Archivi della categoria: Digressione

950° ANNIVERSARIO DELLA CATTEDRALE DI MELFI

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

950° ANNIVERSARIO DELLA CATTEDRALE DI MELFI

(1076-2026)

 

Carissimi fratelli presbiteri, diaconi, persone consacrate,

carissimi fedeli e cittadini di Melfi,

nel giorno della Solennità dell’Epifania del Signore con animo colmo di gioia e di riconoscenza mi rivolgo a voi per rendere noto un evento di singolare significanza per la nostra comunità di fede e per l’intera città: in questo anno del Signore 2026, da poco iniziato, ricorrono i novecentocinquant’anni dalla posa della prima pietra della nostra veneranda e maestosa Cattedrale di Melfi, fissata, per il comune ricordo storico, all’anno 1076. Questa fausta ricorrenza non è mero conteggio temporale, ma segno eloquente di una presenza sacra e civica che, per quasi un millennio, ha tessuto la vita spirituale, culturale e sociale di Melfi.

La Cattedrale, tempio di preghiera e custode di memorie, si erge come simbolo indelebile della nostra identità: opera che i secoli hanno plasmato con mani sapienti e cuori devoti, che ha saputo raccogliere onori e ferite, restauro e rinnovamento. Alla sua storia normanna connessa, alla maestà del campanile che dal medioevo innalza il suo vigile sguardo sulla città, si affiancano le testimonianze di quanti, nel tempo, hanno custodito e rinnovato il luogo sacro: vescovi, presbiteri, artigiani, famiglie, studiosi, e, non ultime, le giovani generazioni.

A rendere ancor più significativo questo “giubileo” è la felice concomitanza con il progetto “Fantastico Medioevo”, promosso dalla Giunta della Regione Basilicata, che ha eletto Melfi a capofila di un articolato programma di eventi storico‑culturali e artistici. Tale iniziativa, convergente con le nostre celebrazioni, offrirà al memorabile anniversario una cornice ricca di rievocazioni, mostre, percorsi culturali e spettacoli che valorizzeranno la storia, l’arte e le testimonianze medievali della nostra città, reminiscenze che la Cattedrale incarna in modo esemplare.

A rendere ancor più significativa questa congiunzione tra memoria e cura è inoltre la vicenda recente dei restauri: i lavori di restauro della Cattedrale, felicemente conclusi il 7 dicembre 2022, e gli attuali interventi di restauro conservativo del “campanile” che, nel corso di quest’anno, troveranno piena valorizzazione. Tale congiunzione tra memoria, tutela e promozione culturale manifesta il nostro impegno a rendere la Cattedrale non solo ricordo del passato, ma viva testimonianza per il futuro.

Esprimo pertanto il mio vivo e grato ringraziamento a quanti nel corso degli anni attraverso lo zelo ecclesiale e la ricerca storica hanno reso possibile questo cammino: agli studiosi e ai cultori della storia e dell’arte che hanno illustrato le sue vicende;, agli autori e ai collaboratori delle opere scientifiche e divulgative; alle istituzioni pubbliche, alla Regione Basilicata per il progetto “Fantastico Medioevo”; un particolare grazie alla Giunta Regionale e alla CEI che hanno finanziato e sostenuto i delicati lavori di restauri.

Per onorare degnamente la memoria dei padri e per consacrare al servizio delle nuove generazioni questo patrimonio, la Diocesi promuoverà nel 2026 un significativo programma di celebrazioni liturgiche solenni, incontri culturali, visite guidate, percorsi didattici per le scuole, e una mostra storico‑artistica dedicata alla Cattedrale e al suo campanile, con momento ufficiale di presentazione degli interventi di restauro, dopo la loro conclusione. Le iniziative si svolgeranno anche in sinergia con il progetto “Fantastico Medioevo”, affinché fede, storia e cultura concorrano, insieme alle rievocazioni civiche, a rendere questo anno un tempo di rinnovata comunione e di riscoperta collettiva.

Invito ciascuno di voi a partecipare con fervore spirituale, con presenza attiva e con proposte concrete: la cura della nostra Cattedrale è dunque comune offerta di fede e di civiltà, eredità che siamo chiamati a custodire e a consegnare.

Affido questa ricorrenza e l’intera città alla materna protezione di Maria di Nazareth e di S. Alessandro e con paterna sollecitudine impartisco la mia apostolica benedizione.

Melfi 6 gennaio 2026 – Solennità dell’Epifania del Signore.

+ Ciro Fanelli
Vescovo


RIFLESSIONE DEL VESCOVO SUL MESSAGGIO DI PAPA LEONE IN OCCASIONE DELLA LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 2026

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

RIFLESSIONE DEL VESCOVO

SUL MESSAGGIO DI PAPA LEONE

IN OCCASIONE DELLA LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 2026

La pace sia con tutti voi.
Verso una pace disarmata e disarmante

 

Il Santo Padre apre il suo messaggio con le parole con le quali ha dato inizio al suo ministero petrino, che ricordano il saluto del Signore Risorto ai discepoli: «Pace a voi» (Gv 20, 19.21). Tale saluto non è un semplice convenevole: è Vangelo; è annuncio che cambia la storia e la prospettiva con cui si guarda al mondo. Papa Leone ci aiuta a riflettere sul dono della pace portataci da Cristo esplicitando concretamente cosa significa parlare di «pace disarmata» nella vita delle comunità cristiana e nella città dell’uomo. La prima osservazione è di carattere cristologico e biblico: la pace che Gesù dona non è paragonabile alle forme mondane di sicurezza. Egli stesso lo dice: «Vi do la mia pace; non come la dà il mondo» (Gv 14,27). Quando Pietro estrae la spada, il Maestro lo ferma: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cfr. Mt 26,52). Questa scena non è un episodio marginale, ma un monito fondamentale: il regno di Dio non si fonda e non si costruisce sulla forza bruta, ma sul dono di sè, sulla misericordia e sul servizio. È l’annuncio del profeta Isaia che vede trasformare le armi in strumenti di vita: «trasformeranno le spade in aratri» (Is 2,4).

