcune persone, la cui situazione è quella di molti. Il Signore ci chiama per nome (cf. Is 43,1), e per nome desidero ricordarle.
Donato, dopo la siccità dello scorso anno, si trova ora davanti a costi che non riesce più a sostenere: gli auguro di poter continuare a coltivare la sua terra e gli assicuro che la comunità cristiana non lo lascerà solo.
Giacinto ha il camion fermo sulla Bradanica. Difendere il proprio lavoro è un diritto, e apprezzo che la protesta si stia svolgendo nel rispetto di tutti, come dimostra la scelta di sospendere il presidio durante la festa di Melfi. Incoraggio a custodire questo stile pacifico e responsabile: dà forza alle ragioni di chi protesta e rispetta chi deve mettersi in viaggio per lavoro, per studio o per curarsi.
Massimo studia agraria a Bologna e si chiede se potrà tornare: il Vulture avrà bisogno di giovani preparati come lui. A lui e ai tanti giovani partiti per studiare o lavorare dico: non smettete di pensare a questa terra come a una casa a cui tornare, e non soltanto come a un luogo da cui partire.
Marisa ogni mese deve far quadrare affitto, bollette, spesa e libri per i figli. A lei, e a chi vive la stessa situazione, dico di non esitare a chiedere aiuto alle nostre comunità: bussare alla porta della solidarietà cristiana non è un’umiliazione, è il segno che siamo una famiglia.

UNA CHIESA CHE PORTA I PESI
Chiedo a tutta la comunità ecclesiale, ai sacerdoti e ai diaconi, alle religiose e ai religiosi, ai consigli pastorali, alle Caritas parrocchiali, alle associazioni e ai movimenti, di essere vicina, con discrezione e concretezza, agli agricoltori, agli autotrasportatori e alle famiglie in difficoltà. Le nostre parrocchie siano luoghi in cui la fatica si può dire senza vergogna e trovare ascolto. L’ascolto di queste situazioni sarà parte del nostro cammino sinodale: i gruppi sinodali raccolgano queste voci, perché camminare insieme significa anche obbedire alla parola dell’Apostolo: «Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2). Sappiamo bene che la carità non sostituisce la giustizia, né può supplire alle responsabilità di chi governa; ma una comunità che si fa prossima impedisce che qualcuno resti solo con il proprio peso.
Domenica prossima, 25 ottobre, vi invito a pregare in tutte le Messe per il mondo del lavoro e per la nostra terra, perché a ciascuno siano garantiti un lavoro dignitoso e la possibilità di costruire qui il proprio futuro. La Parola di quella domenica ci verrà incontro: nel libro dell’Esodo il Signore chiede di non opprimere chi è nel bisogno e assicura che ascolterà il suo grido (cf. Es 22,20-26); nel Vangelo Gesù unisce in un solo comandamento l’amore per Dio e l’amore per il prossimo (cf. Mt 22,34-40). Propongo che nella preghiera dei fedeli si aggiunga questa intenzione:

Per gli agricoltori, gli autotrasportatori e tutti i lavoratori della nostra terra, e per le loro famiglie: perché, sostenuti dalla solidarietà delle comunità e da scelte giuste di chi governa, possano vivere con dignità del frutto del loro lavoro e costruire qui il loro futuro. Preghiamo.

A quanti hanno responsabilità di governo rinnovo l’invito ad ascoltare con attenzione la voce della nostra gente e a offrire risposte concrete e tempestive, tenendo presenti le famiglie e le comunità che desiderano continuare a vivere e lavorare con dignità in questa terra. Il bene comune si misura sempre dalla condizione dei più fragili.
Il motto che ho scelto per il mio ministero, Omnia propter Evangelium, «tutto io faccio per il Vangelo» (1Cor 9,23), mi ricorda che anche questa vicinanza è annuncio: il Vangelo diventa credibile quando si fa carne nella vita concreta delle persone.
Affido tutti voi all’intercessione di Maria e di Giuseppe di Nazaret, perché sostengano la nostra speranza e ci insegnino a camminare insieme.
Vi benedico con affetto.
Melfi, 19 ottobre 2026

✠ Ciro Fanelli
Vescovo


Agricoltura e trasporti, la preoccupazione dei vescovi lucani

Agricoltura e trasporti, la preoccupazione dei vescovi lucani

 

 

Le mobilitazioni che stanno interessando anche la Basilicata richiamano l’attenzione sulle difficoltà che il mondo agricolo e quello dell’autotrasporto affrontano ogni giorno.

La Conferenza Episcopale di Basilicata guarda con preoccupazione a una situazione che coinvolge attività produttive di grande importanza per la vita della nostra regione.

