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950 anni di fede e musica: concerto del Liceo Musicale di Venosa

950 anni di fede e musica: il Liceo Musicale di Venosa celebra la Cattedrale di Melfi

Nella storica cornice della Basilica Cattedrale di Santa Maria Assunta di Melfi, lunedì 2 febbraio 2026 alle ore 19:00, si terrà un Concerto per Solisti, Coro e Orchestra del Liceo Musicale “Flacco-Battaglini” di Venosa.

L’evento celebra i 950 anni della fondazione della Cattedrale, un anniversario che rappresenta non solo il tempo trascorso, ma la testimonianza viva di una presenza sacra e civica che ha segnato la vita spirituale e culturale della comunità.

Gli studenti proporranno un programma pensato per valorizzare il dialogo tra musica, architettura e spiritualità, trasformando le suggestive volte della Basilica in un luogo di intensa espressività artistica e coinvolgimento emotivo.

Il concerto si inserisce inoltre nella Novena di Sant’Alessandro, patrono della Diocesi e della città di Melfi, conferendo alla serata una speciale dimensione di partecipazione comunitaria e devozione.

Un appuntamento imperdibile per vivere la storia, la fede e la musica sotto le volte millenarie della Cattedrale.

48° Giornata della Vita – “Prima i Bambini”

Conferenza episcopale italiana

Il Messaggio per la 48ª Giornata Nazionale per la Vita

 

Guardatevi dal disprezzare qualcuno di questi piccoli;
perché io vi dico che i loro angeli in cielo
vedono continuamente la faccia del Padre mio (Mt 18,10)

 

L’accoglienza gentile e affettuosa di Gesù verso i piccoli sorprende i suoi contemporanei, discepoli inclusi, abituati a considerare assai poco i bambini. Eppure, nella Scrittura il rapporto di Dio con il suo popolo è spesso paragonato a quello di una madre amorevole e di un padre premuroso verso i propri bimbi; il loro atteggiamento, infatti, “riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo” (AL 166). Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene… sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti e che Gesù presenta come condizioni per accogliere la novità del Vangelo: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18, 3). Essi, dunque, non vanno mai disprezzati, scartati, subordinati perché proprio di loro il Creatore ha particolare cura.

A questa visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il “superiore interesse del minore”: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici. Anche perché, non di rado, gli esiti di un’infanzia problematica sono alla radice di molti comportamenti negativi in età adulta.

Ciononostante, le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi.

  • Pensiamo ai tanti, troppi, bambini “vittime collaterali” delle guerre degli adulti: uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame, come effetto di bombardamenti indiscriminati.
  • Pensiamo ai bambini-soldato, rapiti e utilizzati come “carne da cannone” nei tanti conflitti che si combattono in varie parti del globo, soprattutto in quelli “a bassa intensità”, di cui quasi nessuno parla.
  • Pensiamo ai bambini “fabbricati” in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo.
  • Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale.
  • Pensiamo ai bambini implicati nei casi di separazione e divorzio dei propri genitori, a volte usati come strumenti di rivalsa sull’ex-coniuge.
  • Pensiamo ai bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali o alle bambine date precocemente in sposa, spesso a uomini assai più grandi di loro.
  • Pensiamo ai bambini-lavoratori, privati dell’infanzia perché inquadrati come manodopera a basso costo dai “caporali” di turno, in contesti di degrado sociale e abbandono scolastico.
  • Pensiamo ai bambini rapiti o dati indiscriminatamente in adozione nelle tristi operazioni di pulizia etnica.
  • Pensiamo ai bambini coinvolti nelle violenze domestiche, che li privano di uno o entrambi i genitori e li segnano profondamente.
  • Pensiamo ai bambini che i trafficanti di vite strappano per vile interesse alle proprie famiglie, fino a espiantare i loro organi a vantaggio di chi può permettersi di pagarli.
  • Pensiamo ai bambini costretti – non di rado da soli – a migrazioni faticose e pericolose, con esiti a volte mortali, per sfuggire ai conflitti, agli impoverimenti e alle carestie spesso provocate dagli adulti.
  • Pensiamo ai bambini indottrinati da un’educazione ideologica, funzionale non alla loro crescita, ma alla diffusione di idee che interessano questo o quell’altro gruppo di potere.
  • Pensiamo ai bambini maltrattati o abbandonati a loro stessi da genitori o educatori cui poco interessa il loro vero bene.

In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui e che è anche capace di mascherare il proprio egoismo dietro parole “politicamente corrette” e falsamente altruiste.

A ben vedere, la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti – persone e comunità – dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi. “Tanti bambini fin dall’inizio sono rifiutati, abbandonati, derubati della loro infanzia e del loro futuro. […] Che ne facciamo delle solenni dichiarazioni dei diritti dell’uomo e dei diritti del bambino, se poi puniamo i bambini per gli errori degli adulti?” (AL 166).

Avvertiamo la necessità di una maggiore attenzione ai piccoli anche nella nostra società italiana, in cui l’imperante cultura individualista si esprime, tra l’altro, con una crisi di generatività che non riguarda solamente la fertilità, ma pregiudica progressivamente la capacità degli adulti di mettersi a servizio dei piccoli. Può succedere che facciano rumore, chiedano incessanti attenzioni, condizionino la libertà dei grandi, ma l’accoglienza dei loro limiti è paradigma dell’accoglienza dell’altro tout court, mancando la quale svanisce ogni prospettiva di collettività solidale, per dare spazio a una conflittualità incessante e distruttiva. Quando i bambini non sono amati, con loro vengono scartati anche gli elementi più deboli della comunità, cioè potenzialmente tutti, nel momento in cui si manifestino anche nei soggetti “forti” fragilità o debolezze.

Anche le comunità cristiane devono crescere nella cura dei bambini, non solo proseguendo nell’impegno per estirpare e prevenire l’odiosa pratica degli abusi, ma divenendo “casa accogliente” per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che li colpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni di vita comunitaria. “L’educazione alla fede sa adattarsi a ciascun figlio, perché gli strumenti già imparati o le ricette a volte non funzionano. I bambini hanno bisogno di simboli, di gesti, di racconti. […] L’esperienza spirituale non si impone ma si propone alla loro libertà” (AL 288). Alle prime parole che un bambino si sente rivolgere dalla Chiesa nel giorno del Battesimo – “la nostra comunità ti accoglie” – deve seguire una reale dedizione di tempi, spazi, risorse alle esigenze dei piccoli e delle loro famiglie.