Ma che cosa significa tutto ciò oggi, in tempi in cui la guerra sta dilaniando oltre 50 nazioni? Per il Papa significa innanzitutto un lavoro interiore: la pace disarmata nasce dal disarmo del cuore. Rinunciare all’odio e alla sete di vendetta, imparare a riconoscere l’altro come persona con una dignità inviolabile, saper accogliere il perdono e chiedere perdono. Questo non è un esercizio astratto di pacifismo: è una pratica spirituale che richiede preghiera, riflessione, formazione ed impegno. È la preghiera che aiuta a vincere le paure e rende possibile una visione della realtà orientata alla riconciliazione.

Allo stesso tempo la pace disarmata ha una dimensione sociale e politica precisa. Non si tratta di ingenua passività: la nonviolenza è forma di coraggio che richiede disciplina, creatività e strumenti concreti. Pensiamo alla diplomazia preventiva, alle procedure di diritto internazionale, ai processi di giustizia riparativa che cercano di curare ferite sociali piuttosto che nasconderle. Le comunità cristiane possono e devono essere protagoniste in questo campo: non come attori politici impegnati a garantirsi il potere, ma come «case della pace», luoghi di educazione alla responsabilità, di cura dei poveri, di mediazione e di testimonianza civile. Un punto che Papa Leone desidera evidenziare è la cura delle vittime e dei più fragili. I volti dei bambini, dei rifugiati, di chi porta le cicatrici della guerra non sono statistiche: ci traforano come persone che richiedono risposta concreta. Prendersi cura di loro non è solo un gesto caritativo, è una strategia di pace: soccorrere, accogliere, accompagnare sono atti che spezzano la logica della ritorsione e costruiscono tessuti sociali più resilienti. Sappiamo, però, che questa scelta comporta difficoltà reali. Esistono minacce immediate e situazioni in cui la protezione dei più vulnerabili sembra richiedere misure dure. La domanda che allora dobbiamo porci con onestà è: come conciliare la vocazione al disarmo con la responsabilità di proteggere? Qui è necessario un discernimento prudente che non ceda né alla violenza ideologica né alla paralisi. Occorrono politiche pubbliche intelligenti—investimenti in prevenzione, educazione alla memoria, meccanismi di mediazione internazionale—che riducano le condizioni in cui la violenza nasce.

Dal messaggio di Papa Leone ricaviamo anche alcune imprescindibili indicazioni pastorali: il Papa chiarisce che le parrocchie e le realtà ecclesiali hanno compiti concreti e non delegabili: esse devono promuovere percorsi formativi sulla nonviolenza, integrare nella liturgia e nella catechesi temi di riconciliazione, creare spazi di ascolto per chi è stato ferito. Ma le comunità religiose tutte devono ance saper uscire dall’ambito strettamente confessionale per collaborare con istituzioni civili e organizzazioni della società civile: la pace disarmata richiede un fronte largo, dove religioni, associazioni e istituzioni lavorino insieme per il bene comune. Papa Leone conclude il suo messaggio con un invito alla concretezza e all’umiltà. La pace che il Risorto dona non è una formula magica: è un cammino che chiede conversione personale e trasformazione delle strutture. La Chiesa – afferma il papa – non ha ricette immediate, ma può avviare pratiche che testimonino il valore del dono: ovvero l’ascolto, il servizio, la difesa dei più deboli, l’impegno per la verità e la memoria. Se sapremo essere coerenti, la nostra presenza contribuirà a costruire fiducia e a spezzare la catena della violenza. Da questa breve riflessione sul ricco e significativo messaggio del Santo Padre ricaviamo tre domande che possono farci crescere nella cultura della pace: quali pratiche locali hanno mostrato efficacia nel trasformare conflitti? In che modo le istituzioni religiose possono sostenere processi di giustizia riparativa? Quali strumenti di formazione sono necessari per educare le nuove generazioni alla nonviolenza attiva?

Consapevoli del valore insostituibile ed efficace della preghiera ci rivolgiamo al Signore della Pace dicendo:

O Cristo, Principe della Pace,
che nella notte della tua Risurrezione varcasti le porte chiuse
e portasti ai tuoi la parola che converte i cuori,
volgiti a noi: infondi la tua pace, non quella del mondo,
e disarma in noi la durezza, la vendetta e il sospetto;
rendi il nostro animo docile alla misericordia e alla verità.

Santifica, o Signore,
chi governa i popoli e custodisce il diritto:
dona loro prudenza, rettitudine e coraggio
nel cercare la riconciliazione; fa’ che le nostre comunità siano case della pace,
custodi della memoria delle vittime,
cura dei fragili, officine di dialogom>
e sostegno per gli operatori di buona volontà;
trasforma le armi in strumenti di vita.

Suscita nella Chiesa e nei fedeli
il coraggio evangelico
di testimoniare la bontà disarmante:
fa’ di noi seminatori instancabili di riconciliazione,
pregando e operando
per il disarmo del cuore e delle strutture. Amen.

Melfi, 03 gennaio 2026

+Ciro Fanelli
Vescovo


MESSAGGIO DEL VESCOVO PER IL NUOVO ANNO 2026

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

Messaggio del Vescovo per il nuovo anno 2026

 

Fratelli e sorelle carissimi,

oggi, nel primo giorno dell’anno — primo gennaio 2026 — entriamo insieme in un tempo nuovo, come in un libro che attende d’essere scritto. Questo inizio è dono e responsabilità: è l’occasione grande per fare del Vangelo della vita la scelta che orienta ogni nostro passo. Sotto lo sguardo materno di Maria ci venga donata la grazia di aprire il cuore e le mani a quel modo di vivere che fa vera testimonianza: dalla fedeltà a Dio scaturisce la testimonianza che converte i cuori e rinnova la storia.

