Solennità di S. Alessandro Martire
e inaugurazione delle celebrazioni
dei 950 anni dalla fondazione della cattedrale di Melfi.
Lunedì 9 febbraio 2026

Diocesi di Melfi – Rapolla – Venosa
OMNIA PROPTER EVANGELIUM


Fratelli e sorelle,
Sappiamo che non mancano difficoltà, ma nemmeno le risorse umane e spirituali per affrontarle: la fede ci radica, la memoria ci ispira, la ragione e la volontà ci chiamano all’azione.
O glorioso S. Alessandro, che hai testimoniato la fedeltà al Signore Gesù fino al dono della tua vita, intercedi per la città di Melfi, la nostra diocesi e per l’intero territorio del Vulture-Melfese; ottienici la grazia di tradurre la fede in opere che generano speranza; la sapienza di custodire il patrimonio comune e la solidarietà per sostenere i più fragili.
Auguro a tutti ogni bene e vi benedico nel Signore.
Melfi, 7 febbraio 2026
+ Ciro Fanelli
Vescovo
Nella storica cornice della Basilica Cattedrale di Santa Maria Assunta di Melfi, lunedì 2 febbraio 2026 alle ore 19:00, si terrà un Concerto per Solisti, Coro e Orchestra del Liceo Musicale “Flacco-Battaglini” di Venosa.
L’evento celebra i 950 anni della fondazione della Cattedrale, un anniversario che rappresenta non solo il tempo trascorso, ma la testimonianza viva di una presenza sacra e civica che ha segnato la vita spirituale e culturale della comunità.
Gli studenti proporranno un programma pensato per valorizzare il dialogo tra musica, architettura e spiritualità, trasformando le suggestive volte della Basilica in un luogo di intensa espressività artistica e coinvolgimento emotivo.
Il concerto si inserisce inoltre nella Novena di Sant’Alessandro, patrono della Diocesi e della città di Melfi, conferendo alla serata una speciale dimensione di partecipazione comunitaria e devozione.
Un appuntamento imperdibile per vivere la storia, la fede e la musica sotto le volte millenarie della Cattedrale.


L’accoglienza gentile e affettuosa di Gesù verso i piccoli sorprende i suoi contemporanei, discepoli inclusi, abituati a considerare assai poco i bambini. Eppure, nella Scrittura il rapporto di Dio con il suo popolo è spesso paragonato a quello di una madre amorevole e di un padre premuroso verso i propri bimbi; il loro atteggiamento, infatti, “riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo” (AL 166). Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene… sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti e che Gesù presenta come condizioni per accogliere la novità del Vangelo: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18, 3). Essi, dunque, non vanno mai disprezzati, scartati, subordinati perché proprio di loro il Creatore ha particolare cura.
A questa visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il “superiore interesse del minore”: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici. Anche perché, non di rado, gli esiti di un’infanzia problematica sono alla radice di molti comportamenti negativi in età adulta.
Ciononostante, le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi.
In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui e che è anche capace di mascherare il proprio egoismo dietro parole “politicamente corrette” e falsamente altruiste.
A ben vedere, la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti – persone e comunità – dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi. “Tanti bambini fin dall’inizio sono rifiutati, abbandonati, derubati della loro infanzia e del loro futuro. […] Che ne facciamo delle solenni dichiarazioni dei diritti dell’uomo e dei diritti del bambino, se poi puniamo i bambini per gli errori degli adulti?” (AL 166).
Avvertiamo la necessità di una maggiore attenzione ai piccoli anche nella nostra società italiana, in cui l’imperante cultura individualista si esprime, tra l’altro, con una crisi di generatività che non riguarda solamente la fertilità, ma pregiudica progressivamente la capacità degli adulti di mettersi a servizio dei piccoli. Può succedere che facciano rumore, chiedano incessanti attenzioni, condizionino la libertà dei grandi, ma l’accoglienza dei loro limiti è paradigma dell’accoglienza dell’altro tout court, mancando la quale svanisce ogni prospettiva di collettività solidale, per dare spazio a una conflittualità incessante e distruttiva. Quando i bambini non sono amati, con loro vengono scartati anche gli elementi più deboli della comunità, cioè potenzialmente tutti, nel momento in cui si manifestino anche nei soggetti “forti” fragilità o debolezze.
