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Rispetto. Generare relazioni autentiche.

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

RISPETTO. GENERARE RELAZIONI AUTENTICHE

Ai Docenti di Religione Cattolica

Ai Catechisti e alle Catechiste

Agli Educatori e agli Animatori

Ai Responsabili di Pastorale Familiare e di Pastorale Giovanile

e, p.c., ai Reverendi Parroci

 

CONVEGNO REGIONALE SULLA TUTELA DEI MINORI E DEGLI ADULTI VULNERABILI

VENERDÌ 23 OTTOBRE 2026

Carissimi,

  1. «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli» (Mt 18,10). Desidero raggiungervi con questa parola del Signore, che consegna a ogni discepolo una responsabilità alla quale nessuno di noi può sottrarsi. Come già vi è stato comunicato dal nostro Servizio diocesano per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, che ringrazio di cuore per la dedizione e la competenza con cui accompagna questo delicato ambito della vita ecclesiale, venerdì 23 ottobre 2026, dalle ore 16.30 alle 19.00, presso l’Auditorium Cecilia del Centro per la Creatività, in Contrada Santa Venere a Tito (PZ), si terrà il II Convegno Regionale sulla Tutela dei Minori e degli Adulti Vulnerabili, promosso dalla Conferenza Episcopale di Basilicata attraverso il Servizio Interdiocesano per la Tutela dei Minori. Con questa lettera non intendo semplicemente rinnovare un invito, ma condividere con voi, come padre e pastore, le ragioni profonde per le quali ritengo questo appuntamento un passo necessario per chiunque, nella nostra Chiesa, abbia ricevuto il mandato di accompagnare i più piccoli e i più fragili.
  2. Domenica 11 ottobre, nella nostra Cattedrale di Melfi, abbiamo aperto il primo Sinodo della nostra Chiesa diocesana, affidandolo alla Parola degli Atti degli Apostoli: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32). Il tema del Convegno, «Rispetto. Generare relazioni autentiche», tocca il cuore stesso di questo cammino. Non può esserci un cuore solo e un’anima sola senza il rispetto di ciascuno: la comunione che cerchiamo non è uniformità, ma la gioia di riconoscere l’altro nella sua dignità di figlio di Dio e di custodirlo, soprattutto quando è piccolo e indifeso. Papa Leone XIV ci ha ricordato che, nella visione cristiana, il rispetto «è una forma esigente della carità»: custodire l’altro senza appropriarsene, accompagnarlo senza dominarlo, servirlo senza umiliarlo. Una comunità che desidera camminare insieme deve essere, prima di tutto, una casa sicura.
  3. Non possiamo, del resto, dimenticare la ferita che la Chiesa ha attraversato e continua ad attraversare a motivo degli abusi commessi da chierici, religiosi e laici, e talvolta coperti da silenzi e omissioni. Ogni abuso è un tradimento della fiducia e un’offesa a Cristo stesso, che si è identificato con i piccoli; ogni vittima è un membro sofferente del Corpo di Cristo, e «se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1Cor 12,26). Papa Francesco, nella Lettera al Popolo di Dio del 20 agosto 2018, ci ha chiesto di assumere questo dolore come comunità intera, con vergogna e pentimento, consegnandoci una consapevolezza che non possiamo smarrire: «Guardando al passato, non sarà mai abbastanza ciò che si fa per chiedere perdono e cercare di riparare il danno causato. Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi». La nostra prima parola è dunque per quanti sono stati feriti: a loro vanno la nostra vicinanza, la nostra disponibilità all’ascolto e l’impegno a porli sempre al centro della nostra azione pastorale.
  4. Proprio per questo la tutela non può essere affidata all’improvvisazione né alla sola buona volontà. Le Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della Conferenza Episcopale Italiana chiedono che in ogni comunità cresca una vera e propria cultura della tutela, alimentata da una formazione seria, condivisa e permanente di tutti coloro che, a vario titolo, operano accanto ai minori e alle persone fragili. Lo ha ribadito con forza il Motu proprio Vos estis lux mundi: «I crimini di abuso sessuale offendono Nostro Signore, causano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e ledono la comunità dei fedeli»; e ancora: «Perché tali fenomeni, in tutte le loro forme, non avvengano più, serve una continua e profonda conversione dei cuori, attestata da azioni concrete ed efficaci che coinvolgano tutti nella Chiesa». Formarsi significa imparare a riconoscere i segnali del disagio e della sofferenza, conoscere i comportamenti da adottare e quelli da evitare, saper accogliere con delicatezza una confidenza e sapere a chi rivolgersi, custodire con responsabilità anche gli ambienti digitali, oggi sempre più abitati dai ragazzi. È un dovere che nasce dalla carità prima ancora che dalle norme: chi ama si prepara, per non far mancare a chi gli è affidato un aiuto competente e sicuro.
  5. Allo stesso modo siamo chiamati a vigilare. Il Signore ripete ai suoi discepoli: «Vegliate» (Mc 13,37). La vigilanza evangelica non è sospetto né diffidenza, ma attenzione amorevole: è lo sguardo del buon pastore che conosce le sue pecore, si accorge di chi si smarrisce e non lascia nessuno solo. Vigilare significa rendere trasparenti i nostri luoghi e le nostre relazioni, rifiutare ogni forma di abuso di potere, di coscienza e spirituale, non voltarsi dall’altra parte quando qualcosa ci inquieta. È lo stile di una Chiesa che, come insegna il Motu proprio Come una madre amorevole, «ama tutti i suoi figli, ma cura e protegge con un affetto tutto particolare quelli più piccoli e indifesi». Accanto ai minori, questa cura deve estendersi agli adulti vulnerabili: le persone con disabilità, gli anziani soli, quanti vivono fragilità psichiche o situazioni di dipendenza affettiva, economica o spirituale. Prenderci realmente cura di loro è la verifica più autentica della nostra fede: è lo stile del Buon Samaritano, che si ferma, si china e si fa carico.
  6. In questo primo anno sinodale siamo chiamati a «osservare e interpretare» la vita delle nostre comunità. Vi ho chiesto di rinnovare e di rinnovarci, di ascoltare tutti, in particolare i giovani. Ascoltare davvero i ragazzi significa anche costruire ambienti educativi limpidi e accoglienti: le nostre parrocchie, gli oratori, i gruppi associativi, i cori e i ministranti, i campi scuola e le attività estive, le aule scolastiche e i luoghi dello sport devono essere, senza eccezioni, spazi nei quali ogni bambino, ogni ragazzo e ogni persona fragile possa sentirsi accolto, rispettato e al sicuro. Il Convegno di Tito è un’occasione preziosa per educare questo sguardo, che è già discernimento sinodale.
  7. È a voi, in modo particolare, che questo appello si rivolge. Docenti di religione, catechisti, educatori, animatori, responsabili di pastorale familiare e giovanile: ogni giorno, nelle aule, nei percorsi di iniziazione cristiana, negli oratori e accanto alle famiglie, siete per tanti ragazzi il volto concreto della Chiesa, il primo riferimento di fiducia dopo i genitori. Il Servizio diocesano per la tutela non può operare da solo: ha bisogno di voi, del vostro sguardo, della vostra competenza e della vostra corresponsabilità, come il Sinodo ha bisogno del contributo di tutti. Ancora Papa Francesco ci ricorda che «è impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio». Ci guiderà la dott.ssa Chiara Griffini, psicologa forense, consultore del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e Presidente del Servizio Nazionale per la Tutela dei Minori della CEI: sarà l’occasione per ascoltare chi accompagna questo cammino a livello nazionale e per confrontarci sulle buone prassi da vivere nelle nostre parrocchie, nelle unità pastorali e nelle scuole.
  8. Vi chiedo, pertanto, di considerare questo appuntamento non come un adempimento, ma come parte integrante del vostro servizio ecclesiale e del nostro cammino sinodale, una tappa di quel percorso formativo che, con l’aiuto del Servizio diocesano, desideriamo rendere sempre più stabile nelle nostre comunità. Invito i Reverendi Parroci a favorire e sostenere la partecipazione dei loro collaboratori, e gli animatori sinodali parrocchiali a farsi eco di quanto ascolteremo, perché diventi materia di riflessione e di discernimento nei gruppi sinodali.
  9. Affido ciascuno di voi e il vostro prezioso ministero educativo alla Vergine Maria, Madre della Chiesa, che ha custodito con amore il Bambino Gesù, e all’intercessione di San Giovanni Paolo II, che oggi la Chiesa ricorda, perché la nostra Chiesa di Melfi-Rapolla-Venosa cresca sempre più come comunità di un cuore solo e un’anima sola, dove i più piccoli e i più fragili siano accolti, protetti e amati. Con gratitudine e affetto, di cuore vi benedico.