Il caro-vita, alimentato dai continui rincari del carburante e dall’aumento dei costi di produzione, si aggrava con il continuo aumento dei prezzi e tocca la carne viva e spesso sofferente di tutti i cittadini. A patirne sono innanzitutto coloro che dispongono di minori risorse. Una situazione che non può lasciare nessuno indifferente.

Nel nostro territorio, che si configura in larga misura come un’area interna, l’agricoltura e il trasporto delle merci non sono legati soltanto al lavoro, alle filiere locali e alla possibilità di restare sul territorio: rappresentano anche una prospettiva e un’occasione di futuro.

Quando questi settori faticano a proseguire la propria attività, chi vi opera non si sente rappresentato e lamenta una condizione di solitudine sociale. Diventa difficile intravedere un futuro; a risentirne sono le famiglie e, con esse, l’intera comunità regionale.

I vescovi rivolgono un appello al Governo e alla Regione Basilicata perché, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, affronti il peso dei costi del carburante e ne valuti le ricadute sull’agricoltura e sui trasporti. Le scelte adottate tengano conto di ciò che è veramente in gioco per i territori lucani: la continuità e la salvaguardia del lavoro, insieme alla loro più autentica vitalità.

Conferenza episcopale di Basilicata

“Un cuor solo e un’anima sola”: la diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa apre il Sinodo diocesano

DIOCESI DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

UFFICIO PER LE COMUNICAZIONI SOCIALI

 

 

“Un cuor solo e un’anima sola”: la diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa apre il Sinodo diocesano

Una Chiesa in cammino nell’ascolto, nella comunione e nella corresponsabilità

 

Domenica 11 ottobre la diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa si appresta a vivere uno degli eventi più significativi della propria storia ecclesiale con l’apertura ufficiale del Sinodo diocesano dal tema tratto dagli Atti degli Apostoli “Un cuor solo e un’anima sola” (At. 4,32). Una giornata di festa, da vivere all’insegna dell’incontro, della comunione e della preghiera, pensata per esprimere il volto di una Chiesa che si mette in cammino, si apre all’ascolto e valorizza la partecipazione di tutti. L’appuntamento, infatti, vedrà il coinvolgimento dell’intera comunità diocesana, articolata nelle sue quattro zone pastorali, che si raduneranno in luoghi diversi della città di Melfi, per poi convergere insieme verso la Cattedrale, dove si svolgerà la solenne celebrazione eucaristica, durante la quale mons. Ciro Fanelli conferirà il mandato alla Segreteria del Sinodo e agli animatori sinodali parrocchiali. A seguire, si terrà un momento di convivialità aperto a tutta la cittadinanza, organizzato dal Servizio per la Pastorale Giovanile e dall’Ufficio Pastorale per le Vocazioni della diocesi, con area food, area giochi, musica e altre iniziative di intrattenimento.

L’apertura del Sinodo diocesano, preannunciata dal vescovo durante la celebrazione eucaristica conclusiva della Visita Pastorale del 5 ottobre 2025, trova una felice coincidenza cronologica con l’inizio del Concilio Vaticano II e costituisce il punto di partenza di un percorso che intende coinvolgere la diocesi e il territorio diocesano nella sua interezza, un’occasione per rafforzare la comunione, promuovere il dialogo e discernere insieme le strade attraverso cui annunciare il Vangelo nel contesto sociale e culturale di oggi. Infatti, il cammino sinodale si svilupperà nel corso del triennio 2026-2029 e sarà strutturato in tre tappe principali, con una precisa finalità per ciascun anno pastorale, indicata da un tema specifico: anno pastorale 2026-2027 “Osserva e interpreta”; anno pastorale 2027-2028 “Valuta e progetta”; anno pastorale 2028-2029 “Sceglie e decide”. Il Sinodo diocesano, fortemente desiderato dal Servo di Dio mons. Vincenzo Cozzi, predecessore di mons. Fanelli nel ministero episcopale, si concluderà con la promulgazione del  “Libro del Sinodo”, contenente l’esito del lavoro svolto, con alcune norme e linee guida per la pastorale diocesana.

 

 

Messaggio del Santo Padre per la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato

Messaggio del Santo Padre per la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del rifugiato (27 settembre 2026)

 

Anche uno solo di questi bambini (cfr Mt 18,10)

 

Pubblichiamo di seguito il Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la 112a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che sarà celebrata domenica 27 settembre 2026, sul tema: “Anche uno solo di questi bambini (cfr Mt 18,10)”.

Cari fratelli e care sorelle!

Di anno in anno la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ci invita a volgere il nostro sguardo su aspetti diversi del complesso fenomeno migratorio. Per questa 112ª Giornata il tema «Anche uno solo di questi bambini» richiama la nostra attenzione sui minori direttamente coinvolti nell’esperienza del migrare e della fuga, sulla sollecitudine nei loro confronti e sulla promessa del Signore che «chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me» (Mc 9,37).