Ci sono tuttavia nella società e nella Chiesa moltissime persone e istituzioni che operano attivamente per custodire i bambini, attraverso azioni di tutela e accoglienza delle maternità difficili e di protezione nelle situazioni di violenza, nell’educazione, nella risposta ai tanti bisogni e povertà delle famiglie numerose e dei piccoli, nella prevenzione dello sfruttamento minorile nelle sue varie forme, nel sostegno alla genitorialità, nella sorveglianza degli ambiti che mettono a rischio l’integrità fisica, morale e spirituale in età sempre più precoce. A costoro devono andare la riconoscenza e il sostegno di tutti, perché il loro servizio – spesso gratuito – rende migliore il nostro mondo per tutti, non solo per i più piccoli. A loro dobbiamo continuamente ispirarci, per coltivare il senso di un autentico primato dei diritti dei bambini sugli interessi e le ideologie degli adulti.

Si tratta di attuare una vera “conversione”, nel duplice senso di “ritorno” e di “cambiamento”.

Ritorno a una cultura che riscopra il valore della generatività, del “desiderio di trasmettere la vita” (SnC 9) e di servirla con gioia. Ogni persona che mette al mondo dei bambini o si occupa dei piccoli – genitori, nonni, insegnanti, catechisti, persone consacrate, famiglie affidatarie – dovrebbe sentire la simpatia e la stima degli altri adulti, perché il servizio al sorgere della vita è garanzia di bene e di futuro per tutti.

 

Cambiamento come abbandono delle cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare davvero spazio ai bambini: ne nascono sempre di meno e sul loro futuro peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo.

La Giornata per la Vita sia l’occasione per un serio esame di coscienza, basato sul punto di vista dei piccoli nelle questioni che li riguardano (dal nascere, al crescere, all’essere felici…) e sostenuto dalla voce sincera dei bambini, cui chiedere – una volta tanto – come vorrebbero che andassero le cose.

 

Gorizia, 23 settembre 2025

Il Consiglio Episcopale Permanente
della Conferenza Episcopale Italiana


VII SETTIMANA BIBLICA DIOCESANA – “Lo Spirito parla alle Chiese” – Il libro dell’Apocalisse

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

VII SETTIMANA BIBLICA DIOCESANA

“Lo Spirito parla alle Chiese” – Il libro dell’Apocalisse

Rionero – Chiesa di San Gerardo – ore 18.30

19 – 23 gennaio 2026

Carissimi fratelli e sorelle,

con paterna gioia vi invito a partecipare alla VII Settimana Biblica Diocesana, che si svolgerà a Rionero in Vulture dal 19 al 23 gennaio p.v., presso la Chiesa di San Gerardo, alle ore 18:30. Al centro di questa iniziativa pongo le incisive parole di san Girolamo: «Ignorantia scripturarum est ignorantia Christi» — “chi ignora le Scritture, ignora Cristo”. Che questo monito sia per noi stimolo costante a radicarci nella Parola, sorgente viva della fede.

Tema di quest’anno è: “Lo Spirito parla alle Chiese” — Il libro dell’Apocalisse. Il curatore della Settimana è il nostro condiocesano prof. Don Pasqualino Basta, docente di esegesi biblica presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma, al quale va il nostro “grazie” più sentito per la competenza, l’attenzione al cammino diocesano e la passione “apostolica”. Il programma dei lavori è il seguente:

  • Lunedì 19 gennaio 2026 — Introduzione all’Apocalisse (Don Pasqualino Basta)
  • Martedì 20 gennaio 2026 — Lettere a Efeso e Smirne (Padre Tony Leva)
  • Mercoledì 21 gennaio 2026 — Lettere a Pergamo e Tiatira (Don Giovanni Trolio)
  • Giovedì 22 gennaio 2026 — Lettere a Sardi e Filadelfia (Don Cesare Mariano)
  • Venerdì 23 gennaio 2026 — Lettera a Laodicea (Don Pasqualino Basta).

La Settimana culminerà idealmente nella Domenica della Parola, che celebreremo domenica 25 gennaio 2026 con il motto, scelto dal Dicastero per la nuova evangelizzazione: «La parola di Cristo abiti tra voi» (Col 3,16). Come il Concilio Vaticano II insegna, la Parola di Dio è l’anima della teologia e della pastorale: da essa nasce la ricerca teologica autentica e da essa deve scaturire ogni azione pastorale fedele al Vangelo. Per questo la nostra amarezza sarebbe grande se la conoscenza delle Scritture non crescesse soprattutto negli operatori pastorali o rimanesse mero esercizio intellettuale; al contrario, vogliamo che essa trasformi la vita personale e comunitaria in attestazione concreta della fede.

La prossimità temporale tra la Settimana Biblica e la Domenica della Parola (25 gennaio) non è un caso, ma una scelta pastorale intenzionale.

Le ragioni di tale scelta sono molteplici e profonde:

  • la Settimana prepara il cuore e la mente di ogni battezzato a una più consapevole partecipazione liturgica, rendendo la proclamazione della Parola più viva e feconda;
  • offre strumenti concreti per la formazione dei ministri e del popolo di Dio (predicazione, lectio, servizio dei lettori, catechesi), potenziando la trasmissione della fede nelle nostre parrocchie;
  • unisce studio e testimonianza, perché la conoscenza biblica si traduca in scelte pastorali e in iniziative missionarie;
  • favorisce il coinvolgimento di famiglie, giovani, catechisti e operatori pastorali, rendendo la Domenica della Parola momento di rinnovata comunione e corresponsabilità.

Ancora più rilevante è l’utilità pastorale della Settimana in vista del Sinodo diocesano che avvieremo l’11 ottobre 2026. Un cammino sinodale autentico prende vita dall’ascolto della Parola: essa orienta il discernimento, forma le coscienze e rende possibile un dialogo fraterno e fecondo. A questo proposito:

  • la Settimana fornirà strumenti per un ascolto biblicamente fondato, necessario al dibattito sinodale;
  • formerà animatori e delegati perché le proposte siano radicate nella Parola e nella Tradizione;
  • favorirà la maturazione di idee e proposte concrete da portare al Sinodo, frutto di studio, preghiera e pratica pastorale;
  • stimolerà una partecipazione più ampia e consapevole, perché il cammino sinodale sia espressione viva di tutta la nostra Chiesa locale.

