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La parola N. 10 marzo 2026

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L’articolo del Vescovo

I frutti della Visita Pastorale

Tempo intenso di ascolto, preghiera e confronto

Con gioia e profonda riconoscenza desidero condividere con voi i frutti della visita pastorale che ho avuto la grazia di compiere nelle 33 parrocchie della nostra Diocesi di Melfi–Rapolla–Venosa, dall’ottobre 2023 all’ottobre 2025. È stato un tempo intenso di ascolto, preghiera e confronto, che ha rivelato volti, speranze e ferite della nostra gente, ma soprattutto la presenza viva del Signore che, come abbiamo meditato insieme, «sta alla porta e bussa».

Un grazie grande e sentito ai parroci e a tutto il clero per l’accoglienza fraterna e per il servizio quotidiano che rendono nelle comunità. La vostra disponibilità e il vostro amore per il popolo di Dio sono stati la prima e più bella testimonianza del Vangelo. Ringrazio inoltre i consacrati, i diaconi, i catechisti, i religiosi, i membri dei consigli parrocchiali, i volontari e tutte le famiglie che si sono impegnate nell’accogliere questa visita: la vostra partecipazione ha reso possibile un dialogo sincero e fecondo.

La parola che ha guidato il cammino della visita — «Sto alla porta e busso» — ci ha aiutato a vivere il discernimento come apertura: riconoscere che il Signore viene, chiede di entrare nelle nostre case, nei nostri cuori e nelle nostre comunità. Ho trovato in molti luoghi semi buoni seminati dallo Spirito: esperienze di fede autentica, iniziative caritative, poveri sostenuti, giovani desiderosi di senso, gruppi che si impegnano nella liturgia e nell’annuncio. Al contempo sono emerse fragilità e sfide: arretratezza economica e sociale, solitudine degli anziani, difficoltà delle famiglie, povertà educativa, precarietà lavorativa, il rischio della marginalizzazione dei giovani, e una crescente complessità culturale segnata anche dalle tecnologie digitali e dai cambiamenti geopolitici.

Nel mio discernimento, sostenuto da un ampio supporto ecclesiale, ho ritenuto necessario convocare il Sinodo diocesano. Credo che il tempo maturato con la Visita Pastorale abbia seminato molte cose: ora è il momento di far germogliare quei semi attraverso un cammino sinodale che aiuti la Chiesa locale a ridire il Vangelo, a rifare comunità e a ridare speranza alla nostra gente e alla nostra società. Il Sinodo non è un evento amministrativo, ma un itinerario di ascolto e di conversione, aperto a tutti i battezzati: sacerdoti, consacrati, diaconi, laici, famiglie e giovani.

I temi che il Sinodo dovrà affrontare riguarderanno in particolare:

  • la formazione cristiana e la cura delle vocazioni;
  • il rinnovamento delle comunità parrocchiali e la corresponsabilità laicale;
  • l’attenzione preferenziale ai poveri e alle fragilità sociali;
  • la pastorale giovanile e familiare;
  • l’uso etico e prudente delle nuove tecnologie, inclusa l’intelligenza artificiale;
  • l’impegno per la pace e la solidarietà in un tempo segnato da conflitti.

Viviamo un’epoca di grandi sfide che richiedono di essere lette alla luce della fede e della fedeltà all’umano. È necessario farsi prossimi, evangelicamente, alle fragilità del nostro territorio, vigilando sulle implicazioni morali e sociali della tecnologia e impegnandoci per la riconciliazione là dove i conflitti feriscono la dignità umana. Solo così potremo contribuire, come Chiesa, alla costruzione di un mondo più fraterno e solidale. Vi invito a pregare con me e per il Sinodo: perché lo Spirito Santo guidi tutti noi, illumini le coscienze e renda fecondo il nostro impegno. Invito le comunità a partecipare con creatività e responsabilità a questo cammino sinodale, perché la Chiesa non è soltanto una struttura, ma il popolo santo che cammina insieme verso il Regno. Con gratitudine e affetto pastorale, affido la nostra diocesi all’intercessione della Vergine Maria e al cuore misericordioso di Cristo che bussa sempre per entrare.