Minori sfollati: una realtà complessa di vulnerabilità

I minori sono i più vulnerabili all’interno dei flussi migratori mondiali. Sono volti concreti, storie uniche, che fanno appello alla nostra coscienza. Ogni anno, milioni di bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, povertà, violenze, disastri ambientali e altre tragedie; e purtroppo il loro numero continua ad aumentare. Le responsabilità economiche, politiche e militari di questo disastro sono immani. La sofferenza non si esaurisce nello spostarsi: vi sono giovanissimi che hanno perso genitori, fratelli, sorelle e amici e sono testimoni di violenze indicibili. Altri, separati per lunghi periodi dai propri familiari, tentano di ricongiungersi a loro, vivendo nel frattempo l’angoscia della lontananza. Vi sono poi minori che affrontano il tragitto insieme ai genitori, esposti tuttavia a condizioni estreme e traumatiche. Non possiamo infine dimenticare la tragica condizione di quanti vengono separati dai genitori a causa del rimpatrio.

A questo scenario già drammatico si sommano altre tragedie: le morti lungo le rotte migratorie, la tratta e lo sfruttamento, il reclutamento per l’impiego di minori nei conflitti armati, la violenza sessuale, i matrimoni forzati e le atrocità subite o viste durante il tragitto. In troppi modi la loro dignità viene calpestata.

Papa Francesco, nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2017, dedicata al tema “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”, ricordava che essi «sono tre volte indifesi perché minori, perché stranieri e perché inermi, quando, per varie ragioni, sono forzati a vivere lontani dalla loro terra d’origine e separati dagli affetti familiari».

Eppure, in mezzo a tanta oscurità, non manca la luce della solidarietà: persone, famiglie, istituzioni civili e comunità ecclesialiscelgono di non voltarsi dall’altra parte (cfr Lc 10,29-37). Pensiamo alle famiglie che aprono le porte delle proprie case per restituire il calore di un focolare a questi minori, agli educatori nelle comunità d’accoglienza, ai volontari e agli operatori che ogni giorno, sulle rotte e nelle nostre città, si dedicano alla cura delle ferite invisibili di questi piccoli. Con il loro impegno, testimoniano che l’amore può vincere l’indifferenza.

Anche uno solo di questi bambini

Dinanzi a questa drammatica realtà, il mio pensiero va a una parola di Gesù che interpella profondamente la coscienza di ciascuno: «Chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me» (Mt 18,5). Non è una questione di cifre o di statistiche. Il Vangelo ci invita a non fare calcoli: anche uno solo. Ogni bambino, ogni essere umano possiede una dignità infinita. È immagine e somiglianza di Dio (cfr Gen 1,26), è presenza del Signore. Davanti a ciascun minore migrante, siamo chiamati a compiere un atto di umanità e di fede: nel bambino, infatti, possiamo accogliere e incontrare il Signore. Questa chiamata si fa ancora più pressante alla luce dell’altra affermazione del Signore nel Vangelo di Matteo: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35).

Purtroppo, i minori migranti sono più facilmente ridotti all’invisibilità, perché privi di adulti che li proteggano e sostengano. È necessario intervenire nei Paesi d’origine per rimuovere le eventuali cause che costringono alla fuga, oltre a offrire protezione e accoglienza nei Paesi di transito e di arrivo. Il grido dei minori sfollati sale oggi a Dio, proprio come quello ascoltato nel libro dell’Esodo: «Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto, e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; perché conosco i suoi affanni; e sono sceso per liberarlo» (Es 3,7-8). Dio ascolta e per liberare interpella con forza la coscienza e l’azione di ciascuno di noi, come aveva fatto con Mosè. Non possiamo restare indifferenti, né abituarci a tanta sofferenza.

Un appello alla responsabilità di tutti

Anche uno solo di questi bambini ci chiama, nella nostra vita personale, ad aprire occhi e cuore all’ascolto profondo della storia, ai timori e ai sogni di ciascuno di loro, superando quel distacco che riduce l’essere umano a un dato statistico che non ci coinvolge direttamente. È un invito a riconoscere il bambino nella sua dignità, prima ancora della sua condizione di “migrante”, e a tutelarne i diritti fondamentali: alla vita, all’educazione, ad un livello di esistenza che gli consenta di crescere e svilupparsi pienamente dal punto di vista fisico, mentale, spirituale, morale e sociale.