In questo orizzonte voglio collocare l’Apertura delle Celebrazioni per il 950° anniversario della fondazione della nostra Cattedrale. Le celebrazioni saranno aperte il prossimo 9 febbraio 2026 con la celebrazione delle ore 11:00 presieduta da S.E. Rev.ma Mons. Massimiliano Palinuro, Vicario Apostolico di Istanbul e Amministratore Apostolico dell’Esarcato di Costantinopoli, che a fine novembre 2025 ha accolto Papa Leone XIV in visita per in occasione dei 1700 dal Concilio di Nicea.

Vi esorto, dunque, a partecipare con animo aperto e fervente: venite a lasciarvi interrogare dallo Spirito, a nutrirvi della Scrittura, a condividere esperienze e domande. Per agevolare la partecipazione, chiedo ai sacerdoti di valutare, nella carità pastorale e secondo le esigenze parrocchiali, la possibilità di modificare gli orari delle Sante Messe vespertine nelle sere della Settimana.

Confido che questi giorni possano essere per la nostra diocesi tempo di rinnovamento, unità e impegno missionario. Vi saluto con affetto paterno e vi benedico di cuore.

Melfi, 14 gennaio 2026

+ Ciro Fanelli
Vescovo


IL VESCOVO INCONTRA I CONSIGLI PASTORALI PARROCCHIALI NELLE ZONE PASTORALI

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

IL VESCOVO INCONTRA I CONSIGLI PASTORALI PARROCCHIALI

NELLE ZONE PASTORALI

“Dalla Visita Pastorale insieme in cammino verso il Sinodo”

 

Carissimi membri dei Consigli Pastorali Parrocchiali, cari operatori pastorali,
con gioia, unitamente ai vostri parroci, vi scrivo per invitarvi agli incontri zonali che ho voluto promuovere per presentare e condividere gli esiti della Visita Pastorale che si è svolta nella nostra diocesi dal 1° ottobre 2023 al 5 ottobre 2025 e per predisporre insieme un cammino di rinnovamento in vista del prossimo Sinodo diocesano.

La Visita Pastorale è stata un tempo di ascolto, incontro e discernimento. Ringrazio quanti hanno collaborato con sincerità e gratuità: parroci, persone consacrate, diaconi, comunità, gruppi e singoli fedeli.

Alla conclusione, nella celebrazione del 5 ottobre 2025, ho riconsegnato ai parroci i “Questionari” compilati e corredati da una mia relazione specifica per la vita di ciascuna Parrocchia.  Ho inoltre emanato tre decreti a carattere diocesano, che riguardano:

  • la formazione cristiana,
  • la vita liturgica,
  • la gestione dei beni della Chiesa.

Per ogni Zona Pastorale ho redatto una Lettera, che presenta l’analisi della situazione pastorale — indicando risorse, criticità e prospettive — e, contestualmente, ho costituito il Centro Pastorale per la Famiglia e la Comunità Vocazionale. Questi atti non sono semplici documenti: indicano scelte che la Diocesi è chiamata ad assumere per camminare in comunione con tutte le Chiese; esse sono vincolanti per il prossimo tempo pastorale. Pertanto, non possiamo tornare indietro su alcuni punti essenziali:

  • qualificare i formatori e sostenere una formazione permanente;
  • accompagnare gli adulti, e in modo speciale le famiglie, con uno stile catecumenale, tale da rendere il cammino di fede progressivo e comunitario;
  • offrire un maggior impegno nell’iniziazione cristiana nelle sue tappe e nella sua responsabilità comunitaria, secondo quanto indicato nel Direttorio;
  • vivere la liturgia nella sua natura profonda di azione celebrativa del popolo di Dio, valorizzando la partecipazione attiva e consapevole di tutti, curando il decoro degli arredi liturgici e di tutte le parti delle celebrazioni;
  • gestire i beni della Chiesa con trasparenza, responsabilità e lungimiranza, nel pieno rispetto delle normative canoniche.

Per tradurre queste scelte in cammini concreti e condivisi ci incontreremo secondo il seguente calendario:

  • Domenica 11 gennaio 2026, ore 16:00 — LAVELLO, PARROCCHIA SACRO CUORE
    CPP della Città di Lavello e Gaudiano
    • Lunedì 12 gennaio 2026, ore 18:30 — RUVO DEL MONTE, CENTRO SOCIALE
    CPP della Zona Pastorale di San Fele
    • Mercoledì 14 gennaio 2026, ore 18:30 — VENOSA, AUDITORIUM SACRO CUORE
    CPP della Zona Pastorale di Venosa
    • Giovedì 15 gennaio 2026, ore 19:00 — MELFI, AUDITORIUM SACRO CUORE
    CPP della Città di Melfi, Rapolla, Foggiano e Leonessa
    • Venerdì 16 gennaio 2026, ore 18:30 — RIONERO, CHIESA DI SAN GERARDO
    CPP della Zona Pastorale di Rionero.

Agli incontri sono attesi in modo particolare i Consigli Pastorali Parrocchiali; ma sono invitati altresì a partecipare, se lo desiderano, gli operatori pastorali e quanti collaborano nelle comunità. Vi chiedo di essere presenti con spirito di servizio e di corresponsabilità. Per rendere fecondo il tempo che passeremo insieme, vi prego di arrivare preparati:

  • predisporre una breve scheda (una pagina massimo) con la sintesi delle priorità parrocchiali e con 2–3 proposte concrete da portare all’attenzione della zona;
  • consegnare in occasione dell’incontro l’elenco cartaceo dei nominativi di ogni CPP controfirmato dal parroco e dal segretario del CPP.

Gli incontri seguiranno il seguente cronoprograma:

  1. Presentazione sintetica degli esiti della Visita Pastorale.
  2. Consegna della lettera ai componenti dei CPP.
  3. Dialogo condotto con l’ausilio dei segretari degli ambiti pastorali della curia.
  4. Individuazione di modalità concrete per implementare le pratiche pastorali individuate quale frutto della visita e prima preparazione al Sinodo diocesano (tempistiche, gruppi di lavoro, modalità di ascolto e partecipazione).

Confido che questi incontri possano essere occasione di rinnovato impegno, di corresponsabilità e di comunione pastorale: il cammino sinodale ci chiede di camminare insieme, ascoltando lo Spirito nelle nostre comunità e traducendo le scelte in percorsi realizzabili e condivisi.

