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Card. Zuppi: vicini al Papa

Investire nel cantiere dell’Europa

Pubblichiamo l’Introduzione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, alla sessione primaverile dei lavori del Consiglio Episcopale Permanente (Roma, 10-12 marzo 2025).

Cari Confratelli,

all’inizio di questa sessione del Consiglio Episcopale Permanente il nostro primo pensiero va a Papa Francesco. Durante l’Adorazione Eucaristica, che, come di consueto, apre i nostri lavori, abbiamo voluto unirci alle richieste che in questi giorni le Chiese in Italia e quelle sparse nel mondo hanno rivolto al Signore per il Pontefice. Una vera e propria catena di preghiera che è partita il 23 febbraio scorso e che continua a livello locale e universale.
L’affetto della Chiesa intera si è concretizzato infatti nella preghiera spontanea, che si leva dai credenti di tutto il mondo, e dal Rosario serale da Piazza San Pietro, che è diventato ormai un appuntamento popolare di fede e di attaccamento al Santo Padre. Qualcuno, ricordando la commovente e drammatica preghiera del 27 marzo 2020, quando da solo Papa Francesco pregò per il mondo intero, mi ha scritto che adesso è il mondo intero che si unisce nella preghiera per lui. In questa condizione di fragilità la sua figura diventa ancor di più motivo di comunione. «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10). Lo ha confidato lui stesso: «Avverto nel cuore la “benedizione” che si nasconde dentro la fragilità, perché proprio in questi momenti impariamo ancora di più a confidare nel Signore; allo stesso tempo, ringrazio Dio perché mi dà l’opportunità di condividere nel corpo e nello spirito la condizione di tanti ammalati e sofferenti» (Angelus, 2 marzo 2025). Nella partecipe trepidazione per la sua malattia, emerge la testimonianza di amore a Cristo (cfr. Gv 21, 17-19) che passa dall’esercizio del suo ministero nel confermare i fratelli nella fede e nel presiedere la Chiesa nella carità. Il popolo cristiano lo ama e siamo colpiti dal fatto che pure non credenti e fedeli di altre religioni si uniscano all’invocazione per la sua salute, considerandolo un apostolo di pace e di spiritualità. Anche noi oggi, quindi, vogliamo far arrivare al Papa l’attaccamento e la preghiera dell’intera Chiesa in Italia, perché senta forte la nostra vicinanza filiale insieme con la consolazione del Padre buono, che sempre si prende cura dei suoi figli, soprattutto nei momenti più difficili della vita. Del resto, come egli stesso ha scritto ringraziando medici e operatori sanitari che lo hanno in cura, «abbiamo bisogno di questo, del “miracolo della tenerezza”, che accompagna chi è nella prova portando un po’ di luce nella notte del dolore» (Angelus, 9 marzo 2025).
Il tempo di Quaresima che stiamo vivendo favorisce un esame di coscienza e un rinnovato impegno a favore del Vangelo nella concretezza delle nostre Chiese. A questo scopo, quello cioè di accostare la riflessione con proposte possibili, vorrei mettere in evidenza quattro temi: Giubileo, Cammino sinodale, pace ed Europa.

Il Giubileo, esperienza di conversione
Siamo ormai nel vivo dell’Anno Santo. Tante persone stanno profittando di questo tempo favorevole per confrontarsi nuovamente con la buona novella del Signore Gesù, morto e risorto, e per vivere l’esperienza del perdono e della conversione: è questa l’ennesima possibilità per accostarsi al Signore con gesti concreti, a cominciare dal pellegrinaggio, e per crescere in fede, speranza e carità.
Perché questa opportunità non si riduca a una successione di celebrazioni esteriori, non possiamo dimenticare che il Giubileo, nella sua radice biblica, aveva una chiara connotazione spirituale e sociale. La normativa del capitolo 25 del libro del Levitico aveva come obiettivo di porre un argine all’avidità e alla grettezza del cuore. Nessun debito è per sempre: ma soprattutto nessuno deve restare schiavo per tutta la vita (cfr. vv. 25-28). Riconoscersi fratelli significa consentire a chi è in difficoltà economica o sociale di tornare ad avere la dignità che è propria di ogni persona. La stessa logica si applica alla terra: non la si può sfruttare in modo intensivo, senza consentirle di riprendere le energie necessarie a dare frutto a suo tempo. La terra non è nostra: è di Dio e va trasmessa al meglio alle generazioni future.
Nelle parole di Gesù presso la sinagoga di Nazareth, «l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,19) si rende presente. La cura dei poveri, la liberazione dei prigionieri, la vista a chi vaga nelle tenebre dell’errore e della sofferenza diventano la ragione della missione di Gesù: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). I discepoli ereditano questa missione del Maestro.
Tali linee sarebbero già sufficienti per tracciare un programma pastorale delle nostre Chiese, in cui il Giubileo spinge a mettere al centro la memoria grata dei doni di Dio e il rispetto della persona umana e del creato, dei fratelli, soprattutto i più fragili. A ciascuno di noi Pastori è dato lo spazio di inventiva per dare vita a gesti concreti, che incarnino questo spirito giubilare. Sarebbe un programma attraente per tanti, che ci vedrebbe peraltro in dialogo con le persone di buona volontà che non vogliono cedere alla logica della sopraffazione e dello sfruttamento delle persone e della terra. I segni dei tempi, che racchiudono l’anelito del cuore umano, bisognoso della presenza salvifica di Dio, chiedono di essere trasformati in segni di speranza.
Papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo ne indica alcuni, tutti decisivi. Ricordiamo, in particolare, quello dei detenuti, che «privi della libertà, sperimentano ogni giorno, oltre alla durezza della reclusione, il vuoto affettivo, le restrizioni imposte e, in non pochi casi, la mancanza di rispetto» (Spes non confundit, 10). Rinnoviamo la sua richiesta di iniziative che restituiscano speranza, come forme di amnistia o di condono della pena, volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società, ma anche percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un reale impegno nell’osservanza delle leggi. È una sollecitazione che coinvolge, in primo luogo, le nostre comunità cristiane chiamate a una rinnovata creatività e generosità per quanti sono pellegrini di speranza con noi.

