RIFLESSIONE DEL VESCOVO SUL MESSAGGIO DI PAPA LEONE IN OCCASIONE DELLA LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 2026

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

RIFLESSIONE DEL VESCOVO

SUL MESSAGGIO DI PAPA LEONE

IN OCCASIONE DELLA LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 2026

La pace sia con tutti voi.
Verso una pace disarmata e disarmante

 

Il Santo Padre apre il suo messaggio con le parole con le quali ha dato inizio al suo ministero petrino, che ricordano il saluto del Signore Risorto ai discepoli: «Pace a voi» (Gv 20, 19.21). Tale saluto non è un semplice convenevole: è Vangelo; è annuncio che cambia la storia e la prospettiva con cui si guarda al mondo. Papa Leone ci aiuta a riflettere sul dono della pace portataci da Cristo esplicitando concretamente cosa significa parlare di «pace disarmata» nella vita delle comunità cristiana e nella città dell’uomo. La prima osservazione è di carattere cristologico e biblico: la pace che Gesù dona non è paragonabile alle forme mondane di sicurezza. Egli stesso lo dice: «Vi do la mia pace; non come la dà il mondo» (Gv 14,27). Quando Pietro estrae la spada, il Maestro lo ferma: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cfr. Mt 26,52). Questa scena non è un episodio marginale, ma un monito fondamentale: il regno di Dio non si fonda e non si costruisce sulla forza bruta, ma sul dono di sè, sulla misericordia e sul servizio. È l’annuncio del profeta Isaia che vede trasformare le armi in strumenti di vita: «trasformeranno le spade in aratri» (Is 2,4).

Ma che cosa significa tutto ciò oggi, in tempi in cui la guerra sta dilaniando oltre 50 nazioni? Per il Papa significa innanzitutto un lavoro interiore: la pace disarmata nasce dal disarmo del cuore. Rinunciare all’odio e alla sete di vendetta, imparare a riconoscere l’altro come persona con una dignità inviolabile, saper accogliere il perdono e chiedere perdono. Questo non è un esercizio astratto di pacifismo: è una pratica spirituale che richiede preghiera, riflessione, formazione ed impegno. È la preghiera che aiuta a vincere le paure e rende possibile una visione della realtà orientata alla riconciliazione.

Allo stesso tempo la pace disarmata ha una dimensione sociale e politica precisa. Non si tratta di ingenua passività: la nonviolenza è forma di coraggio che richiede disciplina, creatività e strumenti concreti. Pensiamo alla diplomazia preventiva, alle procedure di diritto internazionale, ai processi di giustizia riparativa che cercano di curare ferite sociali piuttosto che nasconderle. Le comunità cristiane possono e devono essere protagoniste in questo campo: non come attori politici impegnati a garantirsi il potere, ma come «case della pace», luoghi di educazione alla responsabilità, di cura dei poveri, di mediazione e di testimonianza civile. Un punto che Papa Leone desidera evidenziare è la cura delle vittime e dei più fragili. I volti dei bambini, dei rifugiati, di chi porta le cicatrici della guerra non sono statistiche: ci traforano come persone che richiedono risposta concreta. Prendersi cura di loro non è solo un gesto caritativo, è una strategia di pace: soccorrere, accogliere, accompagnare sono atti che spezzano la logica della ritorsione e costruiscono tessuti sociali più resilienti. Sappiamo, però, che questa scelta comporta difficoltà reali. Esistono minacce immediate e situazioni in cui la protezione dei più vulnerabili sembra richiedere misure dure. La domanda che allora dobbiamo porci con onestà è: come conciliare la vocazione al disarmo con la responsabilità di proteggere? Qui è necessario un discernimento prudente che non ceda né alla violenza ideologica né alla paralisi. Occorrono politiche pubbliche intelligenti—investimenti in prevenzione, educazione alla memoria, meccanismi di mediazione internazionale—che riducano le condizioni in cui la violenza nasce.

Dal messaggio di Papa Leone ricaviamo anche alcune imprescindibili indicazioni pastorali: il Papa chiarisce che le parrocchie e le realtà ecclesiali hanno compiti concreti e non delegabili: esse devono promuovere percorsi formativi sulla nonviolenza, integrare nella liturgia e nella catechesi temi di riconciliazione, creare spazi di ascolto per chi è stato ferito. Ma le comunità religiose tutte devono ance saper uscire dall’ambito strettamente confessionale per collaborare con istituzioni civili e organizzazioni della società civile: la pace disarmata richiede un fronte largo, dove religioni, associazioni e istituzioni lavorino insieme per il bene comune. Papa Leone conclude il suo messaggio con un invito alla concretezza e all’umiltà. La pace che il Risorto dona non è una formula magica: è un cammino che chiede conversione personale e trasformazione delle strutture. La Chiesa – afferma il papa – non ha ricette immediate, ma può avviare pratiche che testimonino il valore del dono: ovvero l’ascolto, il servizio, la difesa dei più deboli, l’impegno per la verità e la memoria. Se sapremo essere coerenti, la nostra presenza contribuirà a costruire fiducia e a spezzare la catena della violenza. Da questa breve riflessione sul ricco e significativo messaggio del Santo Padre ricaviamo tre domande che possono farci crescere nella cultura della pace: quali pratiche locali hanno mostrato efficacia nel trasformare conflitti? In che modo le istituzioni religiose possono sostenere processi di giustizia riparativa? Quali strumenti di formazione sono necessari per educare le nuove generazioni alla nonviolenza attiva?

Consapevoli del valore insostituibile ed efficace della preghiera ci rivolgiamo al Signore della Pace dicendo:

O Cristo, Principe della Pace,
che nella notte della tua Risurrezione varcasti le porte chiuse
e portasti ai tuoi la parola che converte i cuori,
volgiti a noi: infondi la tua pace, non quella del mondo,
e disarma in noi la durezza, la vendetta e il sospetto;
rendi il nostro animo docile alla misericordia e alla verità.

Santifica, o Signore,
chi governa i popoli e custodisce il diritto:
dona loro prudenza, rettitudine e coraggio
nel cercare la riconciliazione; fa’ che le nostre comunità siano case della pace,
custodi della memoria delle vittime,
cura dei fragili, officine di dialogom>
e sostegno per gli operatori di buona volontà;
trasforma le armi in strumenti di vita.

Suscita nella Chiesa e nei fedeli
il coraggio evangelico
di testimoniare la bontà disarmante:
fa’ di noi seminatori instancabili di riconciliazione,
pregando e operando
per il disarmo del cuore e delle strutture. Amen.

Melfi, 03 gennaio 2026

+Ciro Fanelli
Vescovo