Nel mistero dell’Annunciazione ascoltiamo il paradigma della fedeltà autentica: «E Maria disse: “Ecco la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto”» (Lc 1,38). Quel “fiat” non fu solo parola: fu fedeltà che generò vita. È da quella fedeltà che vogliamo imparare lo stile che lega il nostro essere cristiani alla missione della pace.

Oggi, però, desidero porre con forza al centro della nostra riflessione una parola che ci ha consegnato Papa Leone XIV sin dal giorno della sua elezione: il mondo attende: diventare operatori di una pace disarmata e disarmante, portatori e testimoni della pace di Cristo. Che cosa significa questo? E come, sotto la guida di Maria donna di speranza, possiamo abbracciarlo nella vita personale e comunitaria, specialmente mentre ci prepariamo al sinodo diocesano che apriremo l’11 ottobre 2026?

1. La pace di Cristo: dono e criterio. Gesù stesso ci lascia la sua pace e ci chiama a custodirla: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come la dà il mondo, io ve la do» (Gv 14,27). E san Paolo esorta: «La pace di Cristo regni nei vostri cuori» (Col 3,15). Non è dunque una semplice assenza di conflitto: la pace evangelica è dono dello Spirito che “metter ordine” nei  cuori e li rende capaci di vera riconciliazione. È una pace che nasce dal Crocifisso-Risorto: da quel volto che, nella sua fragilità e umiltà, ha vinto la violenza con l’amore.

  1. Pace disarmata e disarmante: un atteggiamento e una pratica.
  • Pace disarmata significa rinunciare non solo alle armi materiali, ma anche alle armi interiori della durezza, dell’odio, della sete di vendetta; significa scegliere la nonviolenza nei gesti, nelle parole, nelle relazioni quotidiane.
  • Pace disarmante significa diventare causa di conversione per l’altro: non imponendo la propria forza, ma spezzando la logica della violenza con la forza morale dell’amore e del perdono. È la beatitudine che Gesù proclama: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Chi pratica una pace così non si limita a evitare la guerra: trasforma le situazioni di conflitto disarmando l’ostilità, disinnescando la ritorsione, rendendo l’altro capace di fidarsi.

Questa pace evangelica, disarmata, ha tre radici concrete:

  • a) La conversione dei cuori. La pace comincia dentro di noi, dove l’orgoglio, il risentimento, la paura possono diventare armi. La preghiera, la penitenza, la fedeltà sacramentale ci educano a questa conversione. Solo un cuore disarmato è strumento efficace della pace del Signore
  • b) La giustizia e il perdono insieme. La pace di Cristo esige giustizia che ristabilisca dignità e perdono che ricrei relazioni. Senza giustizia il perdono rischia di essere pietismo; senza perdono la giustizia può irrigidire. Il Vangelo ci chiama a camminare nelle due vie: «Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda, come Dio vi ha perdonato in Cristo» (Ef 4,32). Questa è la grammatica della pace disarmata che ci ha consegnato Papa Leone XIV.
  • c) La pratica comunitaria della riconciliazione. Pace disarmata significa costruire ponti: ascoltare i sofferenti, accogliere i migranti, difendere i poveri, contrastare ogni forma di sfruttamento e discriminazione. È un impegno che riguarda le coscienze individuali e le strutture sociali.

Maria, che la liturgia propone alla nostra venerazione in questo primo giorno del nuovo anno, è la donna di speranza e il modello autentico di pace disarmata. Maria ci insegna come si diventa operatori di una pace disarmante che disarma. Nel suo sorriso e nella sua tenerezza impariamo a chinare lo sguardo sui piccoli, sui fragili, sui sofferenti, sugli emarginati e a scegliere la logica della cura piuttosto che quella della potenza. Da Lei impariamo a restare ai piedi della croce, quando tutto sembra perduto. Maria, ci ricorderebbe don Tonino Bello, porta nel suo grembo le attese e le ferite di ciascuno; si china sul piccolo, asciuga le lacrime e ricuce le piaghe della storia. In lei vediamo la pace che non impone ma accoglie, che non umilia ma solleva. Il Signore vi benedica, vi doni pace e faccia risplendere il suo volto su di voi.

Buon Anno.

Melfi, 1° gennaio 2026

+ Ciro Fanelli
Vescovo


MESSAGGIO DEL VESCOVO IN OCCASIONE DEL 31 DICEMBRE 2025

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

MESSAGGIO IN OCCASIONE DEL 31 DICEMBRE 2025

 “Forti nella speranza per trasformare il tempo!”

 