Verso la Seconda Assemblea Sinodale
Chi ha avuto la possibilità di partecipare alla Prima Assemblea Sinodale (15-17 novembre 2024) ha vissuto un’esperienza di Chiesa e di comunione. Il mio ringraziamento va a chi, a cominciare da S.E. Mons. Erio Castellucci e Mons. Valentino Bulgarelli, dalla Presidenza del Comitato del Cammino sinodale, dall’Ufficio giuridico della CEI fino ai referenti diocesani, stanno lavorando in sinergia sui tanti aspetti di merito e di metodo. Si tratta di un lavoro corale, che è già in sé un esercizio sinodale. Nonostante le inevitabili fatiche, il cammino di questi anni ci sta insegnando anzitutto un metodo ecclesiale, fatto di condivisione, partecipazione, pazienza e visione profetica. In un mondo che cerca facili e rapide soluzioni e che tende a delegare ad un singolo le scelte che ricadono su tutti, in un mondo che ha come registro l’ignorante e rozza polarizzazione, l’esibizione della forza come metodo per risolvere i problemi, la tentazione di scalare le classifiche per salvarsi quando sappiamo che questo avviene solo tutti insieme, il Cammino sinodale sta raccontando una possibilità diversa: quella di leggere e capire la realtà e di decidere insieme, nelle varie ma complementari responsabilità, ciò che è meglio per il futuro di tutti e che è chiesto a tutti.
In queste settimane le Diocesi si sono confrontate con lo Strumento di lavoro: le sintesi pervenute hanno mostrato l’impegno profuso e hanno offerto un riscontro utile per i prossimi passi. Di certo, constatiamo una forte aspettativa: non possiamo deluderla. Guardiamo adesso alla Seconda Assemblea Sinodale (31 marzo-3 aprile 2025), che discuterà tra l’altro le Proposizioni che sintetizzano le scelte per un rinnovamento della Chiesa. Da qui scaturirà il Documento finale, che sarà presentato all’Assemblea Generale di maggio (26-29 maggio 2025). Nel suo complesso, questa resta una sfida anzitutto per noi Vescovi: siamo chiamati ad una responsabilità storica, che consiste nell’accogliere quanto è emerso in questi anni e nel concretizzarlo in scelte pastorali incisive. Comunione e missione!
Nessuno si illude che un documento possa da solo imprimere una svolta alla vita delle nostre Chiese. Non sono gli eventi celebrativi o i testi in sé ad incidere: sono le persone con le loro motivazioni, le loro visioni e le loro scelte ed è la passione verso quei campi che già biondeggiano e che continuano a suscitare la compassione e la speranza di Cristo. La dimensione missionaria della Chiesa di domani, che sta emergendo sempre più chiara dal Cammino sinodale, ci invita a vivere queste settimane e i mesi a venire come un tempo di scelte coraggiose quanto necessarie per le nostre comunità, sempre tenendo presente tutta la città degli uomini.

