
CIRO FANELLI
VESCOVO DI MELFI – RAPOLLA – VENOSA
Messaggio del Vescovo per il nuovo anno 2026
Fratelli e sorelle carissimi,
oggi, nel primo giorno dell’anno — primo gennaio 2026 — entriamo insieme in un tempo nuovo, come in un libro che attende d’essere scritto. Questo inizio è dono e responsabilità: è l’occasione grande per fare del Vangelo della vita la scelta che orienta ogni nostro passo. Sotto lo sguardo materno di Maria ci venga donata la grazia di aprire il cuore e le mani a quel modo di vivere che fa vera testimonianza: dalla fedeltà a Dio scaturisce la testimonianza che converte i cuori e rinnova la storia.
Nel mistero dell’Annunciazione ascoltiamo il paradigma della fedeltà autentica: «E Maria disse: “Ecco la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto”» (Lc 1,38). Quel “fiat” non fu solo parola: fu fedeltà che generò vita. È da quella fedeltà che vogliamo imparare lo stile che lega il nostro essere cristiani alla missione della pace.
Oggi, però, desidero porre con forza al centro della nostra riflessione una parola che ci ha consegnato Papa Leone XIV sin dal giorno della sua elezione: il mondo attende: diventare operatori di una pace disarmata e disarmante, portatori e testimoni della pace di Cristo. Che cosa significa questo? E come, sotto la guida di Maria donna di speranza, possiamo abbracciarlo nella vita personale e comunitaria, specialmente mentre ci prepariamo al sinodo diocesano che apriremo l’11 ottobre 2026?
1. La pace di Cristo: dono e criterio. Gesù stesso ci lascia la sua pace e ci chiama a custodirla: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come la dà il mondo, io ve la do» (Gv 14,27). E san Paolo esorta: «La pace di Cristo regni nei vostri cuori» (Col 3,15). Non è dunque una semplice assenza di conflitto: la pace evangelica è dono dello Spirito che “metter ordine” nei cuori e li rende capaci di vera riconciliazione. È una pace che nasce dal Crocifisso-Risorto: da quel volto che, nella sua fragilità e umiltà, ha vinto la violenza con l’amore.
- Pace disarmata e disarmante: un atteggiamento e una pratica.
- Pace disarmata significa rinunciare non solo alle armi materiali, ma anche alle armi interiori della durezza, dell’odio, della sete di vendetta; significa scegliere la nonviolenza nei gesti, nelle parole, nelle relazioni quotidiane.
- Pace disarmante significa diventare causa di conversione per l’altro: non imponendo la propria forza, ma spezzando la logica della violenza con la forza morale dell’amore e del perdono. È la beatitudine che Gesù proclama: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Chi pratica una pace così non si limita a evitare la guerra: trasforma le situazioni di conflitto disarmando l’ostilità, disinnescando la ritorsione, rendendo l’altro capace di fidarsi.
Questa pace evangelica, disarmata, ha tre radici concrete:
- a) La conversione dei cuori. La pace comincia dentro di noi, dove l’orgoglio, il risentimento, la paura possono diventare armi. La preghiera, la penitenza, la