Fratelli e sorelle carissimi,

  1. ci raccogliamo oggi alla soglia dell’anno che muore e all’aurora dell’anno che viene, e il nostro sguardo si volge al mistero che più di ogni altro avvolge la nostra esistenza: il tempo. Non come fredda successione di ore, né come crudele potenza che divora i suoi figli — immagine del Cronos pagano — ma come orizzonte teologale, come spazio benedetto della misericordia divina. In questo tempo, Dio Padre rivela la sua tenerezza e chiama la nostra libertà a rispondere. Perciò per noi cristiani celebrare la conclusione di un anno è sempre elevare un di lode al Signore. Sant’Agostino, con la profondità che gli appartiene, si domandava: «Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so» (Confessioni XI,14). Egli ci apre gli occhi sull’interiorità del tempo: memoria che custodisce, intelletto che ora guarda, attesa che spera. In ciascuna di queste dimensioni si manifesta la cura di Dio. Il tempo, dunque, non è misura che imprigiona, ma grembo dove la misericordia si rinnova.
  1. Il nostro tempo è nelle mani di un Dio che è amore e misericordia. La Scrittura ci fa ascoltare il suo volto: Dio è lento all’ira, ricco di amore; tutto concorre al bene di quelli che lo amano (cfr. Rm 8,28). Anche i nostri limiti, le nostre cadute, le nostre attese trovano posto nella sua misericordia. Ogni istante è avvolto dalla sua provvidenza e può fiorire in redenzione. Ogni attimo della vita è un’opportunità per realizzarci come figli. Quando «venne la pienezza dei tempi», il Padre inviò il Figlio nella storia umana (cfr. Gal 4,4): così il kairos diventa presente nel Non esistono attimi privi di significato; ogni incontro, ogni decisione, ogni fatica è occasione per conformarci al volto del Cristo. Come ci ricorda il Salmo, dobbiamo imparare a contare nella luce della fede i giorni che Dio ci dona per giungere alla sapienza del cuore (cfr. Sal 90,12): che ciascuno sappia riconoscere nei giorni donatici l’invito a crescere nella filiazione divina.
  1. Gesù stesso ci indica il cammino vero e il criterio della verità: in Gesù troviamo la via che ci porta a Dio e a riconoscerlo come Padre. Solo il Verbo eterno incarnato rende udibile e credibile il Vangelo per ogni epoca; solo in lui la nostra speranza trova fondamento e slancio. Perciò la speranza cristiana non è vano auspicio, ma è un dono di Dio, una virtù teologale che orienta il presente verso la pienezza promessa. Siamo tutti salvati nella speranza, perciò essa ci conferisce pazienza nelle prove e operosità nell’attesa (cfr. Rm 8,24–25). Non è attesa vuota, oziosa, ma forza che rende fecondo il tempo presente.
  1. La vita intera ci è data per contribuire alla costruzione del Regno: un Regno di giustizia e di pace, di verità, di libertà e di amore. Il profeta Michea ci indica quale sia la via che il credente deve percorrere, sempre, ma soprattutto nei momenti: praticare la giustizia, amare la misericordia, camminare umilmente con il Signore (cfr. Mic 6,8). Pensiamo alle guerre che in tante parti del mondo spargono sangue, morte, dolore, angoscia e alimentano odio. Pensiamo agli anziani soli. Teniamo presenti i tanti giovani senza prospettive per il futuro. Ricordiamoci dei tanti lavoratori che per logiche disumane si ritrovano senza lavoro. La speranza cristiana non è una astrazione consolatoria, ma è stile di vita: è forza per trasformare il tempo presente che sembra cristallizzato nell’egoismo distruttivo, Avere speranza è praticare la giustizia nelle relazioni, costruire la pace nelle case e nelle comunità, fare verità con carità, esercitare la libertà per il bene comune. Solo Spirito Santo porta consolazione ai cuori feriti e libertà agli oppressi (cfr. Is 61,1–2) servendosi di noi: il tempo che Dio ci dona sia strumento di tale azione salvifica.
  1. Guardiamo a Maria, Madre del Divino Amore. Ella ha saputo assumere i giorni e consacrarli al progetto divino; segni di questo abbondono che trasforma la storia sono stati il «fiat» dell’Annunciazione, il canto del Magnificat, silenzio sotto la croce, la ferma speranza che non ha mai vacillato. Maria non è stata schiava del cronos; non si è lasciata sconfiggere da un tempo senza Dio; ma è stata capace di riempire ogni situazione ogni attimo della sua esistenza con la fede e la speranza divenendo totalmente libera per amare. Dalla sua esperienza impariamo che la libertà cristiana è la capacità di impiegare gli istanti della vita per il servizio, trasformandoli in tempo sacro.
  1. Per la nostra Chiesa diocesana, questo tempo nuovo che ci attende è segnato da una singolare occasione di grazia. Dal prossimo 11 ottobre 2026 si aprirà il Sinodo diocesano: non sarà un’attuazione di prassi amministrativa ecclesiastica, ma un vero evento di grazia che può impreziosire e trasformare la nostra vita comunitaria. Il Sinodo è una grande opportunità per ridire il Vangelo in modo credibile e udibile da tutti; per rifare il tessuto ecclesiale delle nostre comunità, ripartendo dalla comunione e dalla fraternità; per restituire speranza al mondo che ascolta e attende parole e gesti di verità e tenerezza. Vi esorto, pertanto, a prepararvi con cuore orante, con orecchio attento e con lo zelo della carità: partecipare al Sinodo è mettere il proprio tempo e le proprie forze al servizio della nuova evangelizzazione, affinché la nostra Chiesa diocesana possa render maggior gloria a Dio e offrire ogni bene al popolo.
  1. Nel camminare verso tale orizzonte lasciamoci illuminare dallo spirito profetico della carità che ha animato la testimonianza di don Tonino Bello. Parafrasando il suo esemplare impegno, diremo che il Vangelo non è un ideale lontano, ma una chiamata a spendere la vita per gli altri: “chi non vive per servire, non serve per vivere”. La Chiesa è autentica quando si fa prossima ai poveri e si lascia trasformare dalla tenerezza: la chiesa o evangelizza o si mondanizza e muore. Custodiamo la speranza: essa non è consolazione passiva, ma fiducia operosa che ci spinge a costruire giustizia e fraternità qui e ora. Che queste parole, ispirate alla sua voce, divengano per noi sprone e guida. Il Signore vi benedica.