La pace ha bisogno di dialogo
Il mondo si trova immerso nella tragedia della guerra. «È troppo sognare che le armi tacciano e smettano di portare distruzione e morte? Il Giubileo ricordi che quanti si fanno “operatori di pace saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9). L’esigenza della pace interpella tutti e impone di perseguire progetti concreti» (Spes non confundit, 8).
Mentre va scomparendo la generazione che ha vissuto l’ultima Guerra Mondiale con il suo carico di odio e di dolore, rischiamo di perdere una memoria sana di quegli eventi e delle loro vere cause. La logica del più forte sembra prevalere e quasi diventa affascinante e accettata in modo acritico. La Chiesa, invece, resta fedele a quanto la tradizione di secoli ha insegnato e il Vaticano II ha ribadito: «Iddio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli» (Gaudium et spes, 24). È il tema dell’Enciclica Fratelli tutti. Questo non sembra il tempo in cui si condivide la coscienza di essere un’unica famiglia e, purtroppo, non ci si tratta da fratelli. Anzi ci si tratta da nemici e ci si esercita nell’arte della guerra più che in quella del dialogo. Il sogno, che nasce dal Vangelo di Gesù, è che i popoli e le persone formino un’unica famiglia e che si trattino da familiari.
Siamo in un momento internazionale delicato. Trepidiamo per la situazione in Medio Oriente e temiamo per la fragile tregua su Gaza. Bisogna che tutti rispettino gli accordi. Ci viene da Papa Francesco un grande insegnamento: non dimenticare il dolore. Ci sono guerre all’interno di un popolo, come in Sudan, nel nord del Congo e, nelle ultime ore, in Siria, paesi – tra l’altro – in cui l’impegno ecclesiale italiano è importante. Seguiamo con trepida attenzione quanto avviene in Ucraina, sottoposta a bombardamenti e attacchi sistematici. Ogni giorno le sirene rompono le notti che vorremmo tranquille per tutti, specie per i bambini e i malati, tra cui tanti feriti e mutilati. Guardiamo con attenzione e speranza al possibile dialogo tra Ucraina e Russia, mentre auspichiamo che questo possa segnare una nuova stagione per tutti quei Paesi – tra cui Stati Uniti, Europa e Cina – che, a vario titolo, sono coinvolti nella ricerca della pace. Finalmente si muovono passi per la pace! Questa ha bisogno di dialogo, come ha sempre chiesto Papa Francesco con commovente insistenza. Troppo si è disprezzato il dialogo tra governi, mentre le sedi internazionali d’incontro sono state svuotate di significato e prestigio, a partire dall’ONU. La parola è decisiva. Il linguaggio, quello internazionale e quello della comunicazione, è divenuto molto duro, aggressivo, mirando a colpire o screditare più che a creare le basi del dialogo. Parole come armi e parole senza o con poca verità. È molto importante, a proposito, il discorso del Papa ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno. «Laddove – ha affermato tra l’altro – viene a mancare il legame fra realtà, verità e conoscenza, l’umanità non è più in grado di parlarsi e di comprendersi, poiché vengono a mancare le fondamenta di un linguaggio comune, ancorato alla realtà delle cose e dunque universalmente comprensibile. […] Il racconto biblico della Torre di Babele mostra che cosa succede quando ciascuno parla solo con “la sua” lingua» (Discorso, 9 gennaio 2025). Qui le radici della crisi della diplomazia e del dialogo, necessario per fare pace: vincere la babelizzazione dei linguaggi, frutto dell’egocentrismo nazionale, personale e di gruppo. Ho sperimentato con gioia come un cristiano, che parla un linguaggio sincero, ascolta e cerca di capire l’altro, può aprire una strada laddove si pensava di trovare un muro. Lo si sperimenta anche nella vita di ogni giorno, di fronte a situazioni presentate come difficili o irrisolvibili. Talvolta siamo pessimisti, ma il cristiano ha in sé, nelle sue parole e gesti, una potenziale grande capacità di pace e di bene.

Promuovere una cultura di pace
Sono convinto, che in questo mondo globale o post-globale, quanto avviene negli scenari del mondo è connesso agli scenari quotidiani e ha una ricaduta su di essi. La globalizzazione, attraverso mille modi, forma e deforma. I messaggi di violenza, le immagini di guerra, l’esaltazione della forza o del vincente, il disprezzo per il debole hanno effetti sulla mentalità e i comportamenti. Talvolta i giovani, deprivati di modelli e maestri, sono recettori indifesi di questo modo di vivere.
Le Chiese, che nascono e crescono nell’ascolto, anche nell’umiltà della vita delle nostre comunità, sono generatrici di donne e uomini di pace, perché gente che vive di ascolto della Parola di Dio e che pratica il dialogo. La Quaresima, che ci richiama alla conversione, mostra che si può essere migliori e che nessuna malattia dello spirito è inguaribile. La Chiesa, tra la preghiera, la vita comunitaria e la solidarietà, forma donne e uomini, vere risorse per la società, segnata da solitudine, competizione, conflittualità. La predicazione, l’educazione, la cura delle persone, non sono una goccia perduta nel mare, ma formano uomini e donne di pace, «come un albero piantato lungo un corso d’acqua […] nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti» (Ger 17,8). La Chiesa non lavora per sé. Formare cristiani spirituali e responsabili non è compito confessionale, ma è nostro dovere e soprattutto servizio al mondo, anche a chi non crede o professa altre religioni.
Bisogna avere consapevolezza che diverse iniziative sono in corso e tante personalità e figure carismatiche crescono o possono crescere nei nostri ambienti e si abbeverano in tanti modi alle fonti della fede. Ricordo ciò che disse il card. Ratzinger, a Subiaco, alla viglia della morte di Giovanni Paolo II, grande costruttore dell’Europa: «Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo… Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio imparando da lì la vera umanità. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini» (conferenza tenuta il 1° aprile 2005).
Dobbiamo essere grati a tanti sacerdoti, consacrati e consacrate, educatori, catechisti, laici e laiche impegnati, che si dedicano silenziosamente e tenacemente alla crescita e all’animazione dei cristiani, ponendo le premesse di un’umanità migliore. Li ringraziamo per il servizio non protagonista, che forma persone generose e responsabili. Essere padri e madri non è mai protagonismo ma generatività. Gaudium et spes, di cui celebriamo nel 2025 i sessant’anni, vedeva lontano perché chi è illuminato dal Vangelo alza gli occhi, scruta e capisce il presente libero da compulsività e interessi immediati. Si esprimeva così: «È in pericolo, di fatto, il futuro del mondo, a meno che non vengano suscitati uomini più saggi» (Gaudium et spes, 15). La nostra risposta non è ideologia, ma uomini e donne viventi che credono e amano. È anche la risposta di fronte alle nuove tecnologie e alla questione dell’Intelligenza artificiale: «L’epoca nostra – continua il testo conciliare -, più ancora che i secoli passati, ha bisogno di questa sapienza per umanizzare tutte le sue nuove scoperte» (Gaudium et spes, 15). Bisogna suscitare uomini saggi, portatori di una cultura piena di umanità capace di resistere a una cultura aggressiva, competitiva, egocentrica, “predicata” in modo martellante dalla macchina della propaganda.
Il beato Giuseppe Girotti, morto martire a Dachau nel 1945, biblista di vaglio, amico dei poveri, arrestato perché nascondeva gli ebrei, così predicava nel lager nazista prima di morire: «La Chiesa fu, è e sempre sarà l’unico rifugio del senso di umanità, di amore e di misericordia; rifugio della verità, dei principi della retta ragione, della civiltà e della cultura». Questa è la Chiesa, risorsa e speranza dell’umanità! Essere cristiani, con la propria vita, sostiene e protegge l’umanità a tutti i livelli: dalla famiglia, alla vita, alla politica e alla società, al mondo del lavoro, alla vita internazionale.