+ Ciro Fanelli
Vescovo

La parola N.10Indice La parola N.10

GIORNATA DI PREGHIERA E DIGIUNO PER LA PACE

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

GIORNATA DI PREGHIERA E DIGIUNO PER LA PACE

COMUNICATO

Carissimi,

il card. Zuppi in data odierna, accogliendo l’appello di Papa Leone, che ha chiesto di «fermare la spirale della
violenza prima che diventi una voragine irreparabile», ha promosso una Giornata di preghiera e digiuno per il prossimo venerdì 13 marzo 2026.

Rivolgo questo appello del Cardinale Presidente a tutte le parrocchie, ai religiosi e alle aggregazioni ecclesiali della diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa affinché chiedano al Re della Pace di salvare l’umanità dagli orrori e dalle lacrime di tutti i conflitti in corso.

La nostra diocesi, pertanto, accoglie l’invito della CEI impegnandosi a vivere la Giornata del 13 marzo come un’ulteriore occasione per implorare il dono della pace in Medio Oriente e in tutti gli angoli della terra devastati dalla divisione, dalla distruzione e dalla morte.

Venerdì 13 marzo pregheremo tutti secondo le indicazioni della CEI perché «si apra presto un cammino di pace stabile e duratura» e perché «quanti soffrono a causa della violenza e dell’odio, le vittime dei bombardamenti, i profughi, i feriti e le famiglie nel lutto trovino conforto nella solidarietà della comunità cristiana e nella speranza che viene da Dio».

Certo di una corale accoglienza di questo invito al digiuno e alla preghiera per la pace, Vi saluto cordialmente tutti nel Signore Gesù, nostra unica speranza.

Melfi, 5 marzo 2026

+ Ciro Fanelli
Vescovo

 

 

LA QUARESIMA: TEMPO FAVOREVOLE PER CRESCERE NELL’AMORE

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

LA QUARESIMA: TEMPO FAVOREVOLE PER CRESCERE NELL’AMORE

MESSAGGIO

 