Anche uno solo di questi bambini ci chiama, nella vita ecclesiale, a trasformare l’accoglienza da concetto astratto a pratica pastorale stabile. Non possiamo limitarci a delegare questo compito a istituti o associazioni dotati di uno specifico carisma: di fronte ai volti concreti che ci interpellano nel quotidiano, tutta la comunità cristiana è chiamata a sentirli suoi figli e a farsi prossima alla storia concreta di ciascuno. Occorre incoraggiare le comunità cristiane all’integrazione e alla valorizzazione dei rifugiati e dei migranti come soggetti a pieno titolo della famiglia ecclesiale, promuovendo nuovi percorsi educativi e spirituali, anche personalizzati, che superino la logica del puro assistenzialismo. In particolare, è fondamentale prevenire la solitudine, l’isolamento e il rifiuto, che non di rado colpiscono anche i figli dei migranti, e promuovere dinamiche di incontro e di integrazione in cui i ragazzi del territorio e i giovani migranti possano rafforzarsi insieme, in un cammino di mutuo rispetto, di solidarietà e di amicizia.

Anche uno solo di questi bambini, nell’orizzonte delle diverse religioni, ci ricorda che la vulnerabilità dei piccoli non conosce confini confessionali e ci accomuna in una responsabilità umanitaria e spirituale condivisa. Essa diventa terreno fecondo per un dialogo interreligioso concreto, dove i credenti, attingendo al proprio senso della trascendenza, cooperino nel tessere reti di protezione. Le comunità di fede sono chiamate a costruire spazi in cui ogni ragazza e ogni ragazzo siano rispettati e valorizzati nelle rispettive identità culturali, prevenendo il rischio di radicalizzazione da parte di gruppi estremistici. Proteggere un minore significa, in ultima istanza, custodire l’impronta divina impressa in lui.

Anche uno solo di questi bambini, nel contesto delle istituzioni civili, ci chiama a riaffermare il principio del superiore interesse del minore. Le istituzioni pubbliche e private sono tenute a mettere al centro la protezione e la dignità di ogni singolo bambino e adolescente. Ciò comporta l’adozione di efficaci strumenti legali di protezione, promuovendo i ricongiungimenti familiari e scongiurando i traumi della separazione. È urgente un cambio di prospettiva: occorre spostare l’asse del dibattito dalla mera gestione dei flussi alla tutela piena e immediata dei diritti umani, adottando «una risposta coordinata, solidale ed efficace, in grado di garantire protezione, accoglienza e reali opportunità di integrazione a chi emigra» (Discorso al Parlamento spagnolo, Madrid, 8 giugno 2026).

Affidiamo i minori migranti e rifugiati alla materna protezione di Maria Santissima che, insieme a San Giuseppe e a Gesù, ancora bambino, conobbe la ferocia della violenza di Erode e il dramma dell’esilio in Egitto (cfr Mt 2,13-15); sia Lei ad accompagnare i loro passi e ad aiutare le nostre comunità a diventare segni vivi e credibili del Vangelo.

Dal Vaticano, 11 agosto 2026, memoria di Santa Chiara d’Assisi.

LEONE PP. XIV

Con gioia e gratitudine

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

Con gioia e gratitudine

 

Accolgo con gioia e gratitudine la nomina, conferitami dal Consiglio Permanente della CEl il 23 settembre u.s. , quale membro della Commissione per le Migrazioni.

Ringrazio il Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana, S.E. Mons. Davide Carbonaro, Presidente della Conferenza Episcopale di Basilicata, per le parole di sostegno, i confratelli Vescovi della CEB e tutta la mia Diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa per la vicinanza e la preghiera.

Affido questo servizio al Signore e alla protezione della Vergine Maria: porterò nella Commissione lo sguardo della nostra terra di Basilicata e l’attenzione sviluppata nelle diocesi lucane verso i più fragili, in particolare verso i minori e le famiglie dei migranti e dei rifugiati.

Chiedo il vostro sostegno nella preghiera. Grazie di cuore.

Melfi, 24 settembre 2026

+ Ciro Fanelli
Vescovo

Mons. Ciro Fanelli nominato membro della Commissione CEI per le Migrazioni

Mons. Ciro Fanelli nominato membro della Commissione CEI per le Migrazioni

Monsignor Ciro Fanelli, vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa è stato nominato durante i lavori del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana, membro della Commissione CEI per le Migrazioni.
«E’ un importante incarico al servizio della Chiesa italiana su una problematica di particolare rilevanza. – ha detto l’Arcivescovo Metropolita di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo, Mons. Davide Carbonaro – Il tema delle migrazioni interpella le nostre comunità e richiede ascolto, attenzione e responsabilità. Sono certo che Mons. Fanelli saprà offrire alla Commissione il proprio contributo, mettendo a disposizione esperienza e sensibilità pastorale».