Investire nel cantiere dell’Europa
Questo popolo non solo prega per la pace e la chiede con forza, ma anche pensa al post-guerra: se vuoi la pace, prepara la pace! È questo il vero investimento di cui oggi abbiamo bisogno. Nel 2023 nel monastero di Camaldoli, celebrando il Codice (che tanto contribuì alla rinascita democratica) dicevo (scuserete l’autocitazione): «Pio XII chiese ai cattolici di uscire dalla loro passività e di prendere l’iniziativa. La responsabilità è iniziativa, altrimenti ci si accontenta delle proprie ragioni o dei buoni sentimenti, questi diventano vano compiacimento e non umiliandosi con la vita concreta fanno illudere di essere dalla parte giusta anche se si finisce fuori dalla storia!» (Prolusione, 21 luglio 2023).
È molto diversa oggi la situazione dei cattolici da quella del 1943, ma c’è la tentazione di accontentarsi delle proprie buone ragioni e dei propri buoni sentimenti, magari limitandosi a rimettere in ordine la “casa” con qualche sistemazione strutturale o accorpamento. Direi con i neologismi di Francesco: è l’ora di primerear e non di balconear.  C’è un’iniziativa da prendere: «In questa prospettiva, sarebbe importante – sottolineavo – una Camaldoli europea, con partecipanti da tutt’Europa, per parlare di democrazia ed Europa. I padri fondatori hanno avuto coraggio, rompendo con le consolidate logiche nazionalistiche e creando una realtà mai vista né in Europa né altrove» (Prolusione, 21 luglio 2023).
Abbiamo visto entusiasmo a Trieste, alla Settimana Sociale, nel prendere l’iniziativa nel senso della pace, dell’Europa, della democrazia. Mi pare che, nei nostri ambienti, specie tra i giovani, ci sia voglia di dare un contributo in linea con il Vangelo, la nostra storia, il pensiero sociale della Chiesa. È il momento!
Ottant’anni fa, il 9 maggio 1945, finiva la Seconda Guerra mondiale sul suolo europeo. Data da ricordare e che fa pensare. Anche perché il fantasma di una nuova guerra mondiale si è aggirato negli ultimi anni e il Papa l’ha denunciato. Quella guerra è stata il frutto della follia nazionalista della Germania nazista e dell’Italia fascista. Oggi il male del nazionalismo veste nuovi panni, soffia in tante regioni, detta politiche, esalta parte dei popoli, indica nemici. Il suo demone non è amore per la patria, ma chiusura miope ed egoistica, che finisce per intossicare chi se ne rende protagonista e le relazioni con gli altri. Mons. Roncalli, nel 1940, a Istanbul, meditava sugli scenari del mondo segnati dalla Guerra mondiale nel Giornale dell’Anima: «Il mondo è intossicato di nazionalismo malsano, sulla base di razza e di sangue, in contraddizione al Vangelo». Soprattutto su questo punto, che è di bruciante attualità, «libera me de sanguinibus, Deus». E qui torna bene l’invocazione: «Deus salutis meae»: il Salvatore Gesù, che morì per tutte le nazioni, senza distinzione di razza e di sangue, divenuto primo dei fratelli della nuova famiglia umana, costituita sopra di lui e sopra il suo Vangelo.
Il nazionalismo è in contraddizione con il Vangelo. Per questo i Padri fondatori dell’Europa presero l’iniziativa dell’unificazione europea. L’Europa è una terra arata dal cristianesimo. Non rivendichiamo un’Europa confessionale, ma da credenti siamo a casa nostra nel processo europeo e vogliamo dare il nostro peculiare contributo sull’esempio dei Santi Cirillo e Metodio per un’Europa che può respirare bene solo con i due polmoni. Dobbiamo investire nel cantiere dell’Europa, che non sia un insieme di Istituzioni lontane, ma sia figlia di una lunga storia comune, sia madre della speranza di un futuro umano, non rinunci mai a investire nel dialogo come metodo per risolvere i conflitti, per non lasciare che prevalga la logica delle armi, per non consentire che prenda piede la narrazione dell’inevitabilità della guerra, per aiutare i cristiani e i non-cristiani a mantenere vivo il desiderio di una convivenza pacifica, per offrire spazi di dialogo nella verità e nella carità. Guardiamo con interesse lo sforzo del Governo italiano nel suo intento di connettere la crescita di responsabilità europea al dialogo intra-occidentale per la ricerca di una pace giusta e duratura e l’indispensabile visione multilaterale nella soluzione dei conflitti.
Nel grande confronto globale, solo un’Europa unita può preservare l’umanesimo europeo. Diversi sono i modi di intenderlo, ma è la ricchezza dell’Europa, con la centralità della persona. Questo è un nodo centrale, nonostante visioni relativistiche e individualistiche vorrebbero far perdere la memoria del Vecchio Continente. Lo ha ben spiegato Papa Francesco a Strasburgo durante la visita al Parlamento europeo, richiamando il magistero della Chiesa sul tema. «Promuovere la dignità della persona – ha ricordato – significa riconoscere che essa possiede diritti inalienabili di cui non può essere privata ad arbitrio di alcuno e tanto meno a beneficio di interessi economici» (Discorso, 25 novembre 2014). È l’umanesimo della dignità di ognuno nei suoi legami sociali e familiari. Non la persona isolata, come titolare di diritti che si espandono attorno all’io, in modo avulso dagli altri e dalla tradizione. Scriveva Mounier, un autore caro agli estensori del Codice di Camaldoli: «Il noi segue l’io poiché uno non si forma senza l’altro, il noi deriva dall’io». Persona e comunità si esprimono nella cura e nei legami: la vita nascente, i fragili, gli anziani tanto emarginati. La libertà della persona è anche servire gli altri. Non mi dilungo in questo sentire cristiano. Non me ne vergogno certo! Anzi, in questi momenti, abbiamo bisogno di pensieri forti e di credenti capaci di cultura e dialogo. Forte non vuol dire prepotente o intollerante. Ciò che soffriamo in Europa è la mancanza di pensiero a tanti livelli: si urla ma non si propone pensando.
Aveva ragione Paolo VI nella Populorum progressio: «Il mondo soffre per mancanza di pensiero» (n. 85). Invitava a pensare insieme il futuro: «Aprite le vie che conducono, attraverso l’aiuto vicendevole, l’approfondimento del sapere, l’allargamento del cuore, a una vita più fraterna in una comunità umana veramente universale» (n. 85). È la linea di quelle “coalizioni” culturali, educative, filosofiche, religiose, che Papa Francesco propose nel 2016 ricevendo il Premio Carlo Magno: «Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro» (Discorso, 6 maggio 2016). È anche quell’«alleanza sociale per la speranza» (Spes non confundit, 9) che chiede alla comunità cristiana di non essere seconda a nessuno nel sostenerla. Sì, non dobbiamo temere il confronto. Abbiamo una ricchezza di visioni, maturata negli anni, che sono fonti di speranza. La via della pace è sempre quella del dialogo, che oggi assume anche i connotati del multilateralismo. L’indebolimento delle strutture internazionali diventerà presto per tutti causa di maggiore incertezza e non certo di maggiore sicurezza. Senza luoghi in cui dialogare in modo sincero e costruttivo, le singole posizioni si irrigidiscono e tendono ad imporsi con la violenza. Anche su questo la Chiesa può tornare ad essere maestra di umanità. Mi piacerebbe che le nostre Chiese dessero vita ad iniziative o esperienze concrete in questi ambiti, per mostrare a noi stessi e al mondo che il Vangelo è ancora vita, una vita bella per tutti.
Ci aiuta Papa Francesco: «Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza… Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto… Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano… di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande… Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia» (Discorso, 6 maggio 2016).