Vi affido alla preghiera e chiedo a ciascuno di portarvi lo spirito di servizio, la pazienza del dialogo e la disponibilità alla costruzione comune. Io stesso sarò con voi in questo tempo di ascolto e di progettazione.

Melfi, 9 gennaio 2026

Con fraterna stima e preghiera,
+ Ciro Fanelli
Vescovo


950° ANNIVERSARIO DELLA CATTEDRALE DI MELFI

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

950° ANNIVERSARIO DELLA CATTEDRALE DI MELFI

(1076-2026)

 

Carissimi fratelli presbiteri, diaconi, persone consacrate,

carissimi fedeli e cittadini di Melfi,

nel giorno della Solennità dell’Epifania del Signore con animo colmo di gioia e di riconoscenza mi rivolgo a voi per rendere noto un evento di singolare significanza per la nostra comunità di fede e per l’intera città: in questo anno del Signore 2026, da poco iniziato, ricorrono i novecentocinquant’anni dalla posa della prima pietra della nostra veneranda e maestosa Cattedrale di Melfi, fissata, per il comune ricordo storico, all’anno 1076. Questa fausta ricorrenza non è mero conteggio temporale, ma segno eloquente di una presenza sacra e civica che, per quasi un millennio, ha tessuto la vita spirituale, culturale e sociale di Melfi.

La Cattedrale, tempio di preghiera e custode di memorie, si erge come simbolo indelebile della nostra identità: opera che i secoli hanno plasmato con mani sapienti e cuori devoti, che ha saputo raccogliere onori e ferite, restauro e rinnovamento. Alla sua storia normanna connessa, alla maestà del campanile che dal medioevo innalza il suo vigile sguardo sulla città, si affiancano le testimonianze di quanti, nel tempo, hanno custodito e rinnovato il luogo sacro: vescovi, presbiteri, artigiani, famiglie, studiosi, e, non ultime, le giovani generazioni.

A rendere ancor più significativo questo “giubileo” è la felice concomitanza con il progetto “Fantastico Medioevo”, promosso dalla Giunta della Regione Basilicata, che ha eletto Melfi a capofila di un articolato programma di eventi storico‑culturali e artistici. Tale iniziativa, convergente con le nostre celebrazioni, offrirà al memorabile anniversario una cornice ricca di rievocazioni, mostre, percorsi culturali e spettacoli che valorizzeranno la storia, l’arte e le testimonianze medievali della nostra città, reminiscenze che la Cattedrale incarna in modo esemplare.

A rendere ancor più significativa questa congiunzione tra memoria e cura è inoltre la vicenda recente dei restauri: i lavori di restauro della Cattedrale, felicemente conclusi il 7 dicembre 2022, e gli attuali interventi di restauro conservativo del “campanile” che, nel corso di quest’anno, troveranno piena valorizzazione. Tale congiunzione tra memoria, tutela e promozione culturale manifesta il nostro impegno a rendere la Cattedrale non solo ricordo del passato, ma viva testimonianza per il futuro.

Esprimo pertanto il mio vivo e grato ringraziamento a quanti nel corso degli anni attraverso lo zelo ecclesiale e la ricerca storica hanno reso possibile questo cammino: agli studiosi e ai cultori della storia e dell’arte che hanno illustrato le sue vicende;, agli autori e ai collaboratori delle opere scientifiche e divulgative; alle istituzioni pubbliche, alla Regione Basilicata per il progetto “Fantastico Medioevo”; un particolare grazie alla Giunta Regionale e alla CEI che hanno finanziato e sostenuto i delicati lavori di restauri.

Per onorare degnamente la memoria dei padri e per consacrare al servizio delle nuove generazioni questo patrimonio, la Diocesi promuoverà nel 2026 un significativo programma di celebrazioni liturgiche solenni, incontri culturali, visite guidate, percorsi didattici per le scuole, e una mostra storico‑artistica dedicata alla Cattedrale e al suo campanile, con momento ufficiale di presentazione degli interventi di restauro, dopo la loro conclusione. Le iniziative si svolgeranno anche in sinergia con il progetto “Fantastico Medioevo”, affinché fede, storia e cultura concorrano, insieme alle rievocazioni civiche, a rendere questo anno un tempo di rinnovata comunione e di riscoperta collettiva.

Invito ciascuno di voi a partecipare con fervore spirituale, con presenza attiva e con proposte concrete: la cura della nostra Cattedrale è dunque comune offerta di fede e di civiltà, eredità che siamo chiamati a custodire e a consegnare.

Affido questa ricorrenza e l’intera città alla materna protezione di Maria di Nazareth e di S. Alessandro e con paterna sollecitudine impartisco la mia apostolica benedizione.

Melfi 6 gennaio 2026 – Solennità dell’Epifania del Signore.

+ Ciro Fanelli
Vescovo


RIFLESSIONE DEL VESCOVO SUL MESSAGGIO DI PAPA LEONE IN OCCASIONE DELLA LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 2026

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

RIFLESSIONE DEL VESCOVO

SUL MESSAGGIO DI PAPA LEONE

IN OCCASIONE DELLA LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 2026

La pace sia con tutti voi.
Verso una pace disarmata e disarmante

 

Il Santo Padre apre il suo messaggio con le parole con le quali ha dato inizio al suo ministero petrino, che ricordano il saluto del Signore Risorto ai discepoli: «Pace a voi» (Gv 20, 19.21). Tale saluto non è un semplice convenevole: è Vangelo; è annuncio che cambia la storia e la prospettiva con cui si guarda al mondo. Papa Leone ci aiuta a riflettere sul dono della pace portataci da Cristo esplicitando concretamente cosa significa parlare di «pace disarmata» nella vita delle comunità cristiana e nella città dell’uomo. La prima osservazione è di carattere cristologico e biblico: la pace che Gesù dona non è paragonabile alle forme mondane di sicurezza. Egli stesso lo dice: «Vi do la mia pace; non come la dà il mondo» (Gv 14,27). Quando Pietro estrae la spada, il Maestro lo ferma: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cfr. Mt 26,52). Questa scena non è un episodio marginale, ma un monito fondamentale: il regno di Dio non si fonda e non si costruisce sulla forza bruta, ma sul dono di sè, sulla misericordia e sul servizio. È l’annuncio del profeta Isaia che vede trasformare le armi in strumenti di vita: «trasformeranno le spade in aratri» (Is 2,4).