Melfi, 31 dicembre 2025

+ Ciro Fanelli
Vescovo


OMELIA DEL VESCOVO NELLA CHIUSURA DEL GIUBILEO DELLA SPERANZA

OMELIA

NELLA CHIUSURA DEL GIUBILEO DELLA SPERANZA

MELFI – BASILICA CATTEDRALE

 

28 DICEMBRE 2025

Fratelli e sorelle,
carissimi fratelli presbiteri, diaconi, seminaristi e persone consacrate,

  1. oggi ci ritroviamo qui nella Chiesa Cattedrale per il rito che segna la chiusura dell’Anno giubilare della speranza. È un momento solenne: con gratitudine ricordiamo i doni ricevuti, i passi fatti, le conversioni operate nel nostro cuore. Ma ricordiamo anche, fin dall’inizio, che la conclusione di un anno santo non può esaurire ciò che la grazia ha iniziato. Il Giubileo 2025, indetto da Papa Francesco, si chiude oggi in tutte le chiese particolari, ma la vocazione a essere popolo che spera non termina — essa continua nella vita quotidiana di ciascuno di noi. La speranza, per noi cristiani, non è solo un sentimento passeggero: è una dimensione profonda che radica la nostra esistenza in Dio e orienta la storia verso il suo compimento. «La speranza non delude» (Rom 5,5): questa parola dell’apostolo Paolo sia sempre il nostro appoggio. Come ricordava spesso Papa Francesco, “Non lasciamoci rubare la speranza.”
  1. Nel corso di questo anno la diocesi ha indicato alcuni luoghi giubilari dove i fedeli hanno potuto lucrare il dono dell’indulgenza: la Cattedrale di Melfi, il Santuario di San Donato in Ripacandida, il Santuario di Santa Maria di Pierno e la Chiesa della Santissima Trinità in Venosa. Questi luoghi sono stati tappe concrete di grazia e di incontro, segni visibili di una Chiesa che accoglie e accompagna e dona pace. Ma non solo i luoghi sacri sorgente di misericordia: santuari di speranza sono stati anche i fratelli e le sorelle segnati dalla sofferenza — i malati, i disoccupati, i poveri, gli anziani, chi è solo o emarginato — nei quali abbiamo incontrato il volto sofferente di Cristo. «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40): in loro il Giubileo si è fatto carne, e attraverso la visita, l’ascolto e la carità abbiamo ricevuto e donato consolazione e speranza.
  1. Vorrei in questa riflessione sottolineare una distinzione importante e tre atteggiamenti concreti che possono aiutarci a tradurre la speranza in vita. La grande distinzione che non dobbiamo mai dimenticare come battezzati è che l’atteggiamento umano di apertura alla vita con speranza e la virtù cristiana della speranza non sono la stessa cosa, anche se si intrecciano.
  • L’atteggiamento umano della speranza è una predisposizione interiore, una disposizione ottimistica o il desiderio che le cose migliorino. Può consolare, ma resta un sentimento vulnerabile, legato alle circostanze.
  • La virtù cristiana della speranza è invece un dono di Dio, infusa dallo Spirito, che rende il cristiano aperto ontologicamente alla fiducia in Dio e predisposto a credere nella realizzazione della promessa ultima, il Regno. La speranza cristiana, infatti, non è fuga dal reale, ma sguardo che illumina la realtà con la certezza che Dio è sempre fedele. È rivolta al compimento escatologico dell’esistenza e della storia, ma agisce già qui, nella vita terrena, trasformando i passi quotidiani, portandoci in ogni situazione a dire con l’apostolo Pietro: «Benedetto sia Dio… che ci ha rigenerati per una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo» (1 Pt 1,3).
  1. Dalla virtù della speranza nascono tre atteggiamenti che dobbiamo sempre tenere presenti per vivere da discepoli del Risorto:
  • a. La speranza è lo sguardo della fede sulla storia.

La speranza cristiana non nega le difficoltà, le ingiustizie, il dolore. Ma le guarda con gli occhi della promessa: Dio entra nella storia, la prende su di sé, la trasforma. Vedere la storia con luce della fede significa riconoscere i semi del Regno nei gesti semplici di amore e nell’impegno per la giustizia, significa distinguere i passi di Dio anche quando sembrano nascosti.  Pensiamo alla famiglia di Nazareth la cui festa celebriamo oggi: davanti ad eventi che avrebbero potuto generare paura — la nascita umile a Betlemme, la fuga in Egitto, il ritorno ad una vita umile a Nazareth — Maria e Giuseppe custodiscono uno sguardo che sa leggere la presenza di Dio nei segni più poveri della storia. Maria e Giuseppe ci insegnano che sperare è guardare avanti con fiducia in Dio: non è una cieca attesa, ma una lettura dei segni di Dio nel quotidiano.

  • b. La speranza è anche la fede che cammina.

La virtù della speranza non è statica: ci mette in cammino. È fiducia che spinge all’azione, che percorre le vie dove è necessario testimoniare il Vangelo. Pellegrinaggio, missione, servizio: tutto nasce da una fede che non si ferma davanti agli ostacoli.

Nella vita di Gesù e nella famiglia di Nazareth vediamo questo cammino concreto: c’è il viaggio, l’accoglienza, il lavoro quotidiano, la responsabilità di prendersi cura l’uno dell’altro. La speranza è il “passo” che si deve compiere ogni giorno, anche quando la destinazione non è totalmente chiara e visibile. Lo Spirito però rinnova le forze del cammino: «Ma quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si innalzano con ali come aquile» (Is 40,31).

  • c. La speranza è la fede che si fa fedeltà e perseveranza.

La terza dimensione è la perseveranza: la speranza cristiana educa alla costanza nella bontà e nella fedeltà. Non è un fuoco d’artificio che illumina un attimo, ma una brace che riscalda il lungo cammino. La fede che si fa opera quotidiana — preghiera, carità, pazienza nelle prove — rende perseveranti nelle scelte di bene.

La santa famiglia di Nazareth è scuola di questa perseveranza: silenziosa fedeltà alle piccole cose, laboriosità, accompagnamento reciproco nella crescita di Gesù. Non clamore, ma fede costante. La chiesa nel suo costante insegnamento ci invita a non arrenderci mai davanti alle difficoltà e ribadisce con forza: Il Signore non ci abbandona mai; il Signore non ci delude. Questo ci sostiene nella fedeltà quotidiana. Siamo chiamati a «portare i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2) come segno concreto di speranza che persevera nell’amore.