Carissimi Fratelli, vi ringrazio di avermi ascoltato e di quanto vorrete osservare e proporre. Affidiamo queste giornate di lavoro comune all’intercessione della Vergine Maria e di San Giuseppe, che celebreremo nei prossimi giorni.

10 Marzo 2025

“Vivere la vita è un gioco da ragazzi. Santità e speranza nella vita di Pier Giorgio Frassati”: incontro regionale per il settore giovani di Azione Cattolica

Domenica 16 marzo 2025 - Grassano scalo

Domenica 16 marzo 2025 i giovanissimi e giovani della nostra diocesi saranno presenti all’incontro – organizzato dal Settore Giovani regionale assieme alla Commissione Frassati – dal titolo Vivere la vita è un gioco da ragazzi. Santità e speranza nella vita di Pier Giorgio Frassati.

L’incontro si terrà a Grassano scalo, presso il Centro pastorale Mater Ecclesiae e inizierà alle ore 16.30 con l’intervento di don Luca Bertarelli, assistente regionale per il settore giovani di Piemonte-Valle d’Aosta, che rileggerà la vita del futuro santo alla luce delle sue lettere più significative e soprattutto alla luce della Bolla di indizione del Giubileo Spes non confundit. Seguirà la celebrazione della Santa Messa e un momento di festa e di condivisione.

Ti racconto una storia: la mia – Presentazione del libro

Mecoledì 19 marzo 2025 ore 10 - Salone degli Stemmi Melfi

DIOCESI DI MELFI -RAPOLLA-VENOSA

 

Comunicato

La diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa unitamente alla direzione della Casa Circondariale di Melfi, il prossimo 19 marzo, presso il Salone degli Stemmi del Palazzo Vescovile di Melfi, alle ore 10:00, presenta il risultato editoriale di una significativa attività laboratoriale realizzata nel carcere di Melfi: il libro “Ti racconto una storia, la mia”.

Il libro presenta, in una forma editoriale ben riuscita, il focus del laboratorio: il sostegno alla genitorialità.

I “narratori” di eccezione di questa opera sono gli stessi detenuti.