Ma che cosa significa tutto ciò oggi, in tempi in cui la guerra sta dilaniando oltre 50 nazioni? Per il Papa significa innanzitutto un lavoro interiore: la pace disarmata nasce dal disarmo del cuore. Rinunciare all’odio e alla sete di vendetta, imparare a riconoscere l’altro come persona con una dignità inviolabile, saper accogliere il perdono e chiedere perdono. Questo non è un esercizio astratto di pacifismo: è una pratica spirituale che richiede preghiera, riflessione, formazione ed impegno. È la preghiera che aiuta a vincere le paure e rende possibile una visione della realtà orientata alla riconciliazione.

Allo stesso tempo la pace disarmata ha una dimensione sociale e politica precisa. Non si tratta di ingenua passività: la nonviolenza è forma di coraggio che richiede disciplina, creatività e strumenti concreti. Pensiamo alla diplomazia preventiva, alle procedure di diritto internazionale, ai processi di giustizia riparativa che cercano di curare ferite sociali piuttosto che nasconderle. Le comunità cristiane possono e devono essere protagoniste in questo campo: non come attori politici impegnati a garantirsi il potere, ma come «case della pace», luoghi di educazione alla responsabilità, di cura dei poveri, di mediazione e di testimonianza civile. Un punto che Papa Leone desidera evidenziare è la cura delle vittime e dei più fragili. I volti dei bambini, dei rifugiati, di chi porta le cicatrici della guerra non sono statistiche: ci traforano come persone che richiedono risposta concreta. Prendersi cura di loro non è solo un gesto caritativo, è una strategia di pace: soccorrere, accogliere, accompagnare sono atti che spezzano la logica della ritorsione e costruiscono tessuti sociali più resilienti. Sappiamo, però, che questa scelta comporta difficoltà reali. Esistono minacce immediate e situazioni in cui la protezione dei più vulnerabili sembra richiedere misure dure. La domanda che allora dobbiamo porci con onestà è: come conciliare la vocazione al disarmo con la responsabilità di proteggere? Qui è necessario un discernimento prudente che non ceda né alla violenza ideologica né alla paralisi. Occorrono politiche pubbliche intelligenti—investimenti in prevenzione, educazione alla memoria, meccanismi di mediazione internazionale—che riducano le condizioni in cui la violenza nasce.

Dal messaggio di Papa Leone ricaviamo anche alcune imprescindibili indicazioni pastorali: il Papa chiarisce che le parrocchie e le realtà ecclesiali hanno compiti concreti e non delegabili: esse devono promuovere percorsi formativi sulla nonviolenza, integrare nella liturgia e nella catechesi temi di riconciliazione, creare spazi di ascolto per chi è stato ferito. Ma le comunità religiose tutte devono ance saper uscire dall’ambito strettamente confessionale per collaborare con istituzioni civili e organizzazioni della società civile: la pace disarmata richiede un fronte largo, dove religioni, associazioni e istituzioni lavorino insieme per il bene comune. Papa Leone conclude il suo messaggio con un invito alla concretezza e all’umiltà. La pace che il Risorto dona non è una formula magica: è un cammino che chiede conversione personale e trasformazione delle strutture. La Chiesa – afferma il papa – non ha ricette immediate, ma può avviare pratiche che testimonino il valore del dono: ovvero l’ascolto, il servizio, la difesa dei più deboli, l’impegno per la verità e la memoria. Se sapremo essere coerenti, la nostra presenza contribuirà a costruire fiducia e a spezzare la catena della violenza. Da questa breve riflessione sul ricco e significativo messaggio del Santo Padre ricaviamo tre domande che possono farci crescere nella cultura della pace: quali pratiche locali hanno mostrato efficacia nel trasformare conflitti? In che modo le istituzioni religiose possono sostenere processi di giustizia riparativa? Quali strumenti di formazione sono necessari per educare le nuove generazioni alla nonviolenza attiva?

Consapevoli del valore insostituibile ed efficace della preghiera ci rivolgiamo al Signore della Pace dicendo:

O Cristo, Principe della Pace,
che nella notte della tua Risurrezione varcasti le porte chiuse
e portasti ai tuoi la parola che converte i cuori,
volgiti a noi: infondi la tua pace, non quella del mondo,
e disarma in noi la durezza, la vendetta e il sospetto;
rendi il nostro animo docile alla misericordia e alla verità.

Santifica, o Signore,
chi governa i popoli e custodisce il diritto:
dona loro prudenza, rettitudine e coraggio
nel cercare la riconciliazione; fa’ che le nostre comunità siano case della pace,
custodi della memoria delle vittime,
cura dei fragili, officine di dialogom>
e sostegno per gli operatori di buona volontà;
trasforma le armi in strumenti di vita.

Suscita nella Chiesa e nei fedeli
il coraggio evangelico
di testimoniare la bontà disarmante:
fa’ di noi seminatori instancabili di riconciliazione,
pregando e operando
per il disarmo del cuore e delle strutture. Amen.

Melfi, 03 gennaio 2026

+Ciro Fanelli
Vescovo


MESSAGGIO DEL VESCOVO PER IL NUOVO ANNO 2026

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

Messaggio del Vescovo per il nuovo anno 2026

 

Fratelli e sorelle carissimi,

oggi, nel primo giorno dell’anno — primo gennaio 2026 — entriamo insieme in un tempo nuovo, come in un libro che attende d’essere scritto. Questo inizio è dono e responsabilità: è l’occasione grande per fare del Vangelo della vita la scelta che orienta ogni nostro passo. Sotto lo sguardo materno di Maria ci venga donata la grazia di aprire il cuore e le mani a quel modo di vivere che fa vera testimonianza: dalla fedeltà a Dio scaturisce la testimonianza che converte i cuori e rinnova la storia.

Nel mistero dell’Annunciazione ascoltiamo il paradigma della fedeltà autentica: «E Maria disse: “Ecco la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto”» (Lc 1,38). Quel “fiat” non fu solo parola: fu fedeltà che generò vita. È da quella fedeltà che vogliamo imparare lo stile che lega il nostro essere cristiani alla missione della pace.

Oggi, però, desidero porre con forza al centro della nostra riflessione una parola che ci ha consegnato Papa Leone XIV sin dal giorno della sua elezione: il mondo attende: diventare operatori di una pace disarmata e disarmante, portatori e testimoni della pace di Cristo. Che cosa significa questo? E come, sotto la guida di Maria donna di speranza, possiamo abbracciarlo nella vita personale e comunitaria, specialmente mentre ci prepariamo al sinodo diocesano che apriremo l’11 ottobre 2026?