Anche le comunità cristiane devono crescere nella cura dei bambini, non solo proseguendo nell’impegno per estirpare e prevenire l’odiosa pratica degli abusi, ma divenendo “casa accogliente” per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che li colpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni di vita comunitaria. “L’educazione alla fede sa adattarsi a ciascun figlio, perché gli strumenti già imparati o le ricette a volte non funzionano. I bambini hanno bisogno di simboli, di gesti, di racconti. […] L’esperienza spirituale non si impone ma si propone alla loro libertà” (AL 288). Alle prime parole che un bambino si sente rivolgere dalla Chiesa nel giorno del Battesimo – “la nostra comunità ti accoglie” – deve seguire una reale dedizione di tempi, spazi, risorse alle esigenze dei piccoli e delle loro famiglie.
Ci sono tuttavia nella società e nella Chiesa moltissime persone e istituzioni che operano attivamente per custodire i bambini, attraverso azioni di tutela e accoglienza delle maternità difficili e di protezione nelle situazioni di violenza, nell’educazione, nella risposta ai tanti bisogni e povertà delle famiglie numerose e dei piccoli, nella prevenzione dello sfruttamento minorile nelle sue varie forme, nel sostegno alla genitorialità, nella sorveglianza degli ambiti che mettono a rischio l’integrità fisica, morale e spirituale in età sempre più precoce. A costoro devono andare la riconoscenza e il sostegno di tutti, perché il loro servizio – spesso gratuito – rende migliore il nostro mondo per tutti, non solo per i più piccoli. A loro dobbiamo continuamente ispirarci, per coltivare il senso di un autentico primato dei diritti dei bambini sugli interessi e le ideologie degli adulti.
Si tratta di attuare una vera “conversione”, nel duplice senso di “ritorno” e di “cambiamento”.
Ritorno a una cultura che riscopra il valore della generatività, del “desiderio di trasmettere la vita” (SnC 9) e di servirla con gioia. Ogni persona che mette al mondo dei bambini o si occupa dei piccoli – genitori, nonni, insegnanti, catechisti, persone consacrate, famiglie affidatarie – dovrebbe sentire la simpatia e la stima degli altri adulti, perché il servizio al sorgere della vita è garanzia di bene e di futuro per tutti.
Cambiamento come abbandono delle cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare davvero spazio ai bambini: ne nascono sempre di meno e sul loro futuro peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo.
La Giornata per la Vita sia l’occasione per un serio esame di coscienza, basato sul punto di vista dei piccoli nelle questioni che li riguardano (dal nascere, al crescere, all’essere felici…) e sostenuto dalla voce sincera dei bambini, cui chiedere – una volta tanto – come vorrebbero che andassero le cose.
Gorizia, 23 settembre 2025
Il Consiglio Episcopale Permanente
della Conferenza Episcopale Italiana


Carissimi fratelli e sorelle,
con paterna gioia vi invito a partecipare alla VII Settimana Biblica Diocesana, che si svolgerà a Rionero in Vulture dal 19 al 23 gennaio p.v., presso la Chiesa di San Gerardo, alle ore 18:30. Al centro di questa iniziativa pongo le incisive parole di san Girolamo: «Ignorantia scripturarum est ignorantia Christi» — “chi ignora le Scritture, ignora Cristo”. Che questo monito sia per noi stimolo costante a radicarci nella Parola, sorgente viva della fede.
Tema di quest’anno è: “Lo Spirito parla alle Chiese” — Il libro dell’Apocalisse. Il curatore della Settimana è il nostro condiocesano prof. Don Pasqualino Basta, docente di esegesi biblica presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma, al quale va il nostro “grazie” più sentito per la competenza, l’attenzione al cammino diocesano e la passione “apostolica”. Il programma dei lavori è il seguente:
La Settimana culminerà idealmente nella Domenica della Parola, che celebreremo domenica 25 gennaio 2026 con il motto, scelto dal Dicastero per la nuova evangelizzazione: «La parola di Cristo abiti tra voi» (Col 3,16). Come il Concilio Vaticano II insegna, la Parola di Dio è l’anima della teologia e della pastorale: da essa nasce la ricerca teologica autentica e da essa deve scaturire ogni azione pastorale fedele al Vangelo. Per questo la nostra amarezza sarebbe grande se la conoscenza delle Scritture non crescesse soprattutto negli operatori pastorali o rimanesse mero esercizio intellettuale; al contrario, vogliamo che essa trasformi la vita personale e comunitaria in attestazione concreta della fede.
La prossimità temporale tra la Settimana Biblica e la Domenica della Parola (25 gennaio) non è un caso, ma una scelta pastorale intenzionale.