Il progetto che ha fatto da terreno fecondo per la realizzazione di questo libro, ha posto al centro il rapporto tra padre e figlio, partendo dall’angolo visuale del carcere.

Il libro si presenta come “libro di favole” dal titolo emblematico: “10 storie prima della buona notte”.

Il progetto è stato ideato e curato dalla dott.ssa Emilia D’Arace.

Partendo dalla sensibilità di ogni detenuto si è lavorato sulla condivisione di esperienze, desideri e prospettive future.

Il laboratorio ed il testo hanno mostrato che è possibile mantenere legami affettivi nonostante la condizione restrittiva, riscoprendo anche il significato che i figli attribuiscono all’assenza della figura paterna.

Alla realizzazione del progetto editoriale hanno dato un apporto fondamentale attraverso appropriate illustrazioni, gli alunni del Liceo Artistico M. Festa Campanile di Melfi. Le realizzazioni grafiche hanno fatto sì che i personaggi dei racconti riportati prendessero vita e forma.

L’iniziativa di alto valore culturale e sociale è segno e frutto della collaborazione di realtà diverse ma tutte protese ad intercettare bisogni affettivo-genitoriale della popolazione detenuta.

Gli adulti giovani ci stanno a cuore

Incontro diocesano adulti giovani di Azione Cattolica

Domenica 16 Marzo - Hospitalis, Melfi

Incontro adulti giovani ac

Il settore adulti di azione cattolica della nostra diocesi, vuole porre l’attenzione alla fascia di età degli adulti-giovani per tenere il tempo della loro vita per non lasciarli soli, per accompagnarli in una fase in cui le scelte stravolgono il vivere e rischiano di farli sentirsi “fuori” perché non più “in grado” di seguire i ritmi pastorali e associativi, vuole farlo con la consapevolezza che occorre ripartire dalla custodia, dalla cura, dalla fatica di camminare insieme e del ricercare insieme una proposta, nuove prassi da avviare. L’incontro diocesano per adulti giovani che si terrà a Melfi presso l’ HOSPITALIS il prossimo 16 marzo vuole essere un primo passo in tal senso. Ci faremo aiutare in questo da Francesco Carrozzo coordinatore del testo adulti, già consigliere nazionale del settore adulti per capire come l’azione cattolica nazionale si sta muovendo rispetto a questo. L’incontro è rivolto ai gruppi adulti giovani della diocesi, agli adulti giovani presenti nelle varie parrocchie , agli adulti giovani che hanno fatto parte in passato dell’associazione.

Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima 2025

Camminiamo insieme nella speranza

Cari fratelli e sorelle!

Con il segno penitenziale delle ceneri sul capo, iniziamo il pellegrinaggio annuale della santa Quaresima, nella fede e nella speranza. La Chiesa, madre e maestra, ci invita a preparare i nostri cuori e ad aprirci alla grazia di Dio per poter celebrare con grande gioia il trionfo pasquale di Cristo, il Signore, sul peccato e sulla morte, come esclamava San Paolo: «La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» ( 1Cor 15,54-55). Infatti Gesù Cristo, morto e risorto, è il centro della nostra fede ed è il garante della nostra speranza nella grande promessa del Padre, già realizzata in Lui, il suo Figlio amato: la vita eterna (cfr Gv 10,28; 17,3).

In questa Quaresima, arricchita dalla grazia dell’Anno Giubilare, desidero offrirvi alcune riflessioni su cosa significa camminare insieme nella speranza, e scoprire gli appelli alla conversione che la misericordia di Dio rivolge a tutti noi, come persone e come comunità.

Prima di tutto, camminare. Il motto del Giubileo “Pellegrini di speranza” fa pensare al lungo viaggio del popolo d’Israele verso la terra promessa, narrato nel libro dell’Esodo: il difficile cammino dalla schiavitù alla libertà, voluto e guidato dal Signore, che ama il suo popolo e sempre gli è fedele. E non possiamo ricordare l’esodo biblico senza pensare a tanti fratelli e sorelle che oggi fuggono da situazioni di miseria e di violenza e vanno in cerca di una vita migliore per sé e i propri cari. Qui sorge un primo richiamo alla conversione, perché siamo tutti pellegrini nella vita, ma ognuno può chiedersi: come mi lascio interpellare da questa condizione? Sono veramente in cammino o piuttosto paralizzato, statico, con la paura e la mancanza di speranza, oppure adagiato nella mia zona di comodità? Cerco percorsi di liberazione dalle situazioni di peccato e di mancanza di dignità? Sarebbe un buon esercizio quaresimale confrontarsi con la realtà concreta di qualche migrante o pellegrino e lasciare che ci coinvolga, in modo da scoprire che cosa Dio ci chiede per essere viaggiatori migliori verso la casa del Padre. Questo è un buon “esame” per il viandante.

In secondo luogo, facciamo questo viaggio insieme. Camminare insieme, essere sinodali, questa è la vocazione della Chiesa. I cristiani sono chiamati a fare strada insieme, mai come viaggiatori solitari. Lo Spirito Santo ci spinge ad uscire da noi stessi per andare verso Dio e verso i fratelli, e mai a chiuderci in noi stessi. Camminare insieme significa essere tessitori di unità, a partire dalla comune dignità di figli di Dio (cfr Gal 3,26-28); significa procedere fianco a fianco, senza calpestare o sopraffare l’altro, senza covare invidia o ipocrisia, senza lasciare che qualcuno rimanga indietro o si senta escluso. Andiamo nella stessa direzione, verso la stessa meta, ascoltandoci gli uni gli altri con amore e pazienza.