1. La pace di Cristo: dono e criterio. Gesù stesso ci lascia la sua pace e ci chiama a custodirla: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come la dà il mondo, io ve la do» (Gv 14,27). E san Paolo esorta: «La pace di Cristo regni nei vostri cuori» (Col 3,15). Non è dunque una semplice assenza di conflitto: la pace evangelica è dono dello Spirito che “metter ordine” nei  cuori e li rende capaci di vera riconciliazione. È una pace che nasce dal Crocifisso-Risorto: da quel volto che, nella sua fragilità e umiltà, ha vinto la violenza con l’amore.

  1. Pace disarmata e disarmante: un atteggiamento e una pratica.
  • Pace disarmata significa rinunciare non solo alle armi materiali, ma anche alle armi interiori della durezza, dell’odio, della sete di vendetta; significa scegliere la nonviolenza nei gesti, nelle parole, nelle relazioni quotidiane.
  • Pace disarmante significa diventare causa di conversione per l’altro: non imponendo la propria forza, ma spezzando la logica della violenza con la forza morale dell’amore e del perdono. È la beatitudine che Gesù proclama: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Chi pratica una pace così non si limita a evitare la guerra: trasforma le situazioni di conflitto disarmando l’ostilità, disinnescando la ritorsione, rendendo l’altro capace di fidarsi.

Questa pace evangelica, disarmata, ha tre radici concrete:

  • a) La conversione dei cuori. La pace comincia dentro di noi, dove l’orgoglio, il risentimento, la paura possono diventare armi. La preghiera, la penitenza, la fedeltà sacramentale ci educano a questa conversione. Solo un cuore disarmato è strumento efficace della pace del Signore
  • b) La giustizia e il perdono insieme. La pace di Cristo esige giustizia che ristabilisca dignità e perdono che ricrei relazioni. Senza giustizia il perdono rischia di essere pietismo; senza perdono la giustizia può irrigidire. Il Vangelo ci chiama a camminare nelle due vie: «Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda, come Dio vi ha perdonato in Cristo» (Ef 4,32). Questa è la grammatica della pace disarmata che ci ha consegnato Papa Leone XIV.
  • c) La pratica comunitaria della riconciliazione. Pace disarmata significa costruire ponti: ascoltare i sofferenti, accogliere i migranti, difendere i poveri, contrastare ogni forma di sfruttamento e discriminazione. È un impegno che riguarda le coscienze individuali e le strutture sociali.

Maria, che la liturgia propone alla nostra venerazione in questo primo giorno del nuovo anno, è la donna di speranza e il modello autentico di pace disarmata. Maria ci insegna come si diventa operatori di una pace disarmante che disarma. Nel suo sorriso e nella sua tenerezza impariamo a chinare lo sguardo sui piccoli, sui fragili, sui sofferenti, sugli emarginati e a scegliere la logica della cura piuttosto che quella della potenza. Da Lei impariamo a restare ai piedi della croce, quando tutto sembra perduto. Maria, ci ricorderebbe don Tonino Bello, porta nel suo grembo le attese e le ferite di ciascuno; si china sul piccolo, asciuga le lacrime e ricuce le piaghe della storia. In lei vediamo la pace che non impone ma accoglie, che non umilia ma solleva. Il Signore vi benedica, vi doni pace e faccia risplendere il suo volto su di voi.

Buon Anno.

Melfi, 1° gennaio 2026

+ Ciro Fanelli
Vescovo


MESSAGGIO DEL VESCOVO IN OCCASIONE DEL 31 DICEMBRE 2025

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

MESSAGGIO IN OCCASIONE DEL 31 DICEMBRE 2025

 “Forti nella speranza per trasformare il tempo!”

 