Le ragioni di tale scelta sono molteplici e profonde:
Ancora più rilevante è l’utilità pastorale della Settimana in vista del Sinodo diocesano che avvieremo l’11 ottobre 2026. Un cammino sinodale autentico prende vita dall’ascolto della Parola: essa orienta il discernimento, forma le coscienze e rende possibile un dialogo fraterno e fecondo. A questo proposito:
In questo orizzonte voglio collocare l’Apertura delle Celebrazioni per il 950° anniversario della fondazione della nostra Cattedrale. Le celebrazioni saranno aperte il prossimo 9 febbraio 2026 con la celebrazione delle ore 11:00 presieduta da S.E. Rev.ma Mons. Massimiliano Palinuro, Vicario Apostolico di Istanbul e Amministratore Apostolico dell’Esarcato di Costantinopoli, che a fine novembre 2025 ha accolto Papa Leone XIV in visita per in occasione dei 1700 dal Concilio di Nicea.
Vi esorto, dunque, a partecipare con animo aperto e fervente: venite a lasciarvi interrogare dallo Spirito, a nutrirvi della Scrittura, a condividere esperienze e domande. Per agevolare la partecipazione, chiedo ai sacerdoti di valutare, nella carità pastorale e secondo le esigenze parrocchiali, la possibilità di modificare gli orari delle Sante Messe vespertine nelle sere della Settimana.
Confido che questi giorni possano essere per la nostra diocesi tempo di rinnovamento, unità e impegno missionario. Vi saluto con affetto paterno e vi benedico di cuore.
Melfi, 14 gennaio 2026
+ Ciro Fanelli
Vescovo


Carissimi membri dei Consigli Pastorali Parrocchiali, cari operatori pastorali,
con gioia, unitamente ai vostri parroci, vi scrivo per invitarvi agli incontri zonali che ho voluto promuovere per presentare e condividere gli esiti della Visita Pastorale che si è svolta nella nostra diocesi dal 1° ottobre 2023 al 5 ottobre 2025 e per predisporre insieme un cammino di rinnovamento in vista del prossimo Sinodo diocesano.
La Visita Pastorale è stata un tempo di ascolto, incontro e discernimento. Ringrazio quanti hanno collaborato con sincerità e gratuità: parroci, persone consacrate, diaconi, comunità, gruppi e singoli fedeli.
Alla conclusione, nella celebrazione del 5 ottobre 2025, ho riconsegnato ai parroci i “Questionari” compilati e corredati da una mia relazione specifica per la vita di ciascuna Parrocchia. Ho inoltre emanato tre decreti a carattere diocesano, che riguardano:
Per ogni Zona Pastorale ho redatto una Lettera, che presenta l’analisi della situazione pastorale — indicando risorse, criticità e prospettive — e, contestualmente, ho costituito il Centro Pastorale per la Famiglia e la Comunità Vocazionale. Questi atti non sono semplici documenti: indicano scelte che la Diocesi è chiamata ad assumere per camminare in comunione con tutte le Chiese; esse sono vincolanti per il prossimo tempo pastorale. Pertanto, non possiamo tornare indietro su alcuni punti essenziali:
Per tradurre queste scelte in cammini concreti e condivisi ci incontreremo secondo il seguente calendario:
Agli incontri sono attesi in modo particolare i Consigli Pastorali Parrocchiali; ma sono invitati altresì a partecipare, se lo desiderano, gli operatori pastorali e quanti collaborano nelle comunità. Vi chiedo di essere presenti con spirito di servizio e di corresponsabilità. Per rendere fecondo il tempo che passeremo insieme, vi prego di arrivare preparati:
Gli incontri seguiranno il seguente cronoprograma:
Confido che questi incontri possano essere occasione di rinnovato impegno, di corresponsabilità e di comunione pastorale: il cammino sinodale ci chiede di camminare insieme, ascoltando lo Spirito nelle nostre comunità e traducendo le scelte in percorsi realizzabili e condivisi.
Vi affido alla preghiera e chiedo a ciascuno di portarvi lo spirito di servizio, la pazienza del dialogo e la disponibilità alla costruzione comune. Io stesso sarò con voi in questo tempo di ascolto e di progettazione.