In questa Quaresima, Dio ci chiede di verificare se nella nostra vita, nelle nostre famiglie, nei luoghi in cui lavoriamo, nelle comunità parrocchiali o religiose, siamo capaci di camminare con gli altri, di ascoltare, di vincere la tentazione di arroccarci nella nostra autoreferenzialità e di badare soltanto ai nostri bisogni. Chiediamoci davanti al Signore se siamo in grado di lavorare insieme come vescovi, presbiteri, consacrati e laici, al servizio del Regno di Dio; se abbiamo un atteggiamento di accoglienza, con gesti concreti, verso coloro che si avvicinano a noi e a quanti sono lontani; se facciamo sentire le persone parte della comunità o se le teniamo ai margini. Questo è un secondo appello: la conversione alla sinodalità.

In terzo luogo, compiamo questo cammino insieme nella speranza di una promessa. La speranza che non delude (cfr Rm 5,5), messaggio centrale del Giubileo, sia per noi l’orizzonte del cammino quaresimale verso la vittoria pasquale. Come ci ha insegnato nell’Enciclica Spe salvi il Papa Benedetto XVI, «l’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” ( Rm 8,38-39)». Gesù, nostro amore e nostra speranza, è risorto e vive e regna glorioso. La morte è stata trasformata in vittoria e qui sta la fede e la grande speranza dei cristiani: nella risurrezione di Cristo!

Ecco la terza chiamata alla conversione: quella della speranza, della fiducia in Dio e nella sua grande promessa, la vita eterna. Dobbiamo chiederci: ho in me la convinzione che Dio perdona i miei peccati? Oppure mi comporto come se potessi salvarmi da solo? Aspiro alla salvezza e invoco l’aiuto di Dio per accoglierla? Vivo concretamente la speranza che mi aiuta a leggere gli eventi della storia e mi spinge all’impegno per la giustizia, alla fraternità, alla cura della casa comune, facendo in modo che nessuno sia lasciato indietro?

Sorelle e fratelli, grazie all’amore di Dio in Gesù Cristo, siamo custoditi nella speranza che non delude (cfr Rm 5,5). La speranza è “l’ancora dell’anima”, sicura e salda. In essa la Chiesa prega affinché «tutti gli uomini siano salvati» ( 1Tm 2,4) e attende di essere nella gloria del cielo unita a Cristo, suo sposo. Così si esprimeva Santa Teresa di Gesù: «Spera, anima mia, spera. Tu non conosci il giorno né l’ora. Veglia premurosamente, tutto passa in un soffio, sebbene la tua impazienza possa rendere incerto ciò che è certo, e lungo un tempo molto breve» ( Esclamazioni dell’anima a Dio, 15, 3).

La Vergine Maria, Madre della Speranza, interceda per noi e ci accompagni nel cammino quaresimale.

Roma, San Giovanni in Laterano, 6 febbraio 2025, memoria dei Santi Paolo Miki e compagni, martiri.

Walk in progress, pellegrini di speranza: incontri per giovani

Domenica 2 marzo 2025 - Parrocchia Santa Gianna Beretta Molla, Melfi

Gli Uffici di Pastorale Vocazionale e Giovanile assieme alle suore Apostoline propongono un incontro per tutti i giovani dai 18 ai 35 anni che si terrà domenica 2 marzo, alle ore 19.30 presso la Parrocchia Santa Gianna Beretta Molla, a Melfi.

Tale incontro si inserisce in un percorso di accompagnamento verso il Giubileo, al fine di comprendere come tale dinamica di speranza si renda sempre concreta nella vita personale e quotidiana di ognuno e viverla pienamente.

Per informazioni è possibile contattare Don Davide al numero 3272180785, Claudia al numero 3281370066 o il profilo @orientati_ su Instagram.

La casa delle aspettative: incontro per giovani famiglie

Sabato 1 marzo 20225 - Centro sociale don Domenico Telesca, Barile

La casa delle aspettative è un incontro organizzato dagli Uffici di Pastorale Vocazionale, Giovanile e Familiare con le Suore Apostoline, e si rivolge a tutte le giovani famiglie (under 45).

L’incontro si terrà presso il Centro sociale don Domenico Telesca, a Barile, sabato 1 marzo 2025 alle ore 20.00 e sarà formato dalla cena condivisa (per cui è possibile portare qualcosa da condividere) e dalle attività.
È prevista anche l’animazione per i bambini.

Per informazioni è possibile contattare Don Davide al numero 3272180785, Giusy al numero 3669904094, Matilde al numero 3356729286 oppure è possibile contattare l’equipe su Instagram: @orientati_.

Walk in progress, pellegrini di speranza: Incontri per adolescenti

Sabato 1 marzo 2025 - Hospitalis, Melfi

Il 1 marzo 2025 presso l’Hospitalis, a Melfi, si terrà il secondo incontro per gli adolescenti organizzato dalla Pastorale Vocazionale e Giovanile con le Suore Apostoline e si inserisce nel percorso di accompagnamento al Giubileo, cercando di coltivare sempre di più il tema della speranza e di capire come esso sia presente nella vita di ognuno.

L’incontro è rivolto a tutti i ragazzi tra i 13 e i 17 anni e inizieranno con il pranzo alle ore 12.30, cui seguiranno le attività e si concluderà alle ore 17.30.