Cari fratelli e sorelle della Diocesi,

  1. vi raggiungo con questo breve messaggio per la Quaresima, che vogliamo vivere insieme come tempo favorevole per crescere nell’amore. La Quaresima è un tempo spiritualmente molto ricco: essa è una vera scuola di conversione, che ci riconduce con la forza della Parola di Dio al cuore del mistero cristiano. Guidati dallo Spirito “nel deserto” (Lc 4,1), siamo chiamati – nella logica della beatitudine “beati i poveri” – ad imitare il Figlio di Dio che si è fatto povero per arricchirci (cfr. 2 Cor 8,9) In questo cammino la Chiesa, mediante la Parola e i Sacramenti, si fa “Madre” premurosa e misericordiosa indicando la preghiera, il digiuno e l’elemosina quali vie attraverso le quali la grazia trasforma i cuori e ricostruisce le relazioni fraterne.
  2. La povertà alla quale la Quaresima ci richiama è duplice: la povertà materiale è segno della fragilità umana e risultato delle ingiustizie sociali, e la povertà spirituale, invece, è la scelta libera e responsabile per servire i fratelli nel nome di Dio. Gesù stesso ha scelto la via della povertà per potersi identificare meglio con quella parte di umanità ferita dalle disuguaglianze e dai soprusi (Mt 25,40). Per questa ragione il cristiano di ogni tempo, attraverso l’opzione preferenziale per i poveri, comprende che questo stile di vita non è né un optional né una scelta politica, ma è il modo più autentico per incarnare il messaggio evangelico.
  3. La Quaresima è, dunque, tempo di conversione personale e comunitaria. A livello personale il digiuno quaresimale purifica dal peccato e libera dall’autoreferenzialità; a livello comunitario, invece, esso diventa un monito che ci invita a renderci conto di quanto le strutture di peccato, ovunque esse si annidino, siano in grado di generare emarginazione e disuguaglianza. La pratica del digiuno, pertanto, non è soltanto una questione materiale, ma essa – particolarmente oggi – va estesa, come insegna papa Leone XIV, anche al linguaggio umano. Il Signore, infatti, ci chiede di “digiunare” in particolar modo da quelle parole che feriscono, calunniano o escludono. Queste due dimensioni del digiuno hanno la forza di rigenerare la comunione ecclesiale e di rende credibile la testimonianza cristiana nel mondo. Oggi, in questo nostro tempo, lacerato da lotte e da discordie, una comunità che sa digiunare dalla violenza verbale è una comunità credibile e libera per amare; è una comunità in grado di avviare autentici processi sinodali. La carità nella vita del battezzato, alimentata dall’ascolto della Parola di Dio e dalla partecipazione attiva ai sacramenti, è sempre il frutto maturo dell’azione della grazia. Il cristiano, in quanto si nutre della Parola di Vita e del Corpo sacramentale di Cristo, è quotidianamente invitato a costruire attraverso piccole scelte di solidarietà la civiltà dell’amore.
  4. Il ricordo dei 950 anni della fondazione della Cattedrale di Melfi diventi per la nostra Diocesi segno profetico: come la comunità cristiana melfitana nel 1076 fu segno di una realtà ecclesiale creativa e coraggiosa, così oggi siamo chiamati a edificare una Chiesa che sappia dare speranza a tutti, in modo particolare ai giovani. “Memoria” e “missione” devono intrecciarsi: in questo modo riscoprire le radici di un popolo non si riduce ad un operazione nostalgica, ma riesce ad essere presenza propositiva che si fa carico delle sfide del presente e si protende con speranza verso il Per la nostra diocesi, che è in cammino verso la celebrazione del Sinodo diocesano, la Quaresima deve diventare tempo fruttuoso di esercizi di sinodalità, cioè di ascolto reciproco, discernimento condiviso e azione collegiale per camminare insieme. Chiedo alle comunità parrocchiali e alle realtà ecclesiali di promuovere, già in questa Quaresima, assemblee di ascolto, ovvero spazi di confronto generazionale e luoghi di progettazione di forme concrete di accompagnamento per i poveri e i giovani.
  5. La Quaresima, inoltre, ci ricorda che la Chiesa se desidera essere fedele al Vangelo non deve mai sottrarsi alla responsabilità civica: deve farsi voce presso le istituzioni per chiedere politiche che sappiano promuovere un lavoro dignitoso per tutti, che siano in grado di chiedere abitazioni per quelle famiglie che sono senza un tetto e che sappia garantire formazione culturale ed etica. Concludo questo messaggio con un appello paterno: viviamo questa Quaresima come un tempo vera conversione. Digiuniamo non soltanto dal cibo, ma anche dal linguaggio che divide; nutriti della Parola di Dio ascoltiamo con attenzione i poveri, giovani e le famiglie; pratichiamo opere concrete di solidarietà e giustizia; impegniamoci insieme, senza paura, a costruire relazioni fraterne e riconciliate. Solo così la nostra comunità diocesana potrà incamminarsi verso il Sinodo come comunità riconciliata, capace di essere segno credibile di speranza e di servizio.

Nel comune cammino sulle vie del Vangelo, mentre vi auguro che la luce del Risorto possa orientare i vostri passi, vi benedico di cuore nel Signore Gesù, nostra unica speranza.

Il vostro Vescovo

+ Ciro Fanelli


QUARESIMA 2026 – MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV

PER LA QUARESIMA 2026

Ascoltare e digiunare

La Quaresima come tempo di conversione

Cari fratelli e sorelle!

La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno.

Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione.

Ascoltare

Quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro.

Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido» (Es 3,7). L’ascolto del grido dell’oppresso è l’inizio di una storia di liberazione, nella quale il Signore coinvolge anche Mosè, inviandolo ad aprire una via di salvezza ai suoi figli ridotti in schiavitù.