Melfi, 9 gennaio 2026
Con fraterna stima e preghiera,
+ Ciro Fanelli
Vescovo

(1076-2026)
Carissimi fratelli presbiteri, diaconi, persone consacrate,
carissimi fedeli e cittadini di Melfi,
nel giorno della Solennità dell’Epifania del Signore con animo colmo di gioia e di riconoscenza mi rivolgo a voi per rendere noto un evento di singolare significanza per la nostra comunità di fede e per l’intera città: in questo anno del Signore 2026, da poco iniziato, ricorrono i novecentocinquant’anni dalla posa della prima pietra della nostra veneranda e maestosa Cattedrale di Melfi, fissata, per il comune ricordo storico, all’anno 1076. Questa fausta ricorrenza non è mero conteggio temporale, ma segno eloquente di una presenza sacra e civica che, per quasi un millennio, ha tessuto la vita spirituale, culturale e sociale di Melfi.
La Cattedrale, tempio di preghiera e custode di memorie, si erge come simbolo indelebile della nostra identità: opera che i secoli hanno plasmato con mani sapienti e cuori devoti, che ha saputo raccogliere onori e ferite, restauro e rinnovamento. Alla sua storia normanna connessa, alla maestà del campanile che dal medioevo innalza il suo vigile sguardo sulla città, si affiancano le testimonianze di quanti, nel tempo, hanno custodito e rinnovato il luogo sacro: vescovi, presbiteri, artigiani, famiglie, studiosi, e, non ultime, le giovani generazioni.
A rendere ancor più significativo questo “giubileo” è la felice concomitanza con il progetto “Fantastico Medioevo”, promosso dalla Giunta della Regione Basilicata, che ha eletto Melfi a capofila di un articolato programma di eventi storico‑culturali e artistici. Tale iniziativa, convergente con le nostre celebrazioni, offrirà al memorabile anniversario una cornice ricca di rievocazioni, mostre, percorsi culturali e spettacoli che valorizzeranno la storia, l’arte e le testimonianze medievali della nostra città, reminiscenze che la Cattedrale incarna in modo esemplare.
A rendere ancor più significativa questa congiunzione tra memoria e cura è inoltre la vicenda recente dei restauri: i lavori di restauro della Cattedrale, felicemente conclusi il 7 dicembre 2022, e gli attuali interventi di restauro conservativo del “campanile” che, nel corso di quest’anno, troveranno piena valorizzazione. Tale congiunzione tra memoria, tutela e promozione culturale manifesta il nostro impegno a rendere la Cattedrale non solo ricordo del passato, ma viva testimonianza per il futuro.
Esprimo pertanto il mio vivo e grato ringraziamento a quanti nel corso degli anni attraverso lo zelo ecclesiale e la ricerca storica hanno reso possibile questo cammino: agli studiosi e ai cultori della storia e dell’arte che hanno illustrato le sue vicende;, agli autori e ai collaboratori delle opere scientifiche e divulgative; alle istituzioni pubbliche, alla Regione Basilicata per il progetto “Fantastico Medioevo”; un particolare grazie alla Giunta Regionale e alla CEI che hanno finanziato e sostenuto i delicati lavori di restauri.
Per onorare degnamente la memoria dei padri e per consacrare al servizio delle nuove generazioni questo patrimonio, la Diocesi promuoverà nel 2026 un significativo programma di celebrazioni liturgiche solenni, incontri culturali, visite guidate, percorsi didattici per le scuole, e una mostra storico‑artistica dedicata alla Cattedrale e al suo campanile, con momento ufficiale di presentazione degli interventi di restauro, dopo la loro conclusione. Le iniziative si svolgeranno anche in sinergia con il progetto “Fantastico Medioevo”, affinché fede, storia e cultura concorrano, insieme alle rievocazioni civiche, a rendere questo anno un tempo di rinnovata comunione e di riscoperta collettiva.
Invito ciascuno di voi a partecipare con fervore spirituale, con presenza attiva e con proposte concrete: la cura della nostra Cattedrale è dunque comune offerta di fede e di civiltà, eredità che siamo chiamati a custodire e a consegnare.
Affido questa ricorrenza e l’intera città alla materna protezione di Maria di Nazareth e di S. Alessandro e con paterna sollecitudine impartisco la mia apostolica benedizione.
Melfi 6 gennaio 2026 – Solennità dell’Epifania del Signore.
