«Diventate ciò che ricevete» – L’EUCARISTIA, FONTE DELLA CHIESA E FORMA DELLA VITA CRISTIANA

CIRO FANELLI

VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA

 

«Diventate ciò che ricevete»

L’EUCARISTIA, FONTE DELLA CHIESA E FORMA DELLA VITA CRISTIANA

Omelia in occasione della solennità del Corpus Domini

7 giugno 2026

 

Carissimi fratelli e sorelle,

  1. quando ci raduniamo per celebrare l’Eucaristia, siamo posti davanti al mistero più grande che la Chiesa custodisce e vive. Non siamo convocati semplicemente per adempiere un precetto religioso, né per partecipare a una pia pratica di devozione. Siamo convocati dal Signore Risorto che continua a radunare il suo popolo per renderlo partecipe della sua Pasqua. Il Concilio Vaticano II ci ricorda che l’Eucaristia è «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (LG 11). Fonte, perché da essa scaturisce la vita nuova che nasce dalla Pasqua di Cristo; apice, perché tutta l’esistenza del credente e tutta la missione della Chiesa tendono verso quella comunione piena con Dio che nell’Eucaristia è anticipata sacramentalmente. Eppure dobbiamo riconoscerlo con sincerità: non sempre partecipiamo alla celebrazione con questa consapevolezza. Talvolta la familiarità con i gesti e le parole della liturgia rischia di generare assuefazione. La celebrazione può apparire ripetitiva e il mistero può essere oscurato dall’abitudine. Accade allora che si partecipi con il corpo ma non con il cuore, presenti fisicamente ma interiormente lontani.
  1. La Chiesa, invece, ci invita continuamente a riscoprire che l’Eucaristia non è qualcosa che assistiamo dall’esterno, ma un mistero nel quale siamo coinvolti personalmente ed ecclesialmente. Come afferma la Costituzione sulla Sacra Liturgia, i fedeli non devono essere «estranei o muti spettatori», ma partecipare «consapevolmente, piamente e attivamente» al mistero celebrato. Questa affermazione trova il suo fondamento in una verità teologica fondamentale: la celebrazione eucaristica è azione di Cristo e della Chiesa. Spesso si pensa che il celebrante sia esclusivamente il sacerdote. In realtà, secondo la grande tradizione ecclesiale recuperata dal Concilio, il soggetto della celebrazione è l’intera assemblea convocata dal Signore. Il ministro ordinato presiede in persona Christi, ma l’Eucaristia è l’azione del Corpo di Cristo che è la Chiesa. Nella Preghiera eucaristica non troviamo quasi mai l’io del sacerdote, ma il “noi” della Chiesa: «Noi ti rendiamo grazie», «Noi ti offriamo», «Noi celebriamo il memoriale». Quel “noi” esprime il popolo sacerdotale che, unito al suo Signore, offre al Padre il sacrificio di lode e offre insieme la propria vita. Per questo ogni Eucaristia è molto più di una commemorazione. È il memoriale della Pasqua del Signore. E il memoriale, nella tradizione biblica, non è un semplice ricordo del passato. Nello zikkaron di Israele, l’evento salvifico viene reso presente ed efficace nell’oggi della comunità. Quando celebriamo l’Eucaristia, non ricordiamo soltanto ciò che Gesù ha fatto duemila anni fa. Lo Spirito Santo rende presente qui e ora l’unico sacrificio pasquale di Cristo. Il Crocifisso-Risorto si dona nuovamente alla sua Chiesa e la introduce nella comunione con il Padre. Per questo l’altare è il luogo in cui il cielo incontra la terra, il tempo si apre all’eternità e la storia umana viene raggiunta dalla potenza salvifica di Dio. Ma vi è una seconda verità che la tradizione cristiana ha sempre custodito: se la Chiesa fa l’Eucaristia, l’Eucaristia fa la Chiesa.