È un Dio coinvolgente, che oggi raggiunge anche noi coi pensieri che fanno vibrare il suo cuore. Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta. Entrare in questa disposizione interiore di recettività significa lasciarsi istruire oggi da Dio ad ascoltare come Lui, fino a riconoscere che «la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa». [1]

Digiunare

Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo “fame” e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo.

Sant’Agostino, con finezza spirituale, lascia intravedere la tensione tra il tempo presente e il compimento futuro che attraversa questa custodia del cuore, quando osserva che: «Nel corso della vita terrena compete agli uomini aver fame e sete di giustizia, ma esserne appagati appartiene all’altra vita. Gli angeli si saziano di questo pane, di questo cibo. Gli uomini invece ne hanno fame, sono tutti protesi nel desiderio di esso. Questo protendersi nel desiderio dilata l’anima, ne aumenta la capacità». [2] Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.

Tuttavia, affinché il digiuno conservi la sua verità evangelica e rifugga dalla tentazione di inorgoglire il cuore, dev’essere sempre vissuto nella fede e nell’umiltà. Esso domanda di restare radicato nella comunione con il Signore, perché «non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio». [3] In quanto segno visibile del nostro impegno interiore di sottrarci, con il sostegno della grazia, al peccato e al male, il digiuno deve includere anche altre forme di privazione volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio, poiché «solo l’austerità rende forte e autentica la vita cristiana». [4]

Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.

Insieme

Infine, la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno. Anche la Scrittura sottolinea questo aspetto in molti modi. Ad esempio, quando narra, nel libro di Neemia, che il popolo si radunò per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge e, praticando il digiuno, si dispose alla confessione di fede e all’adorazione, in modo da rinnovare l’alleanza con Dio (cfr Ne 9,1-3).

Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale. In questo orizzonte, la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione.

Carissimi, chiediamo la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi. Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore.

Di cuore benedico tutti voi e il vostro cammino quaresimale.

Dal Vaticano, 5 febbraio 2026, memoria di Sant’Agata, vergine e martire.

 LEONE PP. XIV


  1. ap. Dilexi te (4 ottobre 2025), 9.
  2. Agostino, L’utilità del digiuno, 1, 1.
  3. Benedetto XVI, Catechesi (9 marzo 2011).
  4. Paolo VI, Catechesi (8 febbraio 1978)

A Scuola di Preghiera con il Vescovo

A Scuola di Preghiera con il Vescovo

Nel Vangelo di Luca troviamo i discepoli di Gesù che si avvicinano al Maestro con una richiesta profonda e significativa: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Questa domanda, che riflette certamente la consapevolezza del loro limite e della necessità di una indicazione anche pratica rispetto al modo di pregare, nasconde, al suo interno, anche una dimensione propria di ogni persona: il bisogno di un maestro, di una guida che accompagni verso le cose più importanti della vita.
Alla scuola di un maestro, il discepolo può crescere solo se cammina nel solco segnato da chi lo precede: camminando sulle stesse orme del maestro, infatti, ne saprà cogliere l’abilità e, pian piano, nascerà quel senso di emulazione che un giorno gli permetterà di raggiungere le stesse conoscenze: «Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando», «chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi» (Gv 15,12; 14,12).
Queste parole sono avvertite dai discepoli, anche per quel che riguarda la preghiera: stando alla presenza del Maestro, sono attratti dal suo modo di pregare, dal suo ritirarsi in disparte, dal rapporto con il Padre che si manifesta anche per mezzo della coscienza profondamente radicata nell’orazione continua. Nasce così l’attrazione per quel rapporto di Figliolanza al punto che gli apostoli desiderano esserne resi partecipi. Grazie a questo desiderio, il Maestro decide di insegnar loro a pregare, dando così vita ad un’autentica “Scuola di Preghiera” che trasformerà un desiderio in una vera e propria esperienza capace di plasmare il loro rapporto con Dio e, dunque, con gli altri uomini.
La nostra chiesa diocesana si inserisce in questo solco per accompagnare quanti desiderano “imparare” a pregare con il cuore per arricchire la vita. L’esperienza di tanti fratelli e sorelle, nel corso dei secoli, ci conferma che solo “la parola del Signore ci fa vivere”.