+ Ciro Fanelli
Vescovo


Il Santo Padre apre il suo messaggio con le parole con le quali ha dato inizio al suo ministero petrino, che ricordano il saluto del Signore Risorto ai discepoli: «Pace a voi» (Gv 20, 19.21). Tale saluto non è un semplice convenevole: è Vangelo; è annuncio che cambia la storia e la prospettiva con cui si guarda al mondo. Papa Leone ci aiuta a riflettere sul dono della pace portataci da Cristo esplicitando concretamente cosa significa parlare di «pace disarmata» nella vita delle comunità cristiana e nella città dell’uomo. La prima osservazione è di carattere cristologico e biblico: la pace che Gesù dona non è paragonabile alle forme mondane di sicurezza. Egli stesso lo dice: «Vi do la mia pace; non come la dà il mondo» (Gv 14,27). Quando Pietro estrae la spada, il Maestro lo ferma: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cfr. Mt 26,52). Questa scena non è un episodio marginale, ma un monito fondamentale: il regno di Dio non si fonda e non si costruisce sulla forza bruta, ma sul dono di sè, sulla misericordia e sul servizio. È l’annuncio del profeta Isaia che vede trasformare le armi in strumenti di vita: «trasformeranno le spade in aratri» (Is 2,4).
Ma che cosa significa tutto ciò oggi, in tempi in cui la guerra sta dilaniando oltre 50 nazioni? Per il Papa significa innanzitutto un lavoro interiore: la pace disarmata nasce dal disarmo del cuore. Rinunciare all’odio e alla sete di vendetta, imparare a riconoscere l’altro come persona con una dignità inviolabile, saper accogliere il perdono e chiedere perdono. Questo non è un esercizio astratto di pacifismo: è una pratica spirituale che richiede preghiera, riflessione, formazione ed impegno. È la preghiera che aiuta a vincere le paure e rende possibile una visione della realtà orientata alla riconciliazione.
Allo stesso tempo la pace disarmata ha una dimensione sociale e politica precisa. Non si tratta di ingenua passività: la nonviolenza è forma di coraggio che richiede disciplina, creatività e strumenti concreti. Pensiamo alla diplomazia preventiva, alle procedure di diritto internazionale, ai processi di giustizia riparativa che cercano di curare ferite sociali piuttosto che nasconderle. Le comunità cristiane possono e devono essere protagoniste in questo campo: non come attori politici impegnati a garantirsi il potere, ma come «case della pace», luoghi di educazione alla responsabilità, di cura dei poveri, di mediazione e di testimonianza civile. Un punto che Papa Leone desidera evidenziare è la cura delle vittime e dei più fragili. I volti dei bambini, dei rifugiati, di chi porta le cicatrici della guerra non sono statistiche: ci traforano come persone che richiedono risposta concreta. Prendersi cura di loro non è solo un gesto caritativo, è una strategia di pace: soccorrere, accogliere, accompagnare sono atti che spezzano la logica della ritorsione e costruiscono tessuti sociali più resilienti. Sappiamo, però, che questa scelta comporta difficoltà reali. Esistono minacce immediate e situazioni in cui la protezione dei più vulnerabili sembra richiedere misure dure. La domanda che allora dobbiamo porci con onestà è: come conciliare la vocazione al disarmo con la responsabilità di proteggere? Qui è necessario un discernimento prudente che non ceda né alla violenza ideologica né alla paralisi. Occorrono politiche pubbliche intelligenti—investimenti in prevenzione, educazione alla memoria, meccanismi di mediazione internazionale—che riducano le condizioni in cui la violenza nasce.
Dal messaggio di Papa Leone ricaviamo anche alcune imprescindibili indicazioni pastorali: il Papa chiarisce che le parrocchie e le realtà ecclesiali hanno compiti concreti e non delegabili: esse devono promuovere percorsi formativi sulla nonviolenza, integrare nella liturgia e nella catechesi temi di riconciliazione, creare spazi di ascolto per chi è stato ferito. Ma le comunità religiose tutte devono ance saper uscire dall’ambito strettamente confessionale per collaborare con istituzioni civili e organizzazioni della società civile: la pace disarmata richiede un fronte largo, dove religioni, associazioni e istituzioni lavorino insieme per il bene comune. Papa Leone conclude il suo messaggio con un invito alla concretezza e all’umiltà. La pace che il Risorto dona non è una formula magica: è un cammino che chiede conversione personale e trasformazione delle strutture. La Chiesa – afferma il papa – non ha ricette immediate, ma può avviare pratiche che testimonino il valore del dono: ovvero l’ascolto, il servizio, la difesa dei più deboli, l’impegno per la verità e la memoria. Se sapremo essere coerenti, la nostra presenza contribuirà a costruire fiducia e a spezzare la catena della violenza. Da questa breve riflessione sul ricco e significativo messaggio del Santo Padre ricaviamo tre domande che possono farci crescere nella cultura della pace: quali pratiche locali hanno mostrato efficacia nel trasformare conflitti? In che modo le istituzioni religiose possono sostenere processi di giustizia riparativa? Quali strumenti di formazione sono necessari per educare le nuove generazioni alla nonviolenza attiva?