Fratelli e sorelle carissimi,

  1. ci raccogliamo oggi alla soglia dell’anno che muore e all’aurora dell’anno che viene, e il nostro sguardo si volge al mistero che più di ogni altro avvolge la nostra esistenza: il tempo. Non come fredda successione di ore, né come crudele potenza che divora i suoi figli — immagine del Cronos pagano — ma come orizzonte teologale, come spazio benedetto della misericordia divina. In questo tempo, Dio Padre rivela la sua tenerezza e chiama la nostra libertà a rispondere. Perciò per noi cristiani celebrare la conclusione di un anno è sempre elevare un di lode al Signore. Sant’Agostino, con la profondità che gli appartiene, si domandava: «Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so» (Confessioni XI,14). Egli ci apre gli occhi sull’interiorità del tempo: memoria che custodisce, intelletto che ora guarda, attesa che spera. In ciascuna di queste dimensioni si manifesta la cura di Dio. Il tempo, dunque, non è misura che imprigiona, ma grembo dove la misericordia si rinnova.
  1. Il nostro tempo è nelle mani di un Dio che è amore e misericordia. La Scrittura ci fa ascoltare il suo volto: Dio è lento all’ira, ricco di amore; tutto concorre al bene di quelli che lo amano (cfr. Rm 8,28). Anche i nostri limiti, le nostre cadute, le nostre attese trovano posto nella sua misericordia. Ogni istante è avvolto dalla sua provvidenza e può fiorire in redenzione. Ogni attimo della vita è un’opportunità per realizzarci come figli. Quando «venne la pienezza dei tempi», il Padre inviò il Figlio nella storia umana (cfr. Gal 4,4): così il kairos diventa presente nel Non esistono attimi privi di significato; ogni incontro, ogni decisione, ogni fatica è occasione per conformarci al volto del Cristo. Come ci ricorda il Salmo, dobbiamo imparare a contare nella luce della fede i giorni che Dio ci dona per giungere alla sapienza del cuore (cfr. Sal 90,12): che ciascuno sappia riconoscere nei giorni donatici l’invito a crescere nella filiazione divina.
  1. Gesù stesso ci indica il cammino vero e il criterio della verità: in Gesù troviamo la via che ci porta a Dio e a riconoscerlo come Padre. Solo il Verbo eterno incarnato rende udibile e credibile il Vangelo per ogni epoca; solo in lui la nostra speranza trova fondamento e slancio. Perciò la speranza cristiana non è vano auspicio, ma è un dono di Dio, una virtù teologale che orienta il presente verso la pienezza promessa. Siamo tutti salvati nella speranza, perciò essa ci conferisce pazienza nelle prove e operosità nell’attesa (cfr. Rm 8,24–25). Non è attesa vuota, oziosa, ma forza che rende fecondo il tempo presente.
  1. La vita intera ci è data per contribuire alla costruzione del Regno: un Regno di giustizia e di pace, di verità, di libertà e di amore. Il profeta Michea ci indica quale sia la via che il credente deve percorrere, sempre, ma soprattutto nei momenti: praticare la giustizia, amare la misericordia, camminare umilmente con il Signore (cfr. Mic 6,8). Pensiamo alle guerre che in tante parti del mondo spargono sangue, morte, dolore, angoscia e alimentano odio. Pensiamo agli anziani soli. Teniamo presenti i tanti giovani senza prospettive per il futuro. Ricordiamoci dei tanti lavoratori che per logiche disumane si ritrovano senza lavoro. La speranza cristiana non è una astrazione consolatoria, ma è stile di vita: è forza per trasformare il tempo presente che sembra cristallizzato nell’egoismo distruttivo, Avere speranza è praticare la giustizia nelle relazioni, costruire la pace nelle case e nelle comunità, fare verità con carità, esercitare la libertà per il bene comune. Solo Spirito Santo porta consolazione ai cuori feriti e libertà agli oppressi (cfr. Is 61,1–2) servendosi di noi: il tempo che Dio ci dona sia strumento di tale azione salvifica.
  1. Guardiamo a Maria, Madre del Divino Amore. Ella ha saputo assumere i giorni e consacrarli al progetto divino; segni di questo abbondono che trasforma la storia sono stati il «fiat» dell’Annunciazione, il canto del Magnificat, silenzio sotto la croce, la ferma speranza che non ha mai vacillato. Maria non è stata schiava del cronos; non si è lasciata sconfiggere da un tempo senza Dio; ma è stata capace di riempire ogni situazione ogni attimo della sua esistenza con la fede e la speranza divenendo totalmente libera per amare. Dalla sua esperienza impariamo che la libertà cristiana è la capacità di impiegare gli istanti della vita per il servizio, trasformandoli in tempo sacro.
  1. Per la nostra Chiesa diocesana, questo tempo nuovo che ci attende è segnato da una singolare occasione di grazia. Dal prossimo 11 ottobre 2026 si aprirà il Sinodo diocesano: non sarà un’attuazione di prassi amministrativa ecclesiastica, ma un vero evento di grazia che può impreziosire e trasformare la nostra vita comunitaria. Il Sinodo è una grande opportunità per ridire il Vangelo in modo credibile e udibile da tutti; per rifare il tessuto ecclesiale delle nostre comunità, ripartendo dalla comunione e dalla fraternità; per restituire speranza al mondo che ascolta e attende parole e gesti di verità e tenerezza. Vi esorto, pertanto, a prepararvi con cuore orante, con orecchio attento e con lo zelo della carità: partecipare al Sinodo è mettere il proprio tempo e le proprie forze al servizio della nuova evangelizzazione, affinché la nostra Chiesa diocesana possa render maggior gloria a Dio e offrire ogni bene al popolo.
  1. Nel camminare verso tale orizzonte lasciamoci illuminare dallo spirito profetico della carità che ha animato la testimonianza di don Tonino Bello. Parafrasando il suo esemplare impegno, diremo che il Vangelo non è un ideale lontano, ma una chiamata a spendere la vita per gli altri: “chi non vive per servire, non serve per vivere”. La Chiesa è autentica quando si fa prossima ai poveri e si lascia trasformare dalla tenerezza: la chiesa o evangelizza o si mondanizza e muore. Custodiamo la speranza: essa non è consolazione passiva, ma fiducia operosa che ci spinge a costruire giustizia e fraternità qui e ora. Che queste parole, ispirate alla sua voce, divengano per noi sprone e guida. Il Signore vi benedica.

Melfi, 31 dicembre 2025

+ Ciro Fanelli
Vescovo


OMELIA DEL VESCOVO NELLA CHIUSURA DEL GIUBILEO DELLA SPERANZA

OMELIA

NELLA CHIUSURA DEL GIUBILEO DELLA SPERANZA

MELFI – BASILICA CATTEDRALE

 

28 DICEMBRE 2025

Fratelli e sorelle,
carissimi fratelli presbiteri, diaconi, seminaristi e persone consacrate,

  1. oggi ci ritroviamo qui nella Chiesa Cattedrale per il rito che segna la chiusura dell’Anno giubilare della speranza. È un momento solenne: con gratitudine ricordiamo i doni ricevuti, i passi fatti, le conversioni operate nel nostro cuore. Ma ricordiamo anche, fin dall’inizio, che la conclusione di un anno santo non può esaurire ciò che la grazia ha iniziato. Il Giubileo 2025, indetto da Papa Francesco, si chiude oggi in tutte le chiese particolari, ma la vocazione a essere popolo che spera non termina — essa continua nella vita quotidiana di ciascuno di noi. La speranza, per noi cristiani, non è solo un sentimento passeggero: è una dimensione profonda che radica la nostra esistenza in Dio e orienta la storia verso il suo compimento. «La speranza non delude» (Rom 5,5): questa parola dell’apostolo Paolo sia sempre il nostro appoggio. Come ricordava spesso Papa Francesco, “Non lasciamoci rubare la speranza.”
  1. Nel corso di questo anno la diocesi ha indicato alcuni luoghi giubilari dove i fedeli hanno potuto lucrare il dono dell’indulgenza: la Cattedrale di Melfi, il Santuario di San Donato in Ripacandida, il Santuario di Santa Maria di Pierno e la Chiesa della Santissima Trinità in Venosa. Questi luoghi sono stati tappe concrete di grazia e di incontro, segni visibili di una Chiesa che accoglie e accompagna e dona pace. Ma non solo i luoghi sacri sorgente di misericordia: santuari di speranza sono stati anche i fratelli e le sorelle segnati dalla sofferenza — i malati, i disoccupati, i poveri, gli anziani, chi è solo o emarginato — nei quali abbiamo incontrato il volto sofferente di Cristo. «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40): in loro il Giubileo si è fatto carne, e attraverso la visita, l’ascolto e la carità abbiamo ricevuto e donato consolazione e speranza.
  1. Vorrei in questa riflessione sottolineare una distinzione importante e tre atteggiamenti concreti che possono aiutarci a tradurre la speranza in vita. La grande distinzione che non dobbiamo mai dimenticare come battezzati è che l’atteggiamento umano di apertura alla vita con speranza e la virtù cristiana della speranza non sono la stessa cosa, anche se si intrecciano.
  • L’atteggiamento umano della speranza è una predisposizione interiore, una disposizione ottimistica o il desiderio che le cose migliorino. Può consolare, ma resta un sentimento vulnerabile, legato alle circostanze.
  • La virtù cristiana della speranza è invece un dono di Dio, infusa dallo Spirito, che rende il cristiano aperto ontologicamente alla fiducia in Dio e predisposto a credere nella realizzazione della promessa ultima, il Regno. La speranza cristiana, infatti, non è fuga dal reale, ma sguardo che illumina la realtà con la certezza che Dio è sempre fedele. È rivolta al compimento escatologico dell’esistenza e della storia, ma agisce già qui, nella vita terrena, trasformando i passi quotidiani, portandoci in ogni situazione a dire con l’apostolo Pietro: «Benedetto sia Dio… che ci ha rigenerati per una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo» (1 Pt 1,3).
  1. Dalla virtù della speranza nascono tre atteggiamenti che dobbiamo sempre tenere presenti per vivere da discepoli del Risorto:
  • a. La speranza è lo sguardo della fede sulla storia.