Melfi, dalla Sede vescovile, 22 ottobre 2026
Memoria di San Giovanni Paolo II, papa

✠ Ciro Fanelli
Vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa

 

 


Agricoltura e trasporti, la preoccupazione dei vescovi lucani

Agricoltura e trasporti, la preoccupazione dei vescovi lucani

 

 

Le mobilitazioni che stanno interessando anche la Basilicata richiamano l’attenzione sulle difficoltà che il mondo agricolo e quello dell’autotrasporto affrontano ogni giorno.

La Conferenza Episcopale di Basilicata guarda con preoccupazione a una situazione che coinvolge attività produttive di grande importanza per la vita della nostra regione.

Il caro-vita, alimentato dai continui rincari del carburante e dall’aumento dei costi di produzione, si aggrava con il continuo aumento dei prezzi e tocca la carne viva e spesso sofferente di tutti i cittadini. A patirne sono innanzitutto coloro che dispongono di minori risorse. Una situazione che non può lasciare nessuno indifferente.

Nel nostro territorio, che si configura in larga misura come un’area interna, l’agricoltura e il trasporto delle merci non sono legati soltanto al lavoro, alle filiere locali e alla possibilità di restare sul territorio: rappresentano anche una prospettiva e un’occasione di futuro.

Quando questi settori faticano a proseguire la propria attività, chi vi opera non si sente rappresentato e lamenta una condizione di solitudine sociale. Diventa difficile intravedere un futuro; a risentirne sono le famiglie e, con esse, l’intera comunità regionale.

I vescovi rivolgono un appello al Governo e alla Regione Basilicata perché, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, affronti il peso dei costi del carburante e ne valuti le ricadute sull’agricoltura e sui trasporti. Le scelte adottate tengano conto di ciò che è veramente in gioco per i territori lucani: la continuità e la salvaguardia del lavoro, insieme alla loro più autentica vitalità.

Conferenza episcopale di Basilicata

“Un cuor solo e un’anima sola”: la diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa apre il Sinodo diocesano

DIOCESI DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

UFFICIO PER LE COMUNICAZIONI SOCIALI

 

 

“Un cuor solo e un’anima sola”: la diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa apre il Sinodo diocesano

Una Chiesa in cammino nell’ascolto, nella comunione e nella corresponsabilità

 

Domenica 11 ottobre la diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa si appresta a vivere uno degli eventi più significativi della propria storia ecclesiale con l’apertura ufficiale del Sinodo diocesano dal tema tratto dagli Atti degli Apostoli “Un cuor solo e un’anima sola” (At. 4,32). Una giornata di festa, da vivere all’insegna dell’incontro, della comunione e della preghiera, pensata per esprimere il volto di una Chiesa che si mette in cammino, si apre all’ascolto e valorizza la partecipazione di tutti. L’appuntamento, infatti, vedrà il coinvolgimento dell’intera comunità diocesana, articolata nelle sue quattro zone pastorali, che si raduneranno in luoghi diversi della città di Melfi, per poi convergere insieme verso la Cattedrale, dove si svolgerà la solenne celebrazione eucaristica, durante la quale mons. Ciro Fanelli conferirà il mandato alla Segreteria del Sinodo e agli animatori sinodali parrocchiali. A seguire, si terrà un momento di convivialità aperto a tutta la cittadinanza, organizzato dal Servizio per la Pastorale Giovanile e dall’Ufficio Pastorale per le Vocazioni della diocesi, con area food, area giochi, musica e altre iniziative di intrattenimento.

L’apertura del Sinodo diocesano, preannunciata dal vescovo durante la celebrazione eucaristica conclusiva della Visita Pastorale del 5 ottobre 2025, trova una felice coincidenza cronologica con l’inizio del Concilio Vaticano II e costituisce il punto di partenza di un percorso che intende coinvolgere la diocesi e il territorio diocesano nella sua interezza, un’occasione per rafforzare la comunione, promuovere il dialogo e discernere insieme le strade attraverso cui annunciare il Vangelo nel contesto sociale e culturale di oggi. Infatti, il cammino sinodale si svilupperà nel corso del triennio 2026-2029 e sarà strutturato in tre tappe principali, con una precisa finalità per ciascun anno pastorale, indicata da un tema specifico: anno pastorale 2026-2027 “Osserva e interpreta”; anno pastorale 2027-2028 “Valuta e progetta”; anno pastorale 2028-2029 “Sceglie e decide”. Il Sinodo diocesano, fortemente desiderato dal Servo di Dio mons. Vincenzo Cozzi, predecessore di mons. Fanelli nel ministero episcopale, si concluderà con la promulgazione del  “Libro del Sinodo”, contenente l’esito del lavoro svolto, con alcune norme e linee guida per la pastorale diocesana.

 

 

Messaggio del Santo Padre per la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato

Messaggio del Santo Padre per la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del rifugiato (27 settembre 2026)

 

Anche uno solo di questi bambini (cfr Mt 18,10)

 

Pubblichiamo di seguito il Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la 112a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che sarà celebrata domenica 27 settembre 2026, sul tema: “Anche uno solo di questi bambini (cfr Mt 18,10)”.

Cari fratelli e care sorelle!

Di anno in anno la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ci invita a volgere il nostro sguardo su aspetti diversi del complesso fenomeno migratorio. Per questa 112ª Giornata il tema «Anche uno solo di questi bambini» richiama la nostra attenzione sui minori direttamente coinvolti nell’esperienza del migrare e della fuga, sulla sollecitudine nei loro confronti e sulla promessa del Signore che «chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me» (Mc 9,37).

Minori sfollati: una realtà complessa di vulnerabilità

I minori sono i più vulnerabili all’interno dei flussi migratori mondiali. Sono volti concreti, storie uniche, che fanno appello alla nostra coscienza. Ogni anno, milioni di bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, povertà, violenze, disastri ambientali e altre tragedie; e purtroppo il loro numero continua ad aumentare. Le responsabilità economiche, politiche e militari di questo disastro sono immani. La sofferenza non si esaurisce nello spostarsi: vi sono giovanissimi che hanno perso genitori, fratelli, sorelle e amici e sono testimoni di violenze indicibili. Altri, separati per lunghi periodi dai propri familiari, tentano di ricongiungersi a loro, vivendo nel frattempo l’angoscia della lontananza. Vi sono poi minori che affrontano il tragitto insieme ai genitori, esposti tuttavia a condizioni estreme e traumatiche. Non possiamo infine dimenticare la tragica condizione di quanti vengono separati dai genitori a causa del rimpatrio.

A questo scenario già drammatico si sommano altre tragedie: le morti lungo le rotte migratorie, la tratta e lo sfruttamento, il reclutamento per l’impiego di minori nei conflitti armati, la violenza sessuale, i matrimoni forzati e le atrocità subite o viste durante il tragitto. In troppi modi la loro dignità viene calpestata.

Papa Francesco, nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2017, dedicata al tema “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”, ricordava che essi «sono tre volte indifesi perché minori, perché stranieri e perché inermi, quando, per varie ragioni, sono forzati a vivere lontani dalla loro terra d’origine e separati dagli affetti familiari».

Eppure, in mezzo a tanta oscurità, non manca la luce della solidarietà: persone, famiglie, istituzioni civili e comunità ecclesialiscelgono di non voltarsi dall’altra parte (cfr Lc 10,29-37). Pensiamo alle famiglie che aprono le porte delle proprie case per restituire il calore di un focolare a questi minori, agli educatori nelle comunità d’accoglienza, ai volontari e agli operatori che ogni giorno, sulle rotte e nelle nostre città, si dedicano alla cura delle ferite invisibili di questi piccoli. Con il loro impegno, testimoniano che l’amore può vincere l’indifferenza.