Consapevoli del valore insostituibile ed efficace della preghiera ci rivolgiamo al Signore della Pace dicendo:
O Cristo, Principe della Pace,
che nella notte della tua Risurrezione varcasti le porte chiuse
e portasti ai tuoi la parola che converte i cuori,
volgiti a noi: infondi la tua pace, non quella del mondo,
e disarma in noi la durezza, la vendetta e il sospetto;
rendi il nostro animo docile alla misericordia e alla verità.
Santifica, o Signore,
chi governa i popoli e custodisce il diritto:
dona loro prudenza, rettitudine e coraggio
nel cercare la riconciliazione; fa’ che le nostre comunità siano case della pace,
custodi della memoria delle vittime,
cura dei fragili, officine di dialogom>
e sostegno per gli operatori di buona volontà;
trasforma le armi in strumenti di vita.
Suscita nella Chiesa e nei fedeli
il coraggio evangelico
di testimoniare la bontà disarmante:
fa’ di noi seminatori instancabili di riconciliazione,
pregando e operando
per il disarmo del cuore e delle strutture. Amen.
Melfi, 03 gennaio 2026
+Ciro Fanelli
Vescovo

Fratelli e sorelle carissimi,
oggi, nel primo giorno dell’anno — primo gennaio 2026 — entriamo insieme in un tempo nuovo, come in un libro che attende d’essere scritto. Questo inizio è dono e responsabilità: è l’occasione grande per fare del Vangelo della vita la scelta che orienta ogni nostro passo. Sotto lo sguardo materno di Maria ci venga donata la grazia di aprire il cuore e le mani a quel modo di vivere che fa vera testimonianza: dalla fedeltà a Dio scaturisce la testimonianza che converte i cuori e rinnova la storia.
Nel mistero dell’Annunciazione ascoltiamo il paradigma della fedeltà autentica: «E Maria disse: “Ecco la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto”» (Lc 1,38). Quel “fiat” non fu solo parola: fu fedeltà che generò vita. È da quella fedeltà che vogliamo imparare lo stile che lega il nostro essere cristiani alla missione della pace.
Oggi, però, desidero porre con forza al centro della nostra riflessione una parola che ci ha consegnato Papa Leone XIV sin dal giorno della sua elezione: il mondo attende: diventare operatori di una pace disarmata e disarmante, portatori e testimoni della pace di Cristo. Che cosa significa questo? E come, sotto la guida di Maria donna di speranza, possiamo abbracciarlo nella vita personale e comunitaria, specialmente mentre ci prepariamo al sinodo diocesano che apriremo l’11 ottobre 2026?
1. La pace di Cristo: dono e criterio. Gesù stesso ci lascia la sua pace e ci chiama a custodirla: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come la dà il mondo, io ve la do» (Gv 14,27). E san Paolo esorta: «La pace di Cristo regni nei vostri cuori» (Col 3,15). Non è dunque una semplice assenza di conflitto: la pace evangelica è dono dello Spirito che “metter ordine” nei cuori e li rende capaci di vera riconciliazione. È una pace che nasce dal Crocifisso-Risorto: da quel volto che, nella sua fragilità e umiltà, ha vinto la violenza con l’amore.
Questa pace evangelica, disarmata, ha tre radici concrete:
Maria, che la liturgia propone alla nostra venerazione in questo primo giorno del nuovo anno, è la donna di speranza e il modello autentico di pace disarmata. Maria ci insegna come si diventa operatori di una pace disarmante che disarma. Nel suo sorriso e nella sua tenerezza impariamo a chinare lo sguardo sui piccoli, sui fragili, sui sofferenti, sugli emarginati e a scegliere la logica della cura piuttosto che quella della potenza. Da Lei impariamo a restare ai piedi della croce, quando tutto sembra perduto. Maria, ci ricorderebbe don Tonino Bello, porta nel suo grembo le attese e le ferite di ciascuno; si china sul piccolo, asciuga le lacrime e ricuce le piaghe della storia. In lei vediamo la pace che non impone ma accoglie, che non umilia ma solleva. Il Signore vi benedica, vi doni pace e faccia risplendere il suo volto su di voi.
Buon Anno.
Melfi, 1° gennaio 2026
+ Ciro Fanelli
Vescovo