  1. In questo spirito desidero richiamare l’attenzione sul prossimo Sinodo Diocesano che, a Dio piacendo, apriremo il prossimo 11 ottobre: la nostra diocesi è chiamata in questo tempo a vivere pienamente la comunione per discernere e disegnare nuovi percorsi di evangelizzazione. Il Sinodo non è un evento chiuso nei palazzi, ma un cammino condiviso che richiede la partecipazione di tutti — parrocchie, associazione, movimenti, famiglie, giovani, anziani — per ascoltare lo Spirito e capire insieme dove il Signore ci invia. Che il prossimo Sinodo diventi luogo di speranza incarnata: un tempo in cui, con lo sguardo della fede, ci mettiamo in cammino e con perseveranza costruiamo nuove vie per annunciare il Vangelo nelle condizioni concrete della nostra gente. Invito ciascuno a prenderne parte con responsabilità e con fiducia, offrendo i propri doni, le proprie ferite e il proprio desiderio di servire.
  1. Questi tre atteggiamenti — lo sguardo che legge la storia nella luce della promessa, la fede che si mette in cammino, la fede che si traduce in fedeltà perseverante — non sono idee astratte: sono vie pratiche. E la famiglia di Nazareth è il modello che ci mostra come la speranza può diventare stile di vita. Non una speranza che ci sottrae al mondo, ma una speranza incarnata, che abita la storia e la trasforma dall’interno.Concludendo: il rito che oggi viviamo chiude simbolicamente un tempo giubilare, ma non chiude il cammino esistenziale che siamo chiamati a portare avanti. Restiamo pellegrini di speranza: nel lavoro, nelle relazioni, nelle fragilità e nelle gioie. Continuiamo a guardare la storia con gli occhi della fede, continuiamo a camminare nel coraggio del servizio, continuiamo a rendere la speranza pratica e perseverante nelle scelte quotidiane. Ricordiamoci, come ci esorta Papa Francesco, “Non lasciamoci rubare la speranza”: custodiamola e viviamola.

Affidiamo tutto a Maria, Madre della speranza, e a San Giuseppe, modello di fede operosa; chiediamo a Gesù, «più forte speranza» per il mondo, la grazia di essere testimoni credibili: poveri di mezzi forse, ma ricchi della certezza che Dio mantiene la sua parola. E, come recita la Preghiera semplice di san Francesco, di cui nel prossimo anno celebreremo l’VIII centenario della morte, chiediamo con cuore sincero: «Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace». E ricordiamoci ogni giorno: la speranza non delude. Buon cammino.


OMELIA DEL VESCOVO – MESSA PER IL LAVORO E LA DIGNITÀ

OMELIA DEL VESCOVO S.E. MONS. CIRO FANELLI

In occasione della messa per il lavoro e la dignità

Presso i cancelli di Stellantis a S. Nicola di Melfi

Melfi 23 dicembre 2025

Fratelli e sorelle,
cari lavoratori, care famiglie,

ci troviamo qui nell’antivigilia del Natale, alle porte della festa in cui Dio entra nella storia non con la forza, ma con la fragilità di un bambino.
Non nasce in un palazzo, ma in una stalla.
Non nasce nella sicurezza, ma nella precarietà.
Non nasce tra potenti, ma tra poveri.

Siamo qui, davanti a questi cancelli, non per fare un gesto simbolico, ma per ascoltare un grido. La Bibbia ci dice che Dio è un Dio che ascolta: «Ho visto la miseria del mio popolo, ho udito il suo grido» (Es 3,7). Il Vangelo non ci permette di restare neutrali davanti alla sofferenza. Quando un uomo perde il lavoro, quando una famiglia perde la casa, quando la dignità viene calpestata, non siamo davanti a un semplice problema economico o tecnico: siamo davanti a una ferita morale e spirituale che riguarda tutti.

Quel grido oggi ha un nome, ha volti concreti, ha storie precise.
È il grido di chi teme di perdere il lavoro.
È il grido di chi non sa come mantenere i figli.
È il grido di chi vede incrinarsi la dignità conquistata con anni di fatica.

E io, come Vescovo, non posso tacere. La Chiesa non può tacere. Non può tacere davanti all’ingiustizia. Non può tacere davanti alla disperazione dei poveri e al dolore di tante famiglie che trepidano per il futuro dei propri figli. Tacere significherebbe tradire il Vangelo. Gesù nel Vangelo non chiede mai: “Di chi è la colpa?” Chiede piuttosto: “Chi si farà prossimo?” E quando parla del giudizio finale, non parla di ideologie o strategie politiche, ma di cose concrete: avevo fame, avevo sete, ero senza casa, ero nudo, ero senza lavoro, ero solo. Il lavoro non è solo un mezzo di sostentamento: è pane, dignità, pace per la famiglia. La casa non è solo un tetto: è sicurezza, intimità, futuro. Toglierli significa togliere molto più di un bene materiale: significa ferire la persona.

La Parola di Dio è chiara:
«Guai a chi fa leggi inique e priva del diritto i miseri» (Is 10,1).
E ancora:
«Il salario dei lavoratori grida, ed è giunto fino agli orecchi del Signore» (Gc 5,4).

Il lavoro non è una concessione, non è una variabile da sacrificare. Il lavoro è pane, dignità, futuro, pace nelle case. Quando il lavoro viene meno, non crolla solo un bilancio: crolla una famiglia, si spezza una speranza, si ferisce la persona. La casa non è solo un tetto: è sicurezza, intimità. Toglierli significa togliere molto più di un bene materiale: significa ferire la persona. La Chiesa ci ricorda che la società esiste per l’uomo, non l’uomo per la società. Le leggi, l’economia, la politica hanno senso solo se sono ordinate al bene comune, cioè alla vita concreta delle persone, soprattutto dei più deboli. Quando le strutture diventano ingiuste, il cristiano non può limitarsi alla preghiera silenziosa: è chiamato a trasformare la realtà, a rimettere al centro l’uomo.