Anche uno solo di questi bambini

Dinanzi a questa drammatica realtà, il mio pensiero va a una parola di Gesù che interpella profondamente la coscienza di ciascuno: «Chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me» (Mt 18,5). Non è una questione di cifre o di statistiche. Il Vangelo ci invita a non fare calcoli: anche uno solo. Ogni bambino, ogni essere umano possiede una dignità infinita. È immagine e somiglianza di Dio (cfr Gen 1,26), è presenza del Signore. Davanti a ciascun minore migrante, siamo chiamati a compiere un atto di umanità e di fede: nel bambino, infatti, possiamo accogliere e incontrare il Signore. Questa chiamata si fa ancora più pressante alla luce dell’altra affermazione del Signore nel Vangelo di Matteo: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35).

Purtroppo, i minori migranti sono più facilmente ridotti all’invisibilità, perché privi di adulti che li proteggano e sostengano. È necessario intervenire nei Paesi d’origine per rimuovere le eventuali cause che costringono alla fuga, oltre a offrire protezione e accoglienza nei Paesi di transito e di arrivo. Il grido dei minori sfollati sale oggi a Dio, proprio come quello ascoltato nel libro dell’Esodo: «Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto, e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; perché conosco i suoi affanni; e sono sceso per liberarlo» (Es 3,7-8). Dio ascolta e per liberare interpella con forza la coscienza e l’azione di ciascuno di noi, come aveva fatto con Mosè. Non possiamo restare indifferenti, né abituarci a tanta sofferenza.

Un appello alla responsabilità di tutti

Anche uno solo di questi bambini ci chiama, nella nostra vita personale, ad aprire occhi e cuore all’ascolto profondo della storia, ai timori e ai sogni di ciascuno di loro, superando quel distacco che riduce l’essere umano a un dato statistico che non ci coinvolge direttamente. È un invito a riconoscere il bambino nella sua dignità, prima ancora della sua condizione di “migrante”, e a tutelarne i diritti fondamentali: alla vita, all’educazione, ad un livello di esistenza che gli consenta di crescere e svilupparsi pienamente dal punto di vista fisico, mentale, spirituale, morale e sociale.

Anche uno solo di questi bambini ci chiama, nella vita ecclesiale, a trasformare l’accoglienza da concetto astratto a pratica pastorale stabile. Non possiamo limitarci a delegare questo compito a istituti o associazioni dotati di uno specifico carisma: di fronte ai volti concreti che ci interpellano nel quotidiano, tutta la comunità cristiana è chiamata a sentirli suoi figli e a farsi prossima alla storia concreta di ciascuno. Occorre incoraggiare le comunità cristiane all’integrazione e alla valorizzazione dei rifugiati e dei migranti come soggetti a pieno titolo della famiglia ecclesiale, promuovendo nuovi percorsi educativi e spirituali, anche personalizzati, che superino la logica del puro assistenzialismo. In particolare, è fondamentale prevenire la solitudine, l’isolamento e il rifiuto, che non di rado colpiscono anche i figli dei migranti, e promuovere dinamiche di incontro e di integrazione in cui i ragazzi del territorio e i giovani migranti possano rafforzarsi insieme, in un cammino di mutuo rispetto, di solidarietà e di amicizia.

Anche uno solo di questi bambini, nell’orizzonte delle diverse religioni, ci ricorda che la vulnerabilità dei piccoli non conosce confini confessionali e ci accomuna in una responsabilità umanitaria e spirituale condivisa. Essa diventa terreno fecondo per un dialogo interreligioso concreto, dove i credenti, attingendo al proprio senso della trascendenza, cooperino nel tessere reti di protezione. Le comunità di fede sono chiamate a costruire spazi in cui ogni ragazza e ogni ragazzo siano rispettati e valorizzati nelle rispettive identità culturali, prevenendo il rischio di radicalizzazione da parte di gruppi estremistici. Proteggere un minore significa, in ultima istanza, custodire l’impronta divina impressa in lui.

Anche uno solo di questi bambini, nel contesto delle istituzioni civili, ci chiama a riaffermare il principio del superiore interesse del minore. Le istituzioni pubbliche e private sono tenute a mettere al centro la protezione e la dignità di ogni singolo bambino e adolescente. Ciò comporta l’adozione di efficaci strumenti legali di protezione, promuovendo i ricongiungimenti familiari e scongiurando i traumi della separazione. È urgente un cambio di prospettiva: occorre spostare l’asse del dibattito dalla mera gestione dei flussi alla tutela piena e immediata dei diritti umani, adottando «una risposta coordinata, solidale ed efficace, in grado di garantire protezione, accoglienza e reali opportunità di integrazione a chi emigra» (Discorso al Parlamento spagnolo, Madrid, 8 giugno 2026).

Affidiamo i minori migranti e rifugiati alla materna protezione di Maria Santissima che, insieme a San Giuseppe e a Gesù, ancora bambino, conobbe la ferocia della violenza di Erode e il dramma dell’esilio in Egitto (cfr Mt 2,13-15); sia Lei ad accompagnare i loro passi e ad aiutare le nostre comunità a diventare segni vivi e credibili del Vangelo.

Dal Vaticano, 11 agosto 2026, memoria di Santa Chiara d’Assisi.

LEONE PP. XIV

Mons. Ciro Fanelli nominato membro della Commissione CEI per le Migrazioni

Mons. Ciro Fanelli nominato membro della Commissione CEI per le Migrazioni

Monsignor Ciro Fanelli, vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa è stato nominato durante i lavori del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana, membro della Commissione CEI per le Migrazioni.
«E’ un importante incarico al servizio della Chiesa italiana su una problematica di particolare rilevanza. – ha detto l’Arcivescovo Metropolita di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo, Mons. Davide Carbonaro – Il tema delle migrazioni interpella le nostre comunità e richiede ascolto, attenzione e responsabilità. Sono certo che Mons. Fanelli saprà offrire alla Commissione il proprio contributo, mettendo a disposizione esperienza e sensibilità pastorale».

Card. Zuppi: liberi di annunciare perché radicati in Cristo e vicini alle persone

Card. Zuppi: liberi di annunciare perché radicati in Cristo e vicini alle persone

 

Pubblichiamo l’Introduzione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, ai lavori del Consiglio Episcopale Permanente (Roma, 21-23 settembre 2026).

 

Cari Confratelli,

ci ritroviamo in questo Consiglio Episcopale Permanente, rinnovato in larga misura dall’elezione dei nuovi Presidenti delle Commissioni Episcopali nell’Assemblea Generale di maggio. Diamo il benvenuto a mons. Calogero Marino, Vescovo di Savona-Noli, eletto Presidente della Conferenza Episcopale Ligure. Il nostro incontrarci è sempre arricchente: le tante angolature diverse si completano e ci offrono gli elementi per un discernimento sapiente e per decisioni evangeliche e coraggiose. Chiediamo allo Spirito Santo di illuminare la nostra mente per rispondere alle attese che ci sono state affidate dal Cammino sinodale, per una Chiesa che sia arca di salvezza nel mare minaccioso di questo mondo. Papa Leone XIV ha ricordato che «sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo» (Discorso, 22 agosto 2026). È lo spirito con cui desideriamo vivere questo Consiglio Permanente: tra i vari impegni del suo mandato, c’è quello prioritario di dare continuità e attuazione alle proposte del Documento di sintesi del Cammino sinodale, Lievito di pace e di speranza, che in parte sono già in cantiere nelle singole Diocesi e in parte allo studio della CEI, compresa la riforma dello Statuto.