La quota di partecipazione è di 5 euro. Per informazioni, è possibile contattare Claudia al numero 3281370066 o Giusy al numero 3669904094 o la pagina Instagram @orientati_.

Incontri per studenti dopo la scuola

Venerdì 28 febbraio 2025 - Centro pastorale San Mauro, Lavello

L’equipe di Pastorale Giovanile e Vocazionale, assieme alle Suore Apostoline sta continuando ad incontrare gli studenti presso l’Istituto Solimene di Lavello.

In seguito agli incontri nelle classi, si propone un incontro presso il Centro pastorale San Mauro, a Lavello, per tutti gli studenti dal I al V superiore. L’incontro si terrà venerdì 28 febbraio e inizierà con il pranzo alle ore 13.30. Saranno poi proposte delle attività, guidate dall’equipe e dalle Suore Apostoline e terminerà alle ore 17.00.

L’iscrizione all’incontro è possibile al link: Iscrizione all’incontro per studenti

Chiesa di San Gerardo - Rionero in V. - domenica 23 febbraio 2025

OLTRE I CONFINI PASTORALI: NUOVE FORME PASTORALI IN UN CAMBIAMENTO DI EPOCA

Formazione Unitaria

 

Domenica 23 Febbraio 2025, presso la Chiesa di San Gerardo Maiella in Rionero in V., con l’accompagnamento dell’equipe del Centro Studi Missione Emmaus si vivrà in diocesi il primo dei 3 appuntamenti di formazione unitaria di questo anno Pastorale

 

Chi è il Centro Studi Missione Emmaus che ci accompagnerà in questo cammino formativo

 

Il Centro Studi Missione Emmaus nasce nel 2018 su impulso dei fondatori Roberto Mauri, Fabrizio Carletti, Stefano Bucci e don Sergio Carettoni. Fin dai primi passi coniuga due attenzioni:

a) una ricerca di alto livello legata alla prospettiva del cambiamento sistemico processuale;

b) lo specifico ambito ecclesiale.

In questa prospettiva il Centro Studi si pone come strumento di accompagnamento per la “conversione pastorale” offrendo a Sacerdoti, Vescovi, Vicari, Provinciali, Superiori Generali… esperienze di facilitazione e di trasformazione coniugate e integrate alla consulenza di processo.

Nella prospettiva della ricerca il Centro Studi ha proposto in questi anni Think Tank su temi pastorali di rilievo. Ha partecipato a Convegni nazionali e internazionali, ha pubblicato diversi testi e continua con il suo Blog a promuovere un pensiero distintivo sul cambiamento pastorale.

Nella prospettiva dell’accompagnamento il Team ha lavorato con oltre 200 realtà ecclesiali, a livello nazionale e internazionale, facilitando processi di unificazione e di integrazione di parrocchie e Diocesi, Province Religiose, Capitoli e Assemblee, processi di riforma di Curie e Centri Pastorali, con ridefinizione di forme e prassi pastorali in contesti complessi.

Da alcuni anni, tramite il Percorso Intro, il Team offre un’esperienza trasformativa dedicata a futuri “facilitatori del cambiamento pastorale” nella quale si consegnano chiavi di lettura inedite e strumenti elaborati nel corso della stessa. Il Team cura inoltre una rete di ricerca ed interesse sul “cambiamento pastorale”, dedicata a coloro che hanno preso parte al Percorso Intro denominata Accademia Campo Base.

La Vision
(Luca 24,13-36)

In quello stesso giorno…

Forse avevano ragione loro a mettersi in cammino e uscire da Gerusalemme, non quelli che stavano chiusi e spaventati nel Cenacolo. Forse quei due non se ne stavano andando, non stavano minacciando l’unità del gruppo dei discepoli ma cercavano risposte e strade diverse rispetto alla sicurezza che dava loro il restare fermi, immobili, chiusi tra mura amiche.

Forse avevano ragione loro, a rischiare il confronto con uno sconosciuto lungo la strada, per non ripiegarsi a cercare consolazione tra persone note. Forse è per questo loro interrogarsi, nonostante tutto, che il Risorto ha trovato più decisivo mettersi al loro fianco, prima di apparire a chi attendeva passivo e incerto tra le mura amiche.

Prima di tornare a Gerusalemme occorre uscire verso Emmaus; prima di ricevere conferme servono le domande; prima del bisogno di sicurezza viene il desiderio di libertà e leggerezza.

“In quello stesso giorno”, ovvero oggi, siamo di fronte a queste scelte.

La Mission 

Liberiamo il Cambiamento Pastorale

Dalla formazione all’accompagnamento

Il Centro Studi opera attraverso un approccio di accompagnamento pastorale che si differenza da una semplice proposta di formazione. Ciò si concretizza nell’affiancamento e nel sostegno dei responsabili di una Diocesi o Comunità Religiosa, senza sostituirsi ad essi, ma facilitando e sviluppando sinergie che valorizzino le risorse presenti.

Dai progetti ai processi

Lavorare per processi significa attivare nuovi dinamismi a partire da una visione condivisa e non da semplici bisogni, privilegia l’apprendimento rispetto al risultato, opera attraverso il discernimento delle priorità e non con analisi e obiettivi, fa risuonare attraverso la narrazione l’eco dello Spirito che orienta e sostiene il processo stesso.