La speranza cristiana non nega le difficoltà, le ingiustizie, il dolore. Ma le guarda con gli occhi della promessa: Dio entra nella storia, la prende su di sé, la trasforma. Vedere la storia con luce della fede significa riconoscere i semi del Regno nei gesti semplici di amore e nell’impegno per la giustizia, significa distinguere i passi di Dio anche quando sembrano nascosti.  Pensiamo alla famiglia di Nazareth la cui festa celebriamo oggi: davanti ad eventi che avrebbero potuto generare paura — la nascita umile a Betlemme, la fuga in Egitto, il ritorno ad una vita umile a Nazareth — Maria e Giuseppe custodiscono uno sguardo che sa leggere la presenza di Dio nei segni più poveri della storia. Maria e Giuseppe ci insegnano che sperare è guardare avanti con fiducia in Dio: non è una cieca attesa, ma una lettura dei segni di Dio nel quotidiano.

  • b. La speranza è anche la fede che cammina.

La virtù della speranza non è statica: ci mette in cammino. È fiducia che spinge all’azione, che percorre le vie dove è necessario testimoniare il Vangelo. Pellegrinaggio, missione, servizio: tutto nasce da una fede che non si ferma davanti agli ostacoli.

Nella vita di Gesù e nella famiglia di Nazareth vediamo questo cammino concreto: c’è il viaggio, l’accoglienza, il lavoro quotidiano, la responsabilità di prendersi cura l’uno dell’altro. La speranza è il “passo” che si deve compiere ogni giorno, anche quando la destinazione non è totalmente chiara e visibile. Lo Spirito però rinnova le forze del cammino: «Ma quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si innalzano con ali come aquile» (Is 40,31).

  • c. La speranza è la fede che si fa fedeltà e perseveranza.

La terza dimensione è la perseveranza: la speranza cristiana educa alla costanza nella bontà e nella fedeltà. Non è un fuoco d’artificio che illumina un attimo, ma una brace che riscalda il lungo cammino. La fede che si fa opera quotidiana — preghiera, carità, pazienza nelle prove — rende perseveranti nelle scelte di bene.

La santa famiglia di Nazareth è scuola di questa perseveranza: silenziosa fedeltà alle piccole cose, laboriosità, accompagnamento reciproco nella crescita di Gesù. Non clamore, ma fede costante. La chiesa nel suo costante insegnamento ci invita a non arrenderci mai davanti alle difficoltà e ribadisce con forza: Il Signore non ci abbandona mai; il Signore non ci delude. Questo ci sostiene nella fedeltà quotidiana. Siamo chiamati a «portare i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2) come segno concreto di speranza che persevera nell’amore.

  1. In questo spirito desidero richiamare l’attenzione sul prossimo Sinodo Diocesano che, a Dio piacendo, apriremo il prossimo 11 ottobre: la nostra diocesi è chiamata in questo tempo a vivere pienamente la comunione per discernere e disegnare nuovi percorsi di evangelizzazione. Il Sinodo non è un evento chiuso nei palazzi, ma un cammino condiviso che richiede la partecipazione di tutti — parrocchie, associazione, movimenti, famiglie, giovani, anziani — per ascoltare lo Spirito e capire insieme dove il Signore ci invia. Che il prossimo Sinodo diventi luogo di speranza incarnata: un tempo in cui, con lo sguardo della fede, ci mettiamo in cammino e con perseveranza costruiamo nuove vie per annunciare il Vangelo nelle condizioni concrete della nostra gente. Invito ciascuno a prenderne parte con responsabilità e con fiducia, offrendo i propri doni, le proprie ferite e il proprio desiderio di servire.
  1. Questi tre atteggiamenti — lo sguardo che legge la storia nella luce della promessa, la fede che si mette in cammino, la fede che si traduce in fedeltà perseverante — non sono idee astratte: sono vie pratiche. E la famiglia di Nazareth è il modello che ci mostra come la speranza può diventare stile di vita. Non una speranza che ci sottrae al mondo, ma una speranza incarnata, che abita la storia e la trasforma dall’interno.Concludendo: il rito che oggi viviamo chiude simbolicamente un tempo giubilare, ma non chiude il cammino esistenziale che siamo chiamati a portare avanti. Restiamo pellegrini di speranza: nel lavoro, nelle relazioni, nelle fragilità e nelle gioie. Continuiamo a guardare la storia con gli occhi della fede, continuiamo a camminare nel coraggio del servizio, continuiamo a rendere la speranza pratica e perseverante nelle scelte quotidiane. Ricordiamoci, come ci esorta Papa Francesco, “Non lasciamoci rubare la speranza”: custodiamola e viviamola.

Affidiamo tutto a Maria, Madre della speranza, e a San Giuseppe, modello di fede operosa; chiediamo a Gesù, «più forte speranza» per il mondo, la grazia di essere testimoni credibili: poveri di mezzi forse, ma ricchi della certezza che Dio mantiene la sua parola. E, come recita la Preghiera semplice di san Francesco, di cui nel prossimo anno celebreremo l’VIII centenario della morte, chiediamo con cuore sincero: «Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace». E ricordiamoci ogni giorno: la speranza non delude. Buon cammino.