Gesù stesso ha lavorato con le mani. Ha conosciuto la fatica, il sudore, la precarietà.
E quando ha annunciato il Regno di Dio, ha detto: «Sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Non una vita dimezzata, non una vita nella paura, non una vita umiliata. Davanti a questa situazione, qualcuno dirà che si tratta di scelte tecniche, di strategie industriali, di logiche di mercato. Ma il Vangelo ci insegna che nessuna logica economica può essere separata dalla giustizia. «Il sabato è per l’uomo, non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27). E possiamo dirlo con forza: l’economia è per l’uomo, non l’uomo per l’economia.

Qui non siamo davanti a numeri, ma a persone.
Non a esuberi, ma a padri e madri.
Non a costi, ma a vite.

Gesù, nel Vangelo del giudizio finale, non chiede quanta efficienza abbiamo prodotto. Chiede: «Avevo fame… avevo bisogno… ero nel bisogno» (Mt 25). E ci ricorda che Dio si identifica con chi soffre.

Per questo oggi la Chiesa è qui.
Non contro qualcuno, ma per qualcuno.
Per i lavoratori.
Per le famiglie.
Per questo territorio.

Chiedo con forza a chi ha responsabilità economiche e politiche: mettete al centro l’uomo. Non lasciate soli questi lavoratori. Non condannate un’intera comunità all’incertezza e alla paura. E a voi, cari lavoratori, voglio dire una cosa con rispetto e verità: la vostra dignità non è in vendita. Non siete invisibili. Il vostro grido arriva a Dio. La Chiesa camminerà con voi. Vi accompagnerà. Continuerà a far sentire la sua voce.

Perché, come ci ricorda il Vangelo, «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (Mt 5,6). Affidiamo questa lotta, questa attesa, questa speranza al Signore. E chiediamo il coraggio di non rassegnarci mai all’ingiustizia. Fratelli e sorelle, questo vale per chi governa, ma vale anche per ciascuno di noi. Nella famiglia, nel lavoro, nella comunità, nella città:
se c’è qualcuno che soffre, io ho un dovere preciso davanti a Dio. Non posso voltarmi dall’altra parte. Non posso dire: “Non mi riguarda”. La fede vera non separa l’altare dalla strada, la preghiera dalla vita, la Messa dalla giustizia. La carità che non diventa giustizia è incompleta. E la giustizia senza amore diventa disumana.

Chiediamo al Signore un cuore come il suo:
capace di vedere,
capace di compatire,
capace di agire.

E affidiamo a Dio le conseguenze del bene fatto. Perché fare il bene perché è bene è l’unico calcolo che il Vangelo ci permette.

La speranza non è illusione. La speranza è sapere che Dio cammina con il suo popolo, anche nel deserto.

Il profeta Isaia ci dona una promessa per il futuro: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19). Noi vogliamo credere che anche per questo territorio, per questi lavoratori, per queste famiglie, può germogliare qualcosa di nuovo.

Entriamo nel Natale e nel nuovo anno 2026 con questa certezza: Dio nasce dove c’è bisogno, e dove c’è giustizia che lotta, lì il Vangelo è già all’opera. Affidiamo al Signore questo tempo difficile. Affidiamo a Lui il lavoro, le famiglie, il futuro. E chiediamo la grazia di non rassegnarci mai all’ingiustizia, perché «beati quelli che hanno fame e sete della giustizia» (Mt 5,6).  Che il Bambino di Betlemme custodisca ciascuno di voi e faccia del nuovo anno un tempo di dignità, di pace e di lavoro.


Santa Messa per il lavoro e la dignità

Santa Messa per il lavoro e la dignità

Presieduta da S.E. Mons. Ciro Fanelli

Martedì 23 dicembre 2025 ore 15.30 – Presso il presidio dei lavoratori dell’area industriale di S. Nicola di Melfi – PMC

Il lavoro come tema e come valore è da sempre sul tavolo delle attenzioni primarie della Chiesa universale. La comunità cristiana non perde occasione per sollecitare il riconoscimento della dignità del lavoro e della persona; per richiamare l’attenzione al Creato e all’ambiente di vita e lavoro; per ricordare che il lavoro è al centro di ogni patto sociale. Papa Francesco lo ha scritto più volte nei documenti magisteriali, lo ha ricordato nelle sue visite a situazioni emblematiche: il 27 maggio 2017 all’Ilva di Genova sottolineò: «Il lavoro è travaglio: sono doglie per poter generare poi gioia per quello che si è generato insieme. Senza ritrovare una cultura che stima la fatica e il sudore, non ritroveremo un nuovo rapporto col lavoro e continueremo a sognare il consumo di puro piacere. Il lavoro è il centro di ogni patto sociale: non è un mezzo per poter consumare, no. È il centro di ogni patto sociale».

Area industriale San Nicola di Melfi: TERREMOTO SOCIALE

COMUNICATO – DIOCESI MELFI-RAPOLLA-VENOSA

Area industriale San Nicola di Melfi: TERREMOTO SOCIALE

 

«Il lavoro è una realtà fondamentale per la vita sociale,

perché è attraverso il lavoro che l’uomo non solo trasforma il mondo,

ma realizza anche sé stesso come persona.»

(San Giovanni Paolo II, Laborem Exercens, 4)

 

Ieri pomeriggio il Vescovo della diocesi di Melfi–Rapolla–Venosa, mons. Ciro Fanelli, insieme a rappresentanti degli uffici di curia, su richiesta dei lavoratori degli indotti Stellantis PMC e Tiberina, si è recato presso i loro sit-in per ascoltare da vicino un disagio che è ormai diventato insostenibile. La precarietà cresce, la paura di perdere il lavoro si fa più concreta e le conseguenze sociali ed economiche investirebbero non solo la Basilicata, ma l’intero Mezzogiorno d’Italia.