Siamo, infatti, convinti che ascoltarci, condividere le responsabilità, cercare insieme come servire le nostre Chiese sono parte dell’annuncio, non una sua premessa organizzativa. La comunione che viviamo rende credibile la parola che rivolgiamo agli altri, genera e rigenera la nostra decisiva unità. Gesù prega «perché tutti siano una sola cosa; […] perché il mondo creda» (Gv 17,21). L’unità non serve a proteggerci dal mondo: è un dono per raggiungerlo con il Vangelo. Avviene anche il contrario: i discepoli discutono su chi è il più grande e il Signore resta solo. La comunione con il Successore di Pietro e tra noi Vescovi chiede di diventare cura vicendevole, disponibilità a portare insieme le fatiche, libertà di parlare con franchezza senza smettere di ascoltare. La comunione è la nostra forza, che fa vivere come nostre le gioie o le sofferenze dei fratelli (cfr. Gaudium et spes, 1). In una società di legami così deboli e dove è facile separarsi, una Chiesa fedele all’amore, che impara a volersi bene e a camminare insieme, diventa un faro di speranza che rende concreto l’amore di Dio. Chiediamo al Signore di aiutarci a essere una Chiesa libera di annunciare, perché radicata in Lui e vicina alla vita delle persone.

***

Desidero ricordare con riconoscenza e affetto il cardinale Camillo Ruini, che il Signore ha chiamato a sé il 16 giugno scorso. La nostra Conferenza gli deve molto: l’ha servita a lungo, prima come Segretario Generale e poi come Presidente, accompagnando le nostre Chiese in anni di profondi cambiamenti. Ricordo personalmente il suo affettuoso incoraggiamento, i suoi consigli puntuali e intelligenti, quando iniziai il mio servizio come Presidente. Egli poneva al centro la questione della presenza della Chiesa nel mondo. Di fronte all’indebolimento dell’identità culturale del Paese e alla crescente marginalizzazione del cristianesimo, la sua preoccupazione consisteva nell’evitare che la fede fosse confinata nell’ambito della sola esperienza privata. Nel suo ministero abbiamo conosciuto l’amore alla Chiesa e al Successore di Pietro, la passione per una fede pensata e vissuta, capace di dialogare con le domande del nostro tempo e produrre cultura cristiana e umanesimo. Non vogliamo disperdere questa dedizione. Lo affidiamo al Signore risorto con la gratitudine di una famiglia che non dimentica e vive la pienezza della comunione in Cristo.

***

Un annuncio mai disincarnato
Il nostro pensiero va a papa Leone XIV, al quale rinnoviamo l’affetto e la gratitudine delle nostre Chiese per la vicinanza espressa anche attraverso le visite nei territori italiani. All’Assemblea Generale di maggio ci ha ricordato che «la priorità è il Vangelo» (da qui «il coraggio dell’essenziale») e ci ha chiesto di essere «comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo» (Discorso, 28 maggio 2026). Possiamo spendere tante energie per custodire ciò che abbiamo ma mai perdere di vista le persone alle quali siamo mandati! È il rischio di cercare formule e non relazione, di curare più l’organizzazione che l’incontro con il Vangelo e la trasmissione della fede attraverso i legami di amicizia e l’esperienza. Non smettiamo di guardare con la compassione di Gesù il dolore e la stanchezza della folla dove siamo inviati e alla quale la nostra vita è intimamente unita. Non si è Chiesa di Gesù senza la “folla”! L’annuncio non è mai disincarnato: raggiunge le persone nelle loro domande vere, nel lavoro, nello studio, negli affetti, nelle preoccupazioni quotidiane. Ha bisogno, quindi, di farsi dialogo, conoscenza, interiorità, cultura, rapportandosi con la ricerca scientifica, l’arte, la politica, con tutto ciò attraverso cui gli uomini comprendono sé stessi e costruiscono il futuro. Non possiamo accontentarci di parlare a chi già ci ascolta. Ci è chiesto di incontrare, di ascoltare, di lasciarci interrogare: la fede non ha paura della ricerca della verità e del dialogo. Il dialogo non ha valore in sé, ma senza il dialogo diventiamo muti, ripetitivi, distanti dalle persone ma anche dall’amore di Dio e facilmente finiamo per giudicare come il fratello maggiore della parabola o i lavoratori della prima ora che abbiamo ascoltato ieri.

A Pavia il Santo Padre ci ha richiamato all’interiorità con sant’Agostino: «Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore» (Omelia, 20 giugno 2026). Quanto ne abbiamo bisogno anche noi! Presi dalle urgenze, rischiamo di trascurare la relazione con il Signore che dà senso al nostro servizio e ci chiede di parlare a chiunque, con uno sguardo libero capace di comprenderne le attese e accompagnarne la ricerca. Anche il dialogo con la cultura nasce da una fede vissuta, pensata, capace di rendere ragione della propria speranza. È la stessa fede che diventa accoglienza e carità operosa, come ci ricorda santa Francesca Cabrini, della quale il Papa ha venerato il cuore a Sant’Angelo Lodigiano. A Lampedusa, rileggendo la parabola del buon samaritano (cfr. Lc 10, 25-37), ce ne ha indicato la concretezza: «Prossimi ci si fa, prossimo si diventa» (Omelia, 4 luglio 2026). Non basta sapere chi è il nostro prossimo. Occorre fermarsi, avvicinarsi, assumersi la responsabilità di quella vita. Altrimenti si resta virtuali, coinvolti nel misero e pericoloso gioco delle polarizzazioni, amanti di categorie astratte e poco della vita, convinti che sia sufficiente offrire definizioni, finendo per leggere solo in maniera malevola i problemi senza cogliere le straordinarie opportunità che il Signore ci offre.

Le nostre comunità, piccole e grandi, nelle aree interne o nelle grandi città, senza apparire, accompagnano chi arriva, sostengono chi è solo, aiutano a ricominciare, restano vicine a chi è nella sofferenza. In questa fedeltà quotidiana, il Vangelo, cioè la verità che è sempre Cristo e l’incontro con Lui, diventa comprensibile anche a chi è lontano dalla Chiesa. Ma la prossimità non può essere affidata soltanto alla generosità dei singoli. Deve trovare espressione nella cultura, nelle leggi, nelle scelte politiche ed economiche. È la responsabilità richiamata dal Papa anche per l’Europa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare, lavorando insieme perché nessuno sia costretto a lasciare la propria terra. La dignità delle persone chiede risposte comuni e lungimiranti, capaci di superare la paura e l’indifferenza alla sofferenza altrui. Anche la libertà, a cui il Santo Padre ha fatto riferimento a San Marino, si misura nella responsabilità verso gli altri, nel primato della coscienza, nella capacità di donarsi. A questa libertà dobbiamo educare. Il bene non cresce tenendoci al riparo dalla realtà, ma riconoscendolo e promuovendolo dentro la vita, accettando la fatica dell’incontro. È l’impegno educativo rilanciato dal Papa al Meeting di Rimini: accompagnare, suscitare domande, testimoniare una fede che attrae perché rende più umana l’esistenza.

Vorrei poi sottolineare un tassello importante che il Papa ha indicato alla Chiesa di Roma, ovvero la verifica pastorale. E ne ha tracciato anche alcune attenzioni distinte, ma in un unico dinamismo: «Incontrare Cristo e farlo incontrare»; «generare comunità»; «abitare e servire la città»; «la formazione del Popolo di Dio». «Verificare, sotto la luce dello Spirito Santo – ha spiegato Leone XIV –, significa fermarsi, rileggere ciò che è accaduto, riconoscere ciò che ha portato frutto, comprendere ciò che non ha funzionato e cercarne insieme le ragioni. Significa, in una parola, fare verità» (Discorso, 18 settembre 2026).

Infine, ritengo opportuno ricordare ancora la lettura del nostro mondo che papa Leone ci ha offerto con la sua Enciclica Magnifica humanitas (Mh), che rappresenta un punto di partenza per riflessioni ulteriori nella nostra realtà. È una bussola preziosa in momenti in cui si è, tante volte, umanamente e intellettualmente spaesati. Non possiamo, come è accaduto anche con rilevanti documenti dei Papi, lasciarla cadere o collocarla tra tanti altri discorsi o ridurla ad un richiamo rituale o consumarla senza assumerne i contenuti. Il Papa ci ha proposto «una lettura della storia alla luce della fede» (Mh, 45). «La storia – ha scritto – è perciò uno dei luoghi in cui la Chiesa si lascia istruire dallo Spirito sulla portata umanizzante del Vangelo e impara a declinare il proprio insegnamento a servizio della dignità di ogni persona e del bene dei popoli» (Mh, 22).

