OMELIA
NELLA CHIUSURA DEL GIUBILEO DELLA SPERANZA
MELFI – BASILICA CATTEDRALE

28 DICEMBRE 2025
Fratelli e sorelle,
carissimi fratelli presbiteri, diaconi, seminaristi e persone consacrate,
- oggi ci ritroviamo qui nella Chiesa Cattedrale per il rito che segna la chiusura dell’Anno giubilare della speranza. È un momento solenne: con gratitudine ricordiamo i doni ricevuti, i passi fatti, le conversioni operate nel nostro cuore. Ma ricordiamo anche, fin dall’inizio, che la conclusione di un anno santo non può esaurire ciò che la grazia ha iniziato. Il Giubileo 2025, indetto da Papa Francesco, si chiude oggi in tutte le chiese particolari, ma la vocazione a essere popolo che spera non termina — essa continua nella vita quotidiana di ciascuno di noi. La speranza, per noi cristiani, non è solo un sentimento passeggero: è una dimensione profonda che radica la nostra esistenza in Dio e orienta la storia verso il suo compimento. «La speranza non delude» (Rom 5,5): questa parola dell’apostolo Paolo sia sempre il nostro appoggio. Come ricordava spesso Papa Francesco, “Non lasciamoci rubare la speranza.”
- Nel corso di questo anno la diocesi ha indicato alcuni luoghi giubilari dove i fedeli hanno potuto lucrare il dono dell’indulgenza: la Cattedrale di Melfi, il Santuario di San Donato in Ripacandida, il Santuario di Santa Maria di Pierno e la Chiesa della Santissima Trinità in Venosa. Questi luoghi sono stati tappe concrete di grazia e di incontro, segni visibili di una Chiesa che accoglie e accompagna e dona pace. Ma non solo i luoghi sacri sorgente di misericordia: santuari di speranza sono stati anche i fratelli e le sorelle segnati dalla sofferenza — i malati, i disoccupati, i poveri, gli anziani, chi è solo o emarginato — nei quali abbiamo incontrato il volto sofferente di Cristo. «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40): in loro il Giubileo si è fatto carne, e attraverso la visita, l’ascolto e la carità abbiamo ricevuto e donato consolazione e speranza.
- Vorrei in questa riflessione sottolineare una distinzione importante e tre atteggiamenti concreti che possono aiutarci a tradurre la speranza in vita. La grande distinzione che non dobbiamo mai dimenticare come battezzati è che l’atteggiamento umano di apertura alla vita con speranza e la virtù cristiana della speranza non sono la stessa cosa, anche se si intrecciano.
- L’atteggiamento umano della speranza è una predisposizione interiore, una disposizione ottimistica o il desiderio che le cose migliorino. Può consolare, ma resta un sentimento vulnerabile, legato alle circostanze.
- La virtù cristiana della speranza è invece un dono di Dio, infusa dallo Spirito, che rende il cristiano aperto ontologicamente alla fiducia in Dio e predisposto a credere nella realizzazione della promessa ultima, il Regno. La speranza cristiana, infatti, non è fuga dal reale, ma sguardo che illumina la realtà con la certezza che Dio è sempre fedele. È rivolta al compimento escatologico dell’esistenza e della storia, ma agisce già qui, nella vita terrena, trasformando i passi quotidiani, portandoci in ogni situazione a dire con l’apostolo Pietro: «Benedetto sia Dio… che ci ha rigenerati per una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo» (1 Pt 1,3).
- Dalla virtù della speranza nascono tre atteggiamenti che dobbiamo sempre tenere presenti per vivere da discepoli del Risorto:
- a. La speranza è lo sguardo della fede sulla storia.
La speranza cristiana non nega le difficoltà, le ingiustizie, il dolore. Ma le guarda con gli occhi della promessa: Dio entra nella storia, la prende su di sé, la trasforma. Vedere la storia con luce della fede significa riconoscere i semi del Regno nei gesti semplici di amore e nell’impegno per la giustizia, significa distinguere i passi di Dio anche quando sembrano nascosti. Pensiamo alla famiglia di Nazareth la cui festa celebriamo oggi: davanti ad eventi che avrebbero potuto generare paura — la nascita umile a Betlemme, la fuga in Egitto, il ritorno ad una vita umile a Nazareth — Maria e Giuseppe custodiscono uno sguardo che sa leggere la presenza di Dio nei segni più poveri della storia. Maria e Giuseppe ci insegnano che sperare è guardare avanti con fiducia in Dio: non è una cieca attesa, ma una lettura dei segni di Dio nel quotidiano.