Mons. Fanelli ha scelto di rivolgersi alla comunità in un momento che ha definito senza esitazione un terremoto sociale, non sono le case a crollare, ma le persone: affetti, famiglie, storie di dignità ferita. È un dolore che attraversa il territorio e che non può lasciare inerti o indifferenti. Egli ha ribadito di essere con i lavoratori e per i lavoratori: non vi è altro interesse che il bene delle persone. Oggi la cosa più urgente è prendere consapevolezza di ciò che sta accadendo, lasciare che la realtà parli con le sue parole , riconoscere ciò che accade senza ambiguità, perché è da una verità condivisa che nasce la capacità di affrontare il problema come comunità.

Viene sottolineata la necessità che una voce autorevole della politica nazionale faccia finalmente sentire la propria presenza, rendendo necessario che tutte le parti coinvolte, inclusa Stellantis, si siedano a un unico tavolo che abbracci l’intero comparto produttivo: non momenti di confronto isolati, non soluzioni parziali, ma un dialogo serio, unitario e complessivo capace di tenere insieme tutte le realtà dell’indotto.

Gli operai lo hanno affermano con forza: “non intendiamo vivere di assistenzialismo, desideriamo soltanto la nostra dignità”, e ricordano come, quando fu chiesto loro di sostenere turni più pesanti, abbiano risposto senza esitazione, mettendo da parte il tempo con le proprie famiglie pur di garantire continuità al lavoro. Nonostante questo impegno generoso, oggi si trovano davanti a produzioni trasferite e contratti delocalizzati verso paesi dove il costo del lavoro è inferiore e le tutele sono fragili, una dinamica che assume i tratti di un vero neo-colonialismo industriale.

Il Vescovo ha  richiamato con forza che non compete alla Chiesa individuare soluzioni tecniche a questioni che nel tempo sono divenute complesse e radicate;  è indispensabile un impegno unitario, concreto e realmente condiviso, capace di rimettere al centro la dignità delle persone e di aprire prospettive di futuro per i territori colpiti. Solo un’azione corale, ha sottolineato, può interrompere il circolo dell’incertezza e restituire fiducia a comunità già provate da anni di fragilità.

Per il vescovo è indispensabile che sindacati, istituzioni e rappresentanze territoriali trovino una convergenza autentica, capace di andare oltre le dichiarazioni di principio e di tradursi in impegni concreti e condivisi. Solo un passo corale che unisca tutte le energie del territorio può offrire ai lavoratori quella stabilità e quelle garanzie che oggi mancano, e disinnescare una vera e propria bomba sociale che si addensa all’orizzonte.

Mons. Fanelli ha rinnovato il suo impegno a restare accanto ai lavoratori, perché in un momento tanto delicato nessuno si senta abbandonato o privo di sostegno.

«Nessuna famiglia, nessun gruppo di persone e neppure uno Stato può affrontare da solo le difficoltà del nostro tempo. Occorre una comunità che sostiene, che aiuta, che accompagna.» (Papa Francesco, Fratelli Tutti, 8)

 


La parola N. 9 novembre 2025

SCARICA IL GIORNALE IN FORMATO PDF

 

SFOGLIA IL GIORNALE ONLINE

L’editoriale

La Chiesa unita come i due laghi di Monticchio

Sulle pendici del Monte Vulture, incastonati in una cornice di boschi rigogliosi, si trovano i due laghi di Monticchio: il Lago Grande e il Lago Piccolo. A prima vista appaiono distinti, separati da un lembo di terra che ne delimita le acque. Eppure, chi conosce il loro segreto sa che condividono la stessa origine: il cratere di un antico vulcano. Le loro acque, pur seguendo percorsi diversi, si alimentano da una medesima sorgente sotterranea e appartengono a un unico, delicato ecosistema.
Questa immagine può diventare una splendida metafora della Chiesa di Cristo. Anche le comunità cristiane, nelle loro diverse tradizioni – cattolica, ortodossa, protestante – possono sembrare distanti nella forma, nei riti, nelle espressioni della fede. Tuttavia, al di sotto di ciò che appare, scorrono legami profondi e invisibili: la stessa Parola, lo stesso Battesimo, la stessa fede nel Signore Gesù, la stessa linfa dello Spirito Santo.
Come i due laghi di Monticchio, la Chiesa vive di una comunione sotterranea che la unisce al suo centro, Cristo risorto, sorgente viva e inesauribile. Le differenze non cancellano l’unità, ma la arricchiscono, come diverse sfumature di uno stesso paesaggio spirituale.
Guardando i due laghi, possiamo allora lasciarci ispirare da questa armonia: anche noi, popolo di Dio, siamo chiamati a riscoprire ciò che ci unisce più di ciò che ci divide, a valorizzare i legami che, nel silenzio dello Spirito, continuano a scorrere sotto la superficie della storia.
Come il Lago Grande e il Piccolo, che sembrano divisi ma condividono la stessa sorgente, così la Chiesa, pur nelle sue differenze, è unita nella radice viva di Cristo.

Don Rocco di Pierro
Direttore Ufficio Diocesano Comunicazioni Sociali

La parola N.9Indice La parola N.9

CENTRO PASTORALE PER LA FAMIGLIA “MONS. VINCENZO COZZI”

La progettualità della nostra Chiesa diocesana dopo la Visita Pastorale del Vescovo Mons. Ciro Fanelli intende incrementare l’azione a favore delle famiglie.

Ricordando l’azione del Servo di Dio S.E. Mons. Vincenzo Cozzi nel far nascere in diocesi una speciale cura pastorale per le famiglie mercoledì 26 novembre verrà inaugurato il CENTRO PASTORALE PER LA FAMIGLIA “MONS. VINCENZO COZZI”.