La testimonianza di Francesco di Assisi
Siamo alla vigilia degli ottocento anni del transito di san Francesco, nostro patrono insieme a santa Caterina da Siena. Insieme, come Chiesa italiana, lo celebreremo ad Assisi il 4 ottobre prossimo. La sua testimonianza, nonostante gli otto secoli trascorsi, parla ancora con incredibile attualità, perché è l’uomo del Vangelo, che ha desiderato in tutto conformarsi a Gesù. Mette sempre al centro Cristo. Il segreto della predicazione del Santo è la semplicità evangelica delle sue parole, offerte con prossimità, umanità, simpatia alla gente del suo tempo e in mezzo alle strade. Non dimentichiamo che la predicazione di san Francesco e dei suoi frati suscitò resistenze non solo in Italia, anche in una parte del clero, perché rappresentava un’altra strada, non controllata o interna alle istituzioni di allora. I Papi furono preveggenti nell’accogliere i doni dello Spirito. Tra Francesco e il popolo italiano c’è qualcosa di profondo e preghiamo che egli possa ispirare, proteggere e benedire l’attrazione di tanti al Vangelo di Gesù. E sappiamo che san Francesco ci spinge in una dimensione universale e non localista, di apertura e non di chiusura, di superamento delle frontiere e non di costruzione di muri perché ci fa vedere nel prossimo, chiunque, il nostro fratello. Certo, il nostro mondo è tanto differente da quello del Santo di Assisi, ma noi speriamo e preghiamo che egli torni tra di noi e ci ispiri. A San Damiano, il Crocifisso chiede: «Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando?», invitandolo a restaurarla. La risposta è: «Lo farò volentieri, Signore» (3Comp V, 13; FF 1411). Sono parole che restano una domanda aperta anche per noi. Quale Chiesa stiamo restaurando oggi? Non è questione di considerazioni catastrofiche: il Signore la sostiene sempre. È piuttosto un invito a capire se stiamo spendendo le nostre energie per fondarci in Lui e assumere il Vangelo come forma di vita quotidiana. Dalla fede nasce l’amore per il prossimo. Coltivando la relazione personale con il Signore con semplicità e sapienza possiamo essere ogni giorno persone di pace, che rispettano l’altro, accolgono i poveri, curano la formazione propria e altrui, custodiscono il bene comune e soprattutto la vita dal suo nascere sino alla fine. C’è bisogno di credenti che, vivendo relazioni autentiche, testimonino nell’amore la presenza di Dio nella storia. È decisivo in questo tempo in cui è avvenuto «un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale» (Mh, 190). Sono parole della recente Enciclica di Leone XIV, che ben colgono i cambiamenti e le minacce dello scenario internazionale, ma anche come esso rischi di sfuggire di mano a quei leader che si sentono padroni della situazione. Solo la fine della guerra può garantire che tutti, popoli grandi e piccoli, non siano travolti da un conflitto più grande. Solo la pace può garantire la fine di tanti conflitti che insanguinano il mondo, quelli più geograficamente a noi vicini e quelli più lontani o dimenticati.

Il racconto del lupo di Gubbio ricorda il valore della pace politica. In realtà San Francesco può parlare con il lupo proprio perché disarmato e proprio per questo lo disarma. Il suo amore per la pace diventa intelligenza umana e di relazione: negozia lui con il lupo, quello che così poco i responsabili delle nazioni cercano di fare, cedendo alla tentazione di risolvere i conflitti con le armi. Negozia perché ama la pace, conosce le cause della violenza e cerca le soluzioni, le crede possibili, le rende praticabili. Crede nelle soluzioni perché disarmato. Non è facile, scontato. Può apparire pericoloso, incauto, qualcuno facilmente lo giudica ingenuo o peggio ancora traditore di Gubbio e dei suoi valori. Dialogo è superare le ragioni unilaterali per accogliere la ragione comune: «Io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male» (Fioretti, cap. XXI; FF 1852), dice Francesco al lupo. E fa un «patto della pace»: il lupo promette di non fare più del male agli uomini e, in cambio, gli abitanti di Gubbio si impegnano a nutrirlo e a mantenerlo ogni giorno. Pace, per san Francesco, non è vivere senza l’altro, ma finalmente insieme. Infatti, non porta il lupo lontano, pensando che questo dia sicurezza a Gubbio e in fondo anche al lupo. Sarebbe stata la soluzione più facile e accettata, ma premessa sempre per nuove violenze. Lo riporta proprio nella città, insegando agli uni e all’altro a vivere insieme, riconciliando, risolvendo le cause della violenza con il pensarsi insieme, ricostruendo la fraternità. Non è un sogno: è l’unica via possibile. Le città e i rapporti sociali non si pacificano senza perdono, che Francesco canta nel Cantico delle creature: «Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore e sostengo infirmitate et tribulazione. Beati quelli ke ’l sosterrano in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati» (FF 263).

L’incontro con il sultano al-Malik, in epoca di crociate, illumina il rapporto tra fedi religiose diverse. Il Poverello mostra che il compito della Chiesa è l’evangelizzazione e non la crociata. Superare la logica del nemico ci fa riconoscere nell’unica famiglia umana. Siamo davvero «fratelli tutti»: è un grave errore strumentalizzare le religioni per giustificare persecuzioni e violenza. Leone XIV ha chiesto ai Vescovi italiani di trasformare ogni comunità in «Casa della pace». Abbiamo rilanciato questo impegno con la Nota pastorale Educare a una pace disarmata e disarmante. Siamo chiamati a convertire le nostre comunità in case di pace e di riconciliazione, senza pretendere di togliere la pagliuzza dall’occhio altrui ignorando la trave nel nostro (cfr. Mt 7,3-5). Anche i nostri ambienti soffrono divisioni e conflitti irrisolti che si trascinano nel tempo. La nostra credibilità è un tassello per la pace nel mondo. Per questo non smettiamo di sperare e di pregare per la pace, dono per tutti e responsabilità di ciascuno. San Francesco ci illumini in scelte coraggiose per l’umanità, che sta scivolando nella cultura violenta della potenza. Leone XIV ricorda che «il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili» (Mh, 192). Non rassegniamoci a tanta povertà relazionale! Diventiamo costruttori di pace, discepoli autentici di Cristo «nostra pace» (Ef 2,14). In questo quadro fioriscono «la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento, l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio» (Mh, 119). Questo deve anche farsi cultura di pace. Dalla fede e dal Vangelo sgorga un umanesimo vissuto e pensato, ispiratore di visioni, azioni, cultura. Infatti, in questa società affrettata e che bada ai risultati, bisogna tornare a pensare.

L’attualità dello “spirito di Assisi”
Nelle prossime settimane faremo memoria del quarantesimo anniversario dell’incontro di Assisi: il 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II convocò per la prima volta i rappresentanti delle Chiese cristiane e delle religioni del mondo per pregare per la pace. Ne indicò il senso: «Il nostro incontro attesta soltanto… che nel grande impegno per la pace, l’umanità… deve attingere dalle sue più profonde e vivificanti risorse» (Discorso, 27 ottobre 1986). Non un negoziato, ma una testimonianza: riunirsi per pregare per la pace, nel rispetto della fede di ciascuno. Concluse con parole che restano scolpite: «Forse mai come ora nella storia dell’umanità è divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace» (Discorso, 27 ottobre 1986). Ricordiamo l’emozione e la sorpresa di quella giornata storica, in un tempo segnato dalla Guerra Fredda. Fu una tappa decisiva del cammino di dialogo aperto dal Concilio e un rilancio dell’impegno delle religioni per la pace. Quarant’anni dopo, quella profezia ci chiede più forza nel dialogo. Lo abbiamo sperimentato quest’anno firmando il Patto «La via italiana del dialogo interreligioso. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale» (25 giugno 2026). Frutto di un cammino pluriennale, quel testo nasce dalla convinzione che l’ascolto e la conoscenza reciproca, liberi da pregiudizi e luoghi comuni, contrasti tutte le forme di persecuzione antireligiosa (cristianofobia, antisemitismo, islamofobia…), valorizzino il patrimonio umano e spirituale di ogni tradizione, offerto a una società segnata da polarizzazioni ed estremismi che spingono a vedere nell’altro un nemico. L’incontro vero rafforza, non sbiadisce, l’identità di ciascuno. Come ricorda la Nota Un cammino di speranza, pubblicata il 16 settembre, riprendendo le parole di Leone XIV, lo «spirito di Assisi» è stato «suscitato da San Giovanni Paolo II e proseguito nell’impegno di Papa Francesco», e mostra che «i credenti possono attingere nuovamente alle sorgenti più autentiche delle proprie tradizioni spirituali, dove non c’è spazio per l’odio sacralizzato» (n. 36). Il senso religioso e l’autentica fede sono, infatti, i più potenti antidoti alla violenza, come solennemente sancito nel celebre Documento di Abu Dhabi.

