COSTITUZIONE DELLE COMUNITA’ PASTORALI NEI COMUNI DI MELFI, RIONERO, VENOSA E LAVELLO

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

AI FEDELI DELLA DIOCESI DI MELFI-RAPOLLA-VENOSA

 

LA COSTITUZIONE DELLE COMUNITA’ PASTORALI
NEI COMUNI DI MELFI, RIONERO, VENOSA E LAVELLO

 

IL SEME DELLA COMUNIONE CHE DIVENTA MISSIONE

«Ecco, il seminatore uscì a seminare» (Matteo 13,3)

 

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,

Entriamo in questi giorni in una pagina di straordinaria grazia per la nostra Chiesa particolare di Melfi-Rapolla-Venosa. Nel giorno luminoso in cui la Chiesa celebra la Natività della Beata Vergine Maria – il primo, dolcissimo germoglio di quella aurora che avrebbe condotto al Salvatore – la nostra diocesi compie un passo coraggioso e storico nel suo cammino pastorale: la costituzione delle “comunità pastorali”.

È un processo che si avvia nel segno di Maria. Ella, che nel silenzio di Nazareth ha custodito il mistero senza possederlo, ci prende per mano in questo “inizio”. La sua nascita ci ricorda che i grandi disegni di Dio passano attraverso la piccolezza di un “sì” filiale, pronunciato con coraggio e senza riserve.

Dio ama gli inizi. Ama ciò che germoglia nel silenzio, racchiuso nella fragile potenza di un seme. Ebbene, con la trepidazione nel cuore e la certezza della guida dello Spirito Santo, desidero annunciare ufficialmente a tutta la comunità diocesana la nascita di quattro grandi Comunità pastorali, che raccolgono in unità organica le parrocchie dei singoli centri cittadini: Melfi, Rionero, Venosa e Lavello.

Non si tratta di una semplice operazione burocratica o di una fredda riorganizzazione amministrativa. È un atto di profonda fiducia nello Spirito Santo e di fedeltà al Vangelo. In questo cammino ci guidano con forza le parole che Papa Leone XIV ha recentemente pronunciato sulla comunione. Il Santo Padre ci ha messo esplicitamente in guardia da ogni forma di «campanilismo diffidente e divisivo», ricordandoci l’urgenza di custodire la comunione «tra le parrocchie e, al loro interno, tra pastori e fedeli, tra i diversi carismi e ministeri».

A questo appello si unisce quanto lo stesso Pontefice ha ribadito nel maggio di quest’anno, nel suo discorso all’Assemblea della CEI, indicandoci la via maestra del «coraggio dell’essenziale». Papa Leone XIV ci ha esortato ad avere il «coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo; il coraggio di organismi di partecipazione vivi; il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande; il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri».

Le quattro nuove Comunità pastorali nascono proprio per concretizzare questi inviti: per superare le frammentazioni, per mettere in circolo i carismi e passare decisamente dalla logica del «mio» a quella del «nostro». Dalla mia parrocchia alla Chiesa diocesana; dal mio piccolo gruppo alla vastità della missione.

Questo passo si inserisce in un orizzonte ancora più vasto e provvidenziale: tra un mese esatto, l’11 ottobre, la nostra Chiesa diocesana vivrà infatti il tempo di grazia dell’apertura del Sinodo diocesano. L’avvio delle Comunità pastorali non è dunque un punto d’arrivo, ma il terreno fertile e il primo atto coraggioso in cui il Sinodo comincia a prendere carne, chiamandoci tutti – pastori, consacrati e laici – a riflettere insieme, a discernere la voce dello Spirito e a ridisegnare con il tratto della corresponsabilità il volto della nostra presenza missionaria sul territorio.

Dobbiamo credere che è possibile fare delle nostre comunità “case e scuole di comunione”, con un volto missionario, in un mondo spesso indifferente ai valori del Vangelo. Questa convinzione non nasce da un facile ottimismo umano o da strategie organizzative, ma dalla certezza incrollabile che il Signore della vita continua a operare in mezzo a noi. Come ci ammonisce con straordinaria efficacia sant’Agostino, ricordandoci che il cuore della Chiesa batte nell’unità dello Spirito: «Chi vuole possedere la carità, possieda l’unità; chi vuole possedere l’unità, possieda la carità». Diventare casa ed educarci a essere scuola di comunione significa proprio questo: superare ogni divisione per fare della nostra appartenenza ecclesiale un corpo vivo, dove la grazia di Cristo ci rende davvero un sol cuore e un’anima sola.

La Chiesa italiana, in questi anni, riflettendo sulla ministerialità e sul volto della Chiesa, ci ha ricordato che la conversione pastorale non consiste semplicemente nel «ritoccare le sagome delle strutture esistenti, ma nel riscoprire la grazia di una Chiesa che si genera nell’ascolto e nella corresponsabilità, dove i battezzati non sono meri utenti di servizi religiosi, ma soggetti attivi della Buona Notizia». Questa è la visione che deve animare le nostre nuove comunità pastorali.

Questa comunione, tuttavia, per essere vera non può ridursi a un enunciato teorico o a una bella proclamazione di principio: essa va vissuta nei fatti, nella concretezza delle relazioni quotidiane. Ce lo ricorda con accorata forza l’apostolo Paolo nel suo celebre “Inno alla carità”: la comunione autentica «è magnanima, è benevola; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse». È questa carità operosa che ci chiede di deporre ogni gelosia parrocchiale e ogni risentimento, perché senza di essa anche le nostre strutture più perfette rimarrebbero soltanto «un bronzo che rimbomba o un cembalo che strepita».

Dobbiamo impegnarci tutti, raccogliendo l’invito che Papa Leone XIV ci ha rivolto all’Angelus, ricordandoci che «nessuno può sentirsi esonerato o spettatore di fronte alla chiamata del Signore, ma ciascuno è chiamato a mettere i propri doni a servizio della comunione e della costruzione del Regno».

A voi, sacerdoti chiamati a reggere queste comunità — penso ai parroci in solido e a tutti i presbiteri coinvolti —, e a voi, laici ed operatori pastorali, chiedo di custodire la docilità filiale di Maria. La grandezza della Chiesa non risiede nell’efficienza delle strutture, ma nella capacità di vivere la comunione fraterna come profezia per il mondo. Nessuno perda la propria identità o la ricchezza del proprio cammino passato: tutto viene custodito sotto lo sguardo della Vergine, inserito in un abbraccio più grande, in un mosaico di corresponsabilità e di unanime annuncio.

Vi sono giorni in cui la terra sembrerà faticosa e le resistenze non mancheranno. Ma ricordiamoci delle parole e dell’esempio di Maria: Ella non conosceva in anticipo l’intero tracciato della sua esistenza, le è bastato fidarsi e compiere il passo successivo.

Iniziamo insieme questo cammino. Il seme è deposto nelle nostre mani; la forza della crescita appartiene unicamente a Dio. Affido le nostre quattro comunità — Melfi, Rionero, Venosa e Lavello — e il cammino sinodale che ci attende alla protezione materna della Vergine Santissima, perché ci ottenga la grazia di essere una Chiesa umile, docile e unita.  A tutti voi, la mia benedizione di padre e di pastore nel nome del Signore.

Melfi, 8 settembre 2026 – Festa della Natività della B.V. Maria.

+ Ciro Fanelli
Vescovo