Calendario degli incontri zonali

Rifare la comunità e ridare speranza!

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

Rifare la comunità e ridare speranza!

Messaggio in occasione della festa di S. Alessandro martire

Melfi – 9 febbraio 2026

 

Fratelli e sorelle,

    1. con questo mio messaggio in prossimità della Festa di S. Alessandro martire – patrono della città di Melfi e della diocesi – desidero rivolgervi un saluto cordiale che unisca gratitudine e impegno. Anche quest’anno faremo memoria di un soldato, un credente che è stato fedele a Cristo fino alla morte. Egli è stato un uomo che ha dato tutto sé stesso per il Regno di Dio. Per queste ragioni non possiamo ridurre la festa in onore di S. Alessandro unicamente ad un gesto di pubblica venerazione, ma renderla un’occasione favorevole per ravvivare nella nostra Chiesa locale il desiderio di incarnare il fecondo intreccio di fede, memoria e cultura che ha dato forma all’identità della nostra comunità vulturina. Il martire chi è? Non è semplicisticamente un eroe; è invece il discepolo del Vangelo che non si è lasciato fuorviare né dalle lusinghe, né dalle minacce; è il profeta della fedeltà a Dio; è voce libera che denuncia compromessi e poteri corrotti. S. Alessandro è esempio eloquente del paradosso della croce che rende la Chiesa, anche tra le atrocità del martirio, coraggiosa, creativa e misericordiosa.
    2. Il 2026 per la Chiesa diocesana di Melfi-Rapolla-Venosa assume un valore simbolico particolare. Ricordiamo, con riconoscenza, che nel 1626 il Vescovo Deodato Scaglia (1592-1659) portò a Melfi le reliquie del martire S. Alessandro: quattrocento anni che attestano la continuità della fede e della devozione di un popolo. Celebriamo inoltre i 950 anni della fondazione della Cattedrale: quasi un millennio di culto, arte, memoria e servizio che hanno reso la Cattedrale non solo luogo di culto, ma laboratorio di evangelizzazione, carità, cultura, memoria collettiva e bellezza condivisa. Come segno di comunione ecclesiale, sarà presente a Melfi per presiedere il solenne Pontificale Sua Eccellenza Mons. Massimiliano Palinuro, Delegato Apostolico a Istanbul e Vicario Apostolico di Costantinopoli. La sua presenza ci aiuterà a vivere questi eventi come un tempo di grazia, impegno e fraternità. Celebriamo queste ricorrenze non per eludere le responsabilità di fronte alle difficoltà dell’ora presente, bensì per ricavare da esse risorse valoriali per abitare la società da discepoli del Risorto.
    3. Nel corso degli ultimi anni il Vulture-Melfese e la città di Melfi stanno affrontando, purtroppo, quotidianamente, pesanti prove sociali: insicurezza occupazionale, prospettive incerte per i giovani, contrazione del reddito delle famiglie, spopolamento che indebolisce il tessuto comunitario. Di fronte a tale scenario la memoria dei santi e il ricordo degli eventi fondativi della nostra storia devono diventare sorgente di ispirazione per una risposta profetica, ovvero coraggiosa e creativa. Come credenti — sostenuti dalla fede in Cristo e dall’azione vivificante dello Spirito Santo — siamo chiamati a tradurre la speranza in opere concrete. Tale impegno richiede una visione che sappia coniugare spiritualità e responsabilità civica, contemplazione e progettualità.