In un tempo di guerre che si moltiplicano, dobbiamo riconoscere quanto siamo peggiorati e ricostruire le infrastrutture di pace che abbiamo lasciato deteriorare. Siamo chiamati a tradurre quei gesti e quelle parole in scelte quotidiane. Ricordare Assisi non è nostalgia: l’annuncio del Vangelo e l’incontro con chi crede diversamente – o non crede – appartengono a un medesimo cammino di prossimità all’uomo.

Il convegno di Roma, cinquant’anni dopo
Nel fare memoria di questo anniversario, ricordiamo anche il cinquantesimo dal primo Convegno Ecclesiale Nazionale, celebrato a Roma nel 1976 su «Evangelizzazione e promozione umana» (30 ottobre – 4 novembre). Non è un anniversario da archivio. Paolo VI, nell’omelia ai convegnisti, disse forte il “dovere” di tutti i cristiani di comunicare il Vangelo: «Questa è la nostra sorte stupenda e drammatica, quella d’essere coinvolti in un mirabile disegno divino, che ci vuole non solo favoriti e partecipi del regno di Dio, ma testimoni e diffusori altresì; il Vangelo non è un annuncio che si spegne stagnante in chi lo riceve, ma una voce che rimbalza e si fa eco, voce a sua volta, grido!» (Omelia, 31 ottobre 1976). Non era solo un’esortazione, tanto importante ancor oggi, ma un forte invito collocato nella rilettura della “situazione religiosa del nostro Paese”. Riprendendo in mano il documento base di quel convegno, non possiamo non provare stima e ammirazione per la fede e la lucidità di quei Pastori che, allora, posero questioni vitali per il cristianesimo italiano. In particolare, mons. Enrico Bartoletti, Segretario della CEI, uomo della Parola di Dio e scrutatore dei segni dei tempi, che fu l’architetto di quel convegno. Purtroppo, morì pochi mesi prima della celebrazione dell’appuntamento, stroncato da un infarto. È giusto fare memoria di questi maestri che hanno dato tanto alla Chiesa e all’Italia. Dice la lettera agli Ebrei (13,7): «Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio. Considerando attentamente l’esito finale della loro vita, imitatene la fede». Nel documento preparatorio, firmato da Bartoletti, si legge un’analisi della situazione italiana: «Permane, è vero, una certa tradizione che riconosce ancora alcuni valori cristiani, ma diviene sempre più fragile e meno rilevante. Non sembra, però, eccessivo dire che l’Italia è un Paese da evangelizzare… anche nel senso che occorre rigenerare in molti che sono e che si dicono cristiani una fede ormai divenuta stanca abitudine e senza alcuna rilevanza nella vita».

Il testo poi nota realisticamente che «l’ambiente cristiano – ci riferiamo alle Parrocchie, alle associazioni, alle varie e molteplici istituzioni –… sta vivendo un momento di crisi e la sua influenza sembra progressivamente ridursi». C’è bisogno di evangelizzare. Non basta un aggiornamento superficiale ma, si legge nel documento, «si avverte la necessità di una fede più profonda e consapevole, soprattutto più interiorizzata, dato il clima culturale nel quale il cristiano è chiamato a vivere». L’Italia è un Paese da evangelizzare! Allora sembrò un’affermazione forte per un Paese di antica cristianizzazione. Ma oggi quell’affermazione, senza divenire uno slogan, è un’eredità e un impegno per noi. In mezzo secolo, il clima culturale, sociale e politico è immensamente cambiato. Ma quei Vescovi avevano centrato la vocazione permanente della nostra Chiesa: comunicare il Vangelo agli italiani e alle italiane, che cambiano con il passare delle generazioni. Si potrebbe anche leggere la situazione italiana in maniera pessimistica e dire che, dal 1976 ad oggi, nonostante gli sforzi di evangelizzazione, la situazione religiosa italiana non ha fatto che declinare e che il numero dei fedeli si è ristretto. Non facciamo nostro questo pessimismo che porterebbe a giustificare l’inerzia o la chiusura nei nostri ambienti. Innanzitutto, evangelizzare – scrive l’apostolo Paolo – «è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1Cor 9,16). Senza nascondere le difficoltà, la storia spirituale del popolo italiano non si fa con le misurazioni di efficacia, ma è qualcosa di più profondo. La Parola di Dio, ascoltata e accolta nel cuore della comunità cristiana, crea una dinamica positiva, animata dallo Spirito, per cui va comunicata, come dice Gesù: «Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze» (Mt 10,27).

Dal primo appuntamento di Roma ha preso avvio il percorso dei successivi Convegni ecclesiali decennali fino al Cammino sinodale: ogni tappa, secondo le forme possibili del momento in cui veniva vissuta, ha segnato uno snodo importante per la nostra storia. In mezzo secolo, la Chiesa ha accompagnato diverse generazioni di italiani e italiane sulla via della fede, parlando al cuore delle persone, promuovendo tante e diverse forme di promozione umana – per usare il linguaggio del 1976 – che è «parte integrante dell’evangelizzazione». In questo, pur essendo molto realisti e consapevoli di quanto resti da fare e anche da correggere, siamo pieni di speranza: l’amore di questo popolo per il Signore Gesù, la venerazione per sua Madre, un rapporto positivo con la Chiesa e i sacerdoti sono vivi. Certo c’è un Paese da evangelizzare! Anche con il passare del tempo e delle generazioni, con la mondializzazione degli orizzonti.

Cinquant’anni dopo, il nesso tra evangelizzazione e attenzione all’uomo resta il criterio per leggere questo tempo di guerre e nuove fragilità. È questo nesso, non un’esigenza organizzativa, a rendere non più rinviabile una riflessione sulle nostre strutture, secondo quanto emerso dal Cammino sinodale. Questo vale per le funzioni della Conferenza Episcopale Italiana e delle Conferenze Episcopali Regionali e per il nostro Statuto. Siamo chiamati a verificare «se le strutture esistenti siano le più adatte a esprimere l’indole missionaria della Chiesa» (cfr. Radicati e costruiti in Cristo): perché nessuna forma, per quanto giusta e funzionale, valga più della libertà di annunciare il Vangelo. Per fare questo non dobbiamo dimenticare che la principale decisione è l’impulso a rinnovare, con fiducia, l’impegno ad annunciare il Vangelo oggi. È la decisione radicale che ci deve assorbire. Anche in questi tempi, constatiamo che il Vangelo ha una sua forza di attrazione. E siamo grati al Signore che ispira i cuori e illumina le menti! In una grande missione c’è bisogno di tutti! Dobbiamo allargare il nostro sguardo oltre le strutture parrocchiali, senza mai trascurarle, accogliendo con favore tanti e diversi percorsi di evangelizzazione, di comunità cristiana. È stato sempre così nella storia del nostro Paese. E oggi, in una società complessa o in grandi città, è ancor più necessario che ci siano percorsi differenziati, tutti animati dallo spirito del Vangelo e dal desiderio di spezzare il pane della Parola di Dio. Meditiamo sulla risposta di Mosè a Giosuè. Quest’ultimo diceva rispetto a Eldad e Medad che profetizzavano mossi dalla Spirito ma non erano compresi tra i settanta: «Mosè, mio signore, impediscili!» Mosè gli rispose: «Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!» (Nm 11, 28-29).