- b. La speranza è anche la fede che cammina.
La virtù della speranza non è statica: ci mette in cammino. È fiducia che spinge all’azione, che percorre le vie dove è necessario testimoniare il Vangelo. Pellegrinaggio, missione, servizio: tutto nasce da una fede che non si ferma davanti agli ostacoli.
Nella vita di Gesù e nella famiglia di Nazareth vediamo questo cammino concreto: c’è il viaggio, l’accoglienza, il lavoro quotidiano, la responsabilità di prendersi cura l’uno dell’altro. La speranza è il “passo” che si deve compiere ogni giorno, anche quando la destinazione non è totalmente chiara e visibile. Lo Spirito però rinnova le forze del cammino: «Ma quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si innalzano con ali come aquile» (Is 40,31).
- c. La speranza è la fede che si fa fedeltà e perseveranza.
La terza dimensione è la perseveranza: la speranza cristiana educa alla costanza nella bontà e nella fedeltà. Non è un fuoco d’artificio che illumina un attimo, ma una brace che riscalda il lungo cammino. La fede che si fa opera quotidiana — preghiera, carità, pazienza nelle prove — rende perseveranti nelle scelte di bene.
La santa famiglia di Nazareth è scuola di questa perseveranza: silenziosa fedeltà alle piccole cose, laboriosità, accompagnamento reciproco nella crescita di Gesù. Non clamore, ma fede costante. La chiesa nel suo costante insegnamento ci invita a non arrenderci mai davanti alle difficoltà e ribadisce con forza: Il Signore non ci abbandona mai; il Signore non ci delude. Questo ci sostiene nella fedeltà quotidiana. Siamo chiamati a «portare i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2) come segno concreto di speranza che persevera nell’amore.
- In questo spirito desidero richiamare l’attenzione sul prossimo Sinodo Diocesano che, a Dio piacendo, apriremo il prossimo 11 ottobre: la nostra diocesi è chiamata in questo tempo a vivere pienamente la comunione per discernere e disegnare nuovi percorsi di evangelizzazione. Il Sinodo non è un evento chiuso nei palazzi, ma un cammino condiviso che richiede la partecipazione di tutti — parrocchie, associazione, movimenti, famiglie, giovani, anziani — per ascoltare lo Spirito e capire insieme dove il Signore ci invia. Che il prossimo Sinodo diventi luogo di speranza incarnata: un tempo in cui, con lo sguardo della fede, ci mettiamo in cammino e con perseveranza costruiamo nuove vie per annunciare il Vangelo nelle condizioni concrete della nostra gente. Invito ciascuno a prenderne parte con responsabilità e con fiducia, offrendo i propri doni, le proprie ferite e il proprio desiderio di servire.
- Questi tre atteggiamenti — lo sguardo che legge la storia nella luce della promessa, la fede che si mette in cammino, la fede che si traduce in fedeltà perseverante — non sono idee astratte: sono vie pratiche. E la famiglia di Nazareth è il modello che ci mostra come la speranza può diventare stile di vita. Non una speranza che ci sottrae al mondo, ma una speranza incarnata, che abita la storia e la trasforma dall’interno.Concludendo: il rito che oggi viviamo chiude simbolicamente un tempo giubilare, ma non chiude il cammino esistenziale che siamo chiamati a portare avanti. Restiamo pellegrini di speranza: nel lavoro, nelle relazioni, nelle fragilità e nelle gioie. Continuiamo a guardare la storia con gli occhi della fede, continuiamo a camminare nel coraggio del servizio, continuiamo a rendere la speranza pratica e perseverante nelle scelte quotidiane. Ricordiamoci, come ci esorta Papa Francesco, “Non lasciamoci rubare la speranza”: custodiamola e viviamola.
Affidiamo tutto a Maria, Madre della speranza, e a San Giuseppe, modello di fede operosa; chiediamo a Gesù, «più forte speranza» per il mondo, la grazia di essere testimoni credibili: poveri di mezzi forse, ma ricchi della certezza che Dio mantiene la sua parola. E, come recita la Preghiera semplice di san Francesco, di cui nel prossimo anno celebreremo l’VIII centenario della morte, chiediamo con cuore sincero: «Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace». E ricordiamoci ogni giorno: la speranza non delude. Buon cammino.