    4. La nostra Chiesa locale, a partire dall’Eucaristia, pane vivo di vita nuova, vuole diventare, anche attraverso l’esperienza del prossimo Sinodo diocesano, fermento di una comunità solidale e generatrice di speranza. La Cattedrale, le reliquie del S. Alessandro, il patrimonio artistico e il paesaggio del Vulture-Melfese siano segni propulsori di un progetto di rigenerazione etica, culturale e sociale. In questo orizzonte l’investimento nella formazione dei giovani è prioritario. Educare alla libertà responsabile deve significare soprattutto preparare uomini e donne capaci di custodire il bene comune.
    5. La carità cristiana deve spingerci a “sognare” un mondo nuovo per “costruire” luoghi di reale prossimità per giovani, famiglie, anziani. Con determinazione dobbiamo proporre iniziative di inclusione per chi rischia l’emarginazione. Promuoviamo con convinzione e lealtà il dialogo fra istituzioni, Chiesa e società civile. La sfida che abbiamo davanti esige responsabilità condivisa. Chiedo alle istituzioni civili, al mondo dell’associazionismo, alle imprese e ai corpi sociali intermedi di costruire un patto di sussidiarietà: il Vulture-Melfese ha bisogno di leadership generative che uniscano competenze tecniche e visione etica. Gli eventi per il 400° anniversario dell’arrivo a Melfi delle reliquie di S. Alessandro e i 950 anni della fondazione della Cattedrale siano un momento forte di riflessione e di incontro che sappiano mettere in relazione feconda la nostra memoria storica con le emergenze del tempo in cui viviamo, aprendo spazi di dialogo e di trasformazione sociale. Lo Spirito chiede alla nostra Chiesa di Melfi-Rapolla-Venosa di trasformarsi in segno profetico di vita nuova.
    6. Cari fratelli e sorelle, la comunità cristiana, in ogni tempo e in ogni luogo, è chiamata ad avviare processi che siano in grado di sostenere atteggiamenti improntati al rispetto della dignità della persona. Il Signore Gesù ci invita ad essere “il sale della terra… la luce del mondo” (Mt 5,13‑14): essere “sale” significa preservare ciò che dà sapore alla vita sociale — verità, giustizia, solidarietà; essere “luce” significa offrire ragioni di speranza e percorsi concreti per il futuro.
      Sostenuti dalla Parola e dallo Spirito, impegniamoci a costruire condizioni concrete affinché la speranza trovi terreno fertile per germogliare e la solidarietà sia in grado di sostenere i più deboli. Non nascondiamo la luce della fede, ma accendiamola nelle nostre famiglie, nei nostri luoghi di lavoro e nelle nostre comunità. La testimonianza di S. Alessandro e la maestosità della Cattedrale ci spingano a “sognare” che è bello vivere il Vangelo.
    7. Affido il nostro impegno all’intercessione di S. Alessandro. Chiedo a tutti di farsi corresponsabili di un vero progetto di rinascita.
      Sant’Alessandro, che ha testimoniato il Vangelo con fedeltà eroica fino al dono della vita, ci richiama alla sua stessa radicalità nella sequela di Gesù: non una fede astratta, ma una fede che trasforma il quotidiano.