La scuola, cantiere del nostro futuro comune
In questi giorni le scuole hanno riaperto i cancelli: tornano domande che riguardano tutti, non solo chi insegna o studia. La questione educativa non è un tema tra gli altri, né si riduce a programmi e metodologie. Tocca il cuore della nostra convivenza. Educare significa accompagnare una persona a diventare libera, capace di cercare la verità, di riconoscere il bene, di entrare in relazione con gli altri e di assumere responsabilmente il proprio posto nel mondo. I recenti episodi di violenza ci interrogano profondamente e devono spingerci a una presenza rinnovata nel mondo educativo. Nella Magnifica Humanitas, Leone XIV indica sfide non più rinviabili (cfr. 143-146). La prima è quella delle disuguaglianze educative. Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo. Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace. La seconda è pedagogica e riguarda anche il cambiamento tecnologico. L’intelligenza artificiale può offrire risorse preziose, ma non sostituisce l’opera educativa. La scuola non compete con le macchine nel fornire risposte rapide, ma insegna a porre le domande che rendono umana la vita. Nessun algoritmo può prendere il posto dello sguardo di un insegnante che incoraggia, corregge, comprende e accompagna. A questo sguardo (degli insegnanti) va un grande riconoscimento. La terza sfida è forse la più profonda: custodire la capacità di pensare. In un mondo saturo di stimoli, informazioni e connessioni, servono luoghi dove imparare a sostare, ad approfondire, a distinguere il vero dal falso, l’essenziale dal superficiale. I giovani hanno bisogno di adulti che testimonino che la vera conoscenza non è accumulo di dati, ma sapienza per la vita.

All’inizio dell’anno scolastico non auguriamo soltanto buoni risultati. Auguriamo alle nostre scuole di essere comunità capaci di generare fiducia, passione e responsabilità; luoghi in cui nessuno si senta escluso; laboratori di umanità in cui la tecnologia sia al servizio della persona e non la persona al servizio della tecnologia. Auguriamo loro di custodire il tempo lento dell’ascolto, dello studio, della meraviglia, del confronto vero, senza i quali nessuna libertà interiore può crescere. La scuola non è uno spazio da attraversare in fretta: è, ancora oggi, un cantiere decisivo del nostro futuro comune.

Fine vita, nessuno sia lasciato solo!
In una pagina della Magnifica Humanitas (118), il Santo Padre richiama al senso del limite della nostra umanità, offrendo una preziosa lezione: «Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. […] Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine». La cura della persona ci porta al dibattito sul fine vita che seguiamo con preoccupazione. Come ha ricordato papa Leone al Corpo diplomatico il 9 gennaio 2026, è compito della società civile e delle istituzioni rispondere alla sofferenza umana con soluzioni concrete – a partire dalle cure palliative – e con politiche di autentica solidarietà, non con forme di compassione illusoria come l’eutanasia. È un richiamo che facciamo nostro con convinzione. In questi giorni due Conferenze Episcopali Regionali (Triveneto e Puglia), come altre in passato, hanno ribadito che non può esistere un «diritto a morire», ma il diritto di essere curati, assistiti e mai lasciati soli, evitando di trasformare «un tema così delicato in terreno di scontro elettorale o ideologico». Continuiamo a ritenere che la vera conquista di civiltà non sia la soppressione della vita, ma la cura che allevia la sofferenza. La Chiesa rigetta l’accanimento terapeutico e riconosce la liceità della rinuncia a trattamenti sproporzionati: distingue però questa rinuncia dall’intenzione di procurare la morte. Tra l’accanimento e l’anticipazione della morte c’è uno spazio che le istituzioni hanno il dovere di riempire prima di aprirne altri: quello delle cure palliative, della terapia del dolore, dell’assistenza domiciliare e negli hospice, del sostegno alle famiglie e ai caregiver. È un ritardo, questo sì, che produce tanta sofferenza, ineguaglianza, smarrimento e priva della dignità e della certezza di essere curati e accompagnati. Per questo, mentre si moltiplicano le iniziative regionali su un tema che riguarda la dignità di ogni persona e dunque l’intero Paese, auspichiamo un confronto parlamentare ampio, responsabile, attento alle necessità dei cittadini e libero da strumentalizzazioni e ipocrisie su quello che sta avvenendo nei territori. Auspichiamo che non ci siano polarizzazioni né giochi al ribasso ma sia custodita la dignità della persona che non diminuisce con la malattia, con la fragilità o con la dipendenza dagli altri. È proprio nella cura di chi è più debole che una comunità civile misura la propria umanità. Nessuno sia lasciato solo, nessuno si senta un peso: è questo l’impegno che chiediamo alle istituzioni e che, come Chiesa, continuiamo a vivere ogni giorno accanto a chi soffre.

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Prima di concludere, mi sembra opportuno richiamare l’intervento delle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione che con una decisione, resa pubblica a fine agosto (ordinanza n. 24778/2026), hanno riconosciuto la piena autonomia e indipendenza della Chiesa Cattolica nella gestione delle somme derivanti dal sistema dell’otto per mille, stabilendo che la materia che governa la disciplina della gestione delle somme dell’otto per mille è regolata dall’ordinamento della Chiesa. Si tratta del riconoscimento di un principio che si inquadra correttamente nel sistema dei rapporti tra Stato e Chiesa così come previsto nella Costituzione italiana a garanzia del libero svolgimento della missione della Chiesa in Italia. È una conferma importante che, insieme al valore giuridico-amministrativo, rilancia il nostro impegno a rispondere sul piano della «verifica istituzionale del funzionamento del sistema e della trasparenza sull’utilizzazione delle risorse».

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Cari Confratelli, lo Spirito Santo ci sostenga nell’affrontare con umiltà i lavori di queste giornate; la Vergine Maria ci assista e ci protegga sempre!
Recitiamo insieme la preghiera di papa Leone per l’apertura dell’ottavo centenario del transito di san Francesco (Lettera, 7 gennaio 2026): «San Francesco, fratello nostro, tu che ottocento anni or sono andavi incontro a sorella morte come un uomo pacificato, intercedi per noi presso il Signore. Tu nel Crocifisso di San Damiano hai riconosciuto la pace vera, insegnaci a cercare in Lui la sorgente di ogni riconciliazione che abbatte ogni muro. Tu che, disarmato, hai attraversato le linee di guerra e di incomprensione, donaci il coraggio di costruire ponti dove il mondo erige confini. In questo tempo afflitto da conflitti e divisioni, intercedi perché diventiamo operatori di pace: testimoni disarmati e disarmanti della pace che viene da Cristo. Amen».

Nuove iscrizioni da parte di tutte le Chiese di Basilicata all’Istituto Teologico di Basilicata “Mons. Giuseppe Vairo” a Potenza

Nuove iscrizioni da parte di tutte le Chiese di Basilicata all’Istituto Teologico di Basilicata “Mons. Giuseppe Vairo” a Potenza

Si trasmette la lettera dei Vescovi di Basilicata dove si fa presente che dal prossimo A.A. 2026-2027 le nuove iscrizioni da tutte le Chiese di Basilicata confluiranno soltanto all’Istituto Teologico di Basilicata a Potenza:
“Da subito, le nostre energie e risorse convergono sull’Istituto Teologico di Potenza: sarà l’unica sede dove iscriversi al primo anno a partire dall’anno accademico 2026-2027. L’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Matera non aprirà a nuove iscrizioni al primo anno, ma porterà regolarmente a conclusione i corsi già avviati: chi è già iscritto arriverà al traguardo, nessuno resterà indietro. Questo è l’avvio di un progetto che dovrà ancora tradursi in una pianificazione condivisa, passo dopo passo. Fin da oggi, però, vi chiediamo di farlo conoscere: parlatene nelle vostre comunità, con chi si prepara ai ministeri e al diaconato permanente, con gli operatori pastorali e con i fedeli. A tutti voi chiediamo di essere protagonisti di questo tempo, non spettatori: con la fiducia che viene dal Signore, mettendovi in gioco con umiltà e con competenza. Non serve avere già pronte tutte le risposte: serve il coraggio di iniziare. In una casa, il profumo non si conserva meglio dividendolo in due stanze: così si disperde prima. Raccolto in un solo vaso, può riempire tutta la casa (cfr. Gv 12, 3). È quello che desideriamo per le nostre Chiese. Con la speranza di servire le nostre comunità con i sentimenti di Cristo, vi benediciamo” (LETTERA DEI VESCOVI DI BASILICATA SULLA RIORGANIZZAZIONE DELLA FORMAZIONE TEOLOGICA ACCADEMICA REGIONALE).