  1. Ogni volta che il sacrificio eucaristico viene celebrato, il Signore non soltanto si dona al suo popolo, ma lo plasma e lo trasforma. L’Eucaristia genera continuamente la Chiesa come mistero di comunione. Lo afferma con forza san Giovanni Paolo II: «La Chiesa vive dell’Eucaristia». Essa vive dell’Eucaristia perché da essa riceve continuamente la propria identità più profonda. Infatti la comunione eucaristica non è semplicemente un gesto individuale di pietà. Essa realizza e manifesta la comunione ecclesiale. Nutrendoci dell’unico Pane, diventiamo un solo Corpo. San Paolo lo afferma con chiarezza: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo» (1Cor 10,17). L’Eucaristia, dunque, non costruisce soltanto il rapporto personale con Cristo; costruisce anche il rapporto dei credenti tra loro. Per questo ogni divisione, ogni chiusura, ogni forma di egoismo contraddice ciò che celebriamo. Non possiamo accostarci alla mensa del Signore e rimanere prigionieri dell’indifferenza. Non possiamo ricevere il sacramento dell’unità e alimentare nella vita quotidiana logiche di separazione, rivalità o esclusione. L’Eucaristia ci educa progressivamente alla forma stessa dell’esistenza di Gesù. Il pane spezzato e il vino versato sono il linguaggio sacramentale di una vita totalmente donata. In quei segni è racchiusa l’intera esistenza del Signore: una vita vissuta come offerta al Padre e servizio ai fratelli. Quando Gesù dice: «Questo è il mio corpo offerto per voi», non interpreta soltanto la sua morte imminente; offre la chiave di lettura di tutta la sua esistenza. Egli è l’uomo che vive totalmente per il Padre e totalmente per gli altri.
  1. Partecipare all’Eucaristia significa entrare in questo dinamismo pasquale del dono. Significa lasciarsi liberare dall’autoreferenzialità che chiude il cuore e lasciarsi conformare alla logica evangelica della gratuità. Per questo sant’Agostino poteva rivolgersi ai fedeli con una delle espressioni più profonde della tradizione cristiana: «Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete». Riceviamo il Corpo di Cristo per diventare Corpo di Cristo. Riceviamo il Pane della vita perché la nostra vita diventi pane spezzato per i fratelli. Riceviamo il sacramento della comunione per diventare artigiani di comunione nella storia. E qui comprendiamo come l’Eucaristia non si esaurisca entro le mura della chiesa. Ogni celebrazione termina con un invio missionario. La liturgia conduce necessariamente alla testimonianza. Il mistero celebrato domanda di essere tradotto in vita. La costituzione pastorale Gaudium et Spes descrive la Chiesa come «fermento» e «quasi anima della società umana». Questa missione nasce precisamente dall’Eucaristia. Là impariamo che Dio non salva l’uomo sottraendolo alla storia, ma trasformando la storia dall’interno mediante l’amore. Per questo i Padri della Chiesa hanno sempre collegato l’altare ai poveri.
  1. San Giovanni Crisostomo ammoniva i suoi fedeli: «Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non trascurarlo quando lo vedi nudo». È una parola che conserva tutta la sua forza profetica. Il Corpo di Cristo che adoriamo nel sacramento è lo stesso Corpo che incontriamo nei poveri, nei sofferenti, negli esclusi, nelle periferie esistenziali del nostro tempo. L’Eucaristia diventa allora criterio di discernimento della verità della nostra vita cristiana. La nostra partecipazione alla Messa è autentica quando genera misericordia. La nostra comunione è vera quando produce fraternità. La nostra adorazione è sincera quando si traduce in carità. La nostra fede è credibile quando diventa servizio. Carissimi, ogni volta che ci accostiamo all’altare il Signore ci invita a entrare nel suo mistero pasquale affinché tutta la nostra esistenza sia trasformata. Non ci chiede semplicemente di assistere a un rito. Ci chiede di offrirci con Lui. Non ci chiede soltanto di ricevere un dono. Ci chiede di diventare dono. Non ci chiede semplicemente di ricordarlo. Ci chiede di renderlo presente nel mondo. Allora l’Eucaristia diventa davvero ciò che il Concilio proclama: fonte e apice della vita cristiana; principio di comunione ecclesiale; scuola di carità; forza trasformatrice della storia; anticipazione del Regno che viene.

Signore Gesù Cristo, Pane vivo disceso dal cielo, fa’ che, nutriti alla mensa del tuo Corpo,
sappiamo riconoscerti e amarti nei poveri, nei sofferenti, negli ultimi,
nei quali continui misteriosamente a venirci incontro.

A Te, Signore Gesù, con il Padre e lo Spirito Santo, ogni onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Melfi 7 giugno 2026 – Solennità del Corpo e del Sangue del Signore

✠ Ciro Fanelli
Vescovo