    Sappiamo che non mancano difficoltà, ma nemmeno le risorse umane e spirituali per affrontarle: la fede ci radica, la memoria ci ispira, la ragione e la volontà ci chiamano all’azione.

    O glorioso S. Alessandro, che hai testimoniato la fedeltà al Signore Gesù fino al dono della tua vita, intercedi per la città di Melfi, la nostra diocesi e per l’intero territorio del Vulture-Melfese; ottienici la grazia di tradurre la fede in opere che generano speranza; la sapienza di custodire il patrimonio comune e la solidarietà per sostenere i più fragili.

    Auguro a tutti ogni bene e vi benedico nel Signore.

    Melfi, 7 febbraio 2026

    + Ciro Fanelli
    Vescovo


950 anni di fede e musica: concerto del Liceo Musicale di Venosa

950 anni di fede e musica: il Liceo Musicale di Venosa celebra la Cattedrale di Melfi

Nella storica cornice della Basilica Cattedrale di Santa Maria Assunta di Melfi, lunedì 2 febbraio 2026 alle ore 19:00, si terrà un Concerto per Solisti, Coro e Orchestra del Liceo Musicale “Flacco-Battaglini” di Venosa.

L’evento celebra i 950 anni della fondazione della Cattedrale, un anniversario che rappresenta non solo il tempo trascorso, ma la testimonianza viva di una presenza sacra e civica che ha segnato la vita spirituale e culturale della comunità.

Gli studenti proporranno un programma pensato per valorizzare il dialogo tra musica, architettura e spiritualità, trasformando le suggestive volte della Basilica in un luogo di intensa espressività artistica e coinvolgimento emotivo.

Il concerto si inserisce inoltre nella Novena di Sant’Alessandro, patrono della Diocesi e della città di Melfi, conferendo alla serata una speciale dimensione di partecipazione comunitaria e devozione.

Un appuntamento imperdibile per vivere la storia, la fede e la musica sotto le volte millenarie della Cattedrale.

48° Giornata della Vita – “Prima i Bambini”

Conferenza episcopale italiana

Il Messaggio per la 48ª Giornata Nazionale per la Vita

 

Guardatevi dal disprezzare qualcuno di questi piccoli;
perché io vi dico che i loro angeli in cielo
vedono continuamente la faccia del Padre mio (Mt 18,10)

 

L’accoglienza gentile e affettuosa di Gesù verso i piccoli sorprende i suoi contemporanei, discepoli inclusi, abituati a considerare assai poco i bambini. Eppure, nella Scrittura il rapporto di Dio con il suo popolo è spesso paragonato a quello di una madre amorevole e di un padre premuroso verso i propri bimbi; il loro atteggiamento, infatti, “riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo” (AL 166). Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene… sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti e che Gesù presenta come condizioni per accogliere la novità del Vangelo: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18, 3). Essi, dunque, non vanno mai disprezzati, scartati, subordinati perché proprio di loro il Creatore ha particolare cura.

A questa visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il “superiore interesse del minore”: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici. Anche perché, non di rado, gli esiti di un’infanzia problematica sono alla radice di molti comportamenti negativi in età adulta.

Ciononostante, le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi.

  • Pensiamo ai tanti, troppi, bambini “vittime collaterali” delle guerre degli adulti: uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame, come effetto di bombardamenti indiscriminati.
  • Pensiamo ai bambini-soldato, rapiti e utilizzati come “carne da cannone” nei tanti conflitti che si combattono in varie parti del globo, soprattutto in quelli “a bassa intensità”, di cui quasi nessuno parla.
  • Pensiamo ai bambini “fabbricati” in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo.
  • Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale.
  • Pensiamo ai bambini implicati nei casi di separazione e divorzio dei propri genitori, a volte usati come strumenti di rivalsa sull’ex-coniuge.
  • Pensiamo ai bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali o alle bambine date precocemente in sposa, spesso a uomini assai più grandi di loro.
  • Pensiamo ai bambini-lavoratori, privati dell’infanzia perché inquadrati come manodopera a basso costo dai “caporali” di turno, in contesti di degrado sociale e abbandono scolastico.
  • Pensiamo ai bambini rapiti o dati indiscriminatamente in adozione nelle tristi operazioni di pulizia etnica.
  • Pensiamo ai bambini coinvolti nelle violenze domestiche, che li privano di uno o entrambi i genitori e li segnano profondamente.
  • Pensiamo ai bambini che i trafficanti di vite strappano per vile interesse alle proprie famiglie, fino a espiantare i loro organi a vantaggio di chi può permettersi di pagarli.
  • Pensiamo ai bambini costretti – non di rado da soli – a migrazioni faticose e pericolose, con esiti a volte mortali, per sfuggire ai conflitti, agli impoverimenti e alle carestie spesso provocate dagli adulti.
  • Pensiamo ai bambini indottrinati da un’educazione ideologica, funzionale non alla loro crescita, ma alla diffusione di idee che interessano questo o quell’altro gruppo di potere.
  • Pensiamo ai bambini maltrattati o abbandonati a loro stessi da genitori o educatori cui poco interessa il loro vero bene.

In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui e che è anche capace di mascherare il proprio egoismo dietro parole “politicamente corrette” e falsamente altruiste.