LA DIGNITÀ NON SI TRATTIENE

LA DIGNITÀ NON SI TRATTIENE

Ci sono luoghi nei quali la dignità umana rischia di diventare invisibile. I CPR sono tra questi: spazi di trattenimento amministrativo in cui persone che non hanno commesso reati vengono private della libertà, dentro un sistema che interroga profondamente la nostra idea di diritto, accoglienza e umanità.

Parlarne significa allora chiederci quale società vogliamo costruire e quale valore siamo disposti a riconoscere alla persona, indipendentemente dalla sua provenienza, dalla sua condizione giuridica, dalla frontiera che ha attraversato.

Come comunità ecclesiale sentiamo il dovere di non rimanere indifferenti. Perché accogliere, custodire e riconoscere l’altro non è soltanto una questione sociale o politica: è una responsabilità umana e, per noi, evangelica.

📍 Martedì 18 agosto, ore 18.30
Cortile esterno dell’Episcopio – Melfi

Un momento di confronto per conoscere, comprendere e soprattutto per affermare insieme un principio che non ammette eccezioni:

la dignità appartiene alla persona. E la dignità non si trattiene.

Diocesi di Melfi Rapolla Venosa
Ufficio per la Pastorale Sociale Lavoro e Legalità
Azione Cattolica
Aggregazioni laicali
MEIC
Ufficio per le Comunicazioni Sociali
Ufficio Migrantes

Continua la solidarietà della comunità diocesana per le lavoratrici e i lavoratori della PMC

DIOCESI DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

COMUNICATO STAMPA

 

La comunità diocesana di Melfi-Rapolla-Venosa si unisce anche in questa circostanza alle lavoratrici e ai lavoratori della PMC che raccontano una storia di sacrificio, dignità e speranza che appartiene all’intero nostro territorio. In ascolto della loro testimonianza esprimiamo sostegno e vicinanza.

Il Vescovo della diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa con l’Ufficio di Pastorale Sociale, del Lavoro e della legalità, accoglie con favore gli sviluppi emersi dall’incontro svoltosi presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, riconoscendo il valore della perseveranza e della dignità con cui le lavoratrici e i lavoratori della PMC Automotive hanno affrontato oltre nove mesi di presidio permanente.

Un sentimento di particolare gratitudine va alle lavoratrici e ai lavoratori che, giorno dopo giorno, hanno mantenuto vivo il presidio davanti ai cancelli della fabbrica. In questi lunghi mesi hanno affrontato il freddo dell’inverno, la pioggia, il caldo dell’estate, rinunciando al tempo con le proprie famiglie e sopportando il peso dell’incertezza senza cedere alla rassegnazione. Quel presidio non è stato soltanto un luogo di protesta, ma è diventato un autentico presidio di dignità, il simbolo di una comunità che ha scelto di non arrendersi.

È anche grazie a quella presenza quotidiana, silenziosa ma tenace, se questa vertenza non è caduta nell’indifferenza. La costanza dei lavoratori ha mantenuto alta l’attenzione delle istituzioni, delle organizzazioni sindacali, del mondo associativo, della Chiesa locale e dell’opinione pubblica, contribuendo in maniera determinante a tenere aperto il confronto e a favorire il percorso che oggi lascia intravedere una possibile soluzione. A loro, così come ai cittadini, alle associazioni, alle realtà ecclesiali, alle organizzazioni sindacali e a tutte le persone che, con discrezione e generosità, hanno espresso vicinanza concreta durante questi mesi, va il nostro più sincero e riconoscente ringraziamento.

La loro è stata una testimonianza di straordinaria tenacia, capace di trasformare una vicenda che rischiava di consumarsi nel silenzio in una questione di interesse pubblico. Hanno dimostrato che il lavoro non è una merce da sostituire né una variabile dipendente delle logiche finanziarie, ma un diritto fondamentale sul quale si costruiscono la dignità della persona, la stabilità delle famiglie e la coesione delle comunità.

L’accordo rappresenta certamente un passo avanti, ma non può ancora essere considerato un punto di arrivo. La prudenza espressa dagli stessi lavoratori è condivisibile: finché gli impegni assunti non saranno tradotti nel concreto reinserimento di tutti i dipendenti e nella ripresa dell’attività produttiva, la vertenza resterà aperta.

Questa vicenda continua a interrogare profondamente il nostro territorio. Non è accettabile che centinaia di famiglie vivano per mesi nell’incertezza, sospese tra promesse, procedure e tempi che troppo spesso non coincidono con quelli della vita reale. Il lavoro non può essere continuamente subordinato a strategie industriali che cambiano rapidamente, mentre sulle persone ricadono i costi sociali, economici e psicologici delle riorganizzazioni aziendali.

La crisi della PMC Automotive non è un episodio isolato. Essa si inserisce in un quadro più ampio di fragilità che da anni interessa l’intero indotto automotive di San Nicola di Melfi. Le difficoltà vissute negli ultimi anni da realtà come Brose e Tiberina, insieme alle incertezze che hanno interessato numerose aziende della filiera legata a Stellantis, dimostrano quanto sia urgente costruire una politica industriale capace di garantire continuità produttiva, tutela dell’occupazione e prospettive di sviluppo durature. Non si può continuare a rincorrere le emergenze: occorre una visione che metta al centro il lavoro, le persone e il futuro del territorio.

Come Chiesa locale continueremo a essere accanto ai lavoratori e alle loro famiglie, convinti che la difesa del lavoro significhi difendere la dignità della persona.

La Dottrina Sociale della Chiesa ci ricorda che il lavoro è partecipazione all’opera creatrice di Dio e fondamento del bene comune; per questo non può essere sacrificato alle sole logiche del mercato o della massimizzazione del profitto.

Ci auguriamo che il prossimo mese di settembre non rappresenti soltanto la ripresa delle attività dopo la pausa estiva, ma il tempo in cui gli impegni assunti troveranno finalmente piena attuazione. Solo quando tutti i lavoratori potranno tornare a varcare i cancelli della fabbrica con la serenità di un’occupazione stabile si potrà davvero parlare di una vertenza conclusa.

La vicenda della PMC Automotive, insieme a quelle di Brose e Tiberina, richiama le istituzioni, le imprese e tutte le parti sociali a una responsabilità condivisa: il rilancio del polo industriale di Melfi non può limitarsi alla salvaguardia di singole aziende, ma deve tradursi in un progetto complessivo di sviluppo che restituisca fiducia ai lavoratori, ai giovani e alle famiglie dell’intero territorio.

Il futuro del Vulture-Melfese non può essere costruito sulla precarietà del lavoro, sull’incertezza delle famiglie o sulla fragilità dell’indotto industriale. Esso richiede scelte coraggiose, una visione di lungo periodo e un’assunzione di responsabilità da parte di tutti: istituzioni, imprese, organizzazioni sindacali e comunità locali. Solo ponendo al centro la persona, la dignità del lavoro e il bene comune sarà possibile trasformare questa vertenza in un’occasione di rinascita per l’intero territorio. È questa la speranza che condividiamo e l’impegno che continueremo a sostenere, certi che non può esserci autentico sviluppo economico senza giustizia sociale, né vero progresso senza un lavoro stabile, dignitoso e sicuro per tutti.

+ Ciro Fanelli

Ufficio di Pastorale Sociale Lavoro e Legalità