
CIRO FANELLI
VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA
Lettera ai figli di questa Chiesa che soffrono
«Ho osservato la miseria del mio popolo… ho udito il suo grido» (Es 3,7)
Carissimi fratelli e sorelle del Vulture-Melfese e dell’Alto Bradano,
«Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo» (1Cor 1,3). Vi scrivo dalla cappella della casa vescovile di Melfi, dopo essermi fermato, come ogni sera, in preghiera sul Vangelo di oggi. Davanti al Signore ho portato i volti, i nomi e le fatiche di tante famiglie della nostra terra, e da lì desidero far giungere a ciascuno di voi una parola di vicinanza, in un tempo che per molti è particolarmente faticoso. Il Dio della Bibbia è un Dio che vede, ascolta e conosce la sofferenza del suo popolo (cf. Es 3,7): per questo la sua Chiesa non può essere distratta.
UNA TELEFONATA DIVENTATA LETTERA
Qualche giorno fa mi ha telefonato Donato, agricoltore di Gaudiano, per chiedermi di continuare a essere vicino agli agricoltori di Lavello e del Vulture. Le sue parole mi hanno accompagnato in questi giorni e sono all’origine di questa lettera. Presto ci incontreremo, come concordato. Prima di quell’incontro, però, desidero assicurare a lui e a tutti voi che questa vicinanza c’è e non è di circostanza: la Chiesa fa sue le vostre preoccupazioni e le accompagna con la preghiera e con l’impegno. Il Concilio lo ha detto con parole che non smettono di interpellarci: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» (Gaudium et spes, 1).
Sono giorni significativi per la nostra diocesi. A Melfi abbiamo da poco aperto il Sinodo diocesano e la prossima settimana inaugureremo il campanile monumentale. Ringrazio il Signore per questi doni e, insieme, sento che non possiamo viverli senza pensare a chi è in difficoltà. Un campanile chiama a raccolta il popolo di Dio: le sue campane non suonano soltanto per chi è già in chiesa, ma per tutti, e ci ricordano che nessuno deve sentirsi fuori dalla comunità. Il cammino sinodale ci chiede proprio questo: essere una Chiesa che cammina insieme, attenta alle persone, che non lascia indietro nessuno. Oggi molte famiglie fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, e questa fatica ci riguarda, perché «se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1Cor 12,26).
LA PAROLA CHE ILLUMINA IL NOSTRO TEMPO
Nel Vangelo di oggi (Lc 12,13-21) Gesù racconta di un uomo ricco che, davanti a un raccolto abbondante, pensa soltanto ad allargare i propri magazzini. E ammonisce: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede» (Lc 12,15). È una parola che giudica ogni logica di accumulo che dimentica gli altri e che ci invita ad arricchirci «presso Dio» (Lc 12,21), cioè nella condivisione e nella giustizia.
Quest’anno, per molti agricoltori e lavoratori del Vulture, il frutto del lavoro non basta più a coprire i costi. Sono persone che chiedono semplicemente di poter vivere di ciò che fanno, come promette il Salmo: «Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene» (Sal 128,2); persone che attendono di veder compiuta la speranza del profeta: «Costruiranno case e le abiteranno, pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto» (Is 65,21). La terra, che il Signore ha affidato all’uomo «perché la coltivasse e la custodisse» (Gen 2,15), è dono per tutti e chiede che il lavoro di chi la coltiva sia riconosciuto e rispettato.
È giusto, allora, chiederci con serenità e franchezza in che misura le risorse della nostra terra, che dal suo sottosuolo offre energia all’intero Paese, portino beneficio a chi vi abita. Non spetta a me stabilire il prezzo del gasolio, né indicare soluzioni tecniche che appartengono ad altri. Ma posso, e devo, ascoltarvi, condividere le vostre preoccupazioni e cercare con voi vie di speranza, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, che ricorda come «il lavoro è per l’uomo, e non l’uomo per il lavoro» (san Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 6).
IN COMUNIONE CON LA CHIESA CHE È IN BASILICATA
Non vi scrivo da solo. Sabato scorso, 17 ottobre, i Vescovi della Conferenza Episcopale di Basilicata hanno diffuso una nota sulla situazione creata dal caro carburante, che sento profondamente mia e che vi invito a leggere e a meditare nelle comunità. I Vescovi lucani osservano che il caro-vita, alimentato dai continui rincari del carburante e dall’aumento dei costi di produzione, «tocca la carne viva e spesso sofferente di tutti i cittadini». Ricordano che l’agricoltura e il trasporto merci, in una regione fatta in gran parte di aree interne, non sono soltanto comparti economici, ma «rappresentano anche una prospettiva e un’occasione di futuro». E danno un nome a una ferita che molti di voi mi hanno confidato: la «solitudine sociale» di chi si sente senza voce e senza rappresentanza. È una situazione, scrivono, che «non può lasciare nessuno indifferente».
Con i miei confratelli Vescovi faccio mio l’appello rivolto al Governo e alla Regione perché, ciascuno secondo le proprie competenze, affrontino il peso dei costi del carburante e ne valutino le ricadute sull’agricoltura e sui trasporti, tenendo presente ciò che è davvero in gioco per i territori lucani: «la continuità e la salvaguardia del lavoro, insieme alla loro più autentica vitalità». Le strade bloccate e le code sono soltanto la parte visibile di una fatica più profonda, che chiede di essere ascoltata prima ancora che gestita.
VOLTI E NOMI
Penso in particolare ad alcune persone, la cui situazione è quella di molti. Il Signore ci chiama per nome (cf. Is 43,1), e per nome desidero ricordarle.
Donato, dopo la siccità dello scorso anno, si trova ora davanti a costi che non riesce più a sostenere: gli auguro di poter continuare a coltivare la sua terra e gli assicuro che la comunità cristiana non lo lascerà solo.
Giacinto ha il camion fermo sulla Bradanica. Difendere il proprio lavoro è un diritto, e apprezzo che la protesta si stia svolgendo nel rispetto di tutti, come dimostra la scelta di sospendere il presidio durante la festa di Melfi. Incoraggio a custodire questo stile pacifico e responsabile: dà forza alle ragioni di chi protesta e rispetta chi deve mettersi in viaggio per lavoro, per studio o per curarsi.
Massimo studia agraria a Bologna e si chiede se potrà tornare: il Vulture avrà bisogno di giovani preparati come lui. A lui e ai tanti giovani partiti per studiare o lavorare dico: non smettete di pensare a questa terra come a una casa a cui tornare, e non soltanto come a un luogo da cui partire.
Marisa ogni mese deve far quadrare affitto, bollette, spesa e libri per i figli. A lei, e a chi vive la stessa situazione, dico di non esitare a chiedere aiuto alle nostre comunità: bussare alla porta della solidarietà cristiana non è un’umiliazione, è il segno che siamo una famiglia.
UNA CHIESA CHE PORTA I PESI
Chiedo a tutta la comunità ecclesiale, ai sacerdoti e ai diaconi, alle religiose e ai religiosi, ai consigli pastorali, alle Caritas parrocchiali, alle associazioni e ai movimenti, di essere vicina, con discrezione e concretezza, agli agricoltori, agli autotrasportatori e alle famiglie in difficoltà. Le nostre parrocchie siano luoghi in cui la fatica si può dire senza vergogna e trovare ascolto. L’ascolto di queste situazioni sarà parte del nostro cammino sinodale: i gruppi sinodali raccolgano queste voci, perché camminare insieme significa anche obbedire alla parola dell’Apostolo: «Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2). Sappiamo bene che la carità non sostituisce la giustizia, né può supplire alle responsabilità di chi governa; ma una comunità che si fa prossima impedisce che qualcuno resti solo con il proprio peso.
Domenica prossima, 25 ottobre, vi invito a pregare in tutte le Messe per il mondo del lavoro e per la nostra terra, perché a ciascuno siano garantiti un lavoro dignitoso e la possibilità di costruire qui il proprio futuro. La Parola di quella domenica ci verrà incontro: nel libro dell’Esodo il Signore chiede di non opprimere chi è nel bisogno e assicura che ascolterà il suo grido (cf. Es 22,20-26); nel Vangelo Gesù unisce in un solo comandamento l’amore per Dio e l’amore per il prossimo (cf. Mt 22,34-40). Propongo che nella preghiera dei fedeli si aggiunga questa intenzione:
Per gli agricoltori, gli autotrasportatori e tutti i lavoratori della nostra terra, e per le loro famiglie: perché, sostenuti dalla solidarietà delle comunità e da scelte giuste di chi governa, possano vivere con dignità del frutto del loro lavoro e costruire qui il loro futuro. Preghiamo.
A quanti hanno responsabilità di governo rinnovo l’invito ad ascoltare con attenzione la voce della nostra gente e a offrire risposte concrete e tempestive, tenendo presenti le famiglie e le comunità che desiderano continuare a vivere e lavorare con dignità in questa terra. Il bene comune si misura sempre dalla condizione dei più fragili.
Il motto che ho scelto per il mio ministero, Omnia propter Evangelium, «tutto io faccio per il Vangelo» (1Cor 9,23), mi ricorda che anche questa vicinanza è annuncio: il Vangelo diventa credibile quando si fa carne nella vita concreta delle persone.
Affido tutti voi all’intercessione di Maria e di Giuseppe di Nazaret, perché sostengano la nostra speranza e ci insegnino a camminare insieme.
Vi benedico con affetto.
Melfi, 19 ottobre 2026
✠ Ciro Fanelli
Vescovo