A ben vedere, la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti – persone e comunità – dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi. “Tanti bambini fin dall’inizio sono rifiutati, abbandonati, derubati della loro infanzia e del loro futuro. […] Che ne facciamo delle solenni dichiarazioni dei diritti dell’uomo e dei diritti del bambino, se poi puniamo i bambini per gli errori degli adulti?” (AL 166).

Avvertiamo la necessità di una maggiore attenzione ai piccoli anche nella nostra società italiana, in cui l’imperante cultura individualista si esprime, tra l’altro, con una crisi di generatività che non riguarda solamente la fertilità, ma pregiudica progressivamente la capacità degli adulti di mettersi a servizio dei piccoli. Può succedere che facciano rumore, chiedano incessanti attenzioni, condizionino la libertà dei grandi, ma l’accoglienza dei loro limiti è paradigma dell’accoglienza dell’altro tout court, mancando la quale svanisce ogni prospettiva di collettività solidale, per dare spazio a una conflittualità incessante e distruttiva. Quando i bambini non sono amati, con loro vengono scartati anche gli elementi più deboli della comunità, cioè potenzialmente tutti, nel momento in cui si manifestino anche nei soggetti “forti” fragilità o debolezze.

Anche le comunità cristiane devono crescere nella cura dei bambini, non solo proseguendo nell’impegno per estirpare e prevenire l’odiosa pratica degli abusi, ma divenendo “casa accogliente” per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che li colpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni di vita comunitaria. “L’educazione alla fede sa adattarsi a ciascun figlio, perché gli strumenti già imparati o le ricette a volte non funzionano. I bambini hanno bisogno di simboli, di gesti, di racconti. […] L’esperienza spirituale non si impone ma si propone alla loro libertà” (AL 288). Alle prime parole che un bambino si sente rivolgere dalla Chiesa nel giorno del Battesimo – “la nostra comunità ti accoglie” – deve seguire una reale dedizione di tempi, spazi, risorse alle esigenze dei piccoli e delle loro famiglie.

Ci sono tuttavia nella società e nella Chiesa moltissime persone e istituzioni che operano attivamente per custodire i bambini, attraverso azioni di tutela e accoglienza delle maternità difficili e di protezione nelle situazioni di violenza, nell’educazione, nella risposta ai tanti bisogni e povertà delle famiglie numerose e dei piccoli, nella prevenzione dello sfruttamento minorile nelle sue varie forme, nel sostegno alla genitorialità, nella sorveglianza degli ambiti che mettono a rischio l’integrità fisica, morale e spirituale in età sempre più precoce. A costoro devono andare la riconoscenza e il sostegno di tutti, perché il loro servizio – spesso gratuito – rende migliore il nostro mondo per tutti, non solo per i più piccoli. A loro dobbiamo continuamente ispirarci, per coltivare il senso di un autentico primato dei diritti dei bambini sugli interessi e le ideologie degli adulti.

Si tratta di attuare una vera “conversione”, nel duplice senso di “ritorno” e di “cambiamento”.

Ritorno a una cultura che riscopra il valore della generatività, del “desiderio di trasmettere la vita” (SnC 9) e di servirla con gioia. Ogni persona che mette al mondo dei bambini o si occupa dei piccoli – genitori, nonni, insegnanti, catechisti, persone consacrate, famiglie affidatarie – dovrebbe sentire la simpatia e la stima degli altri adulti, perché il servizio al sorgere della vita è garanzia di bene e di futuro per tutti.

 

Cambiamento come abbandono delle cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare davvero spazio ai bambini: ne nascono sempre di meno e sul loro futuro peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo.

La Giornata per la Vita sia l’occasione per un serio esame di coscienza, basato sul punto di vista dei piccoli nelle questioni che li riguardano (dal nascere, al crescere, all’essere felici…) e sostenuto dalla voce sincera dei bambini, cui chiedere – una volta tanto – come vorrebbero che andassero le cose.

 

Gorizia, 23 settembre 2025

Il Consiglio Episcopale Permanente
della Conferenza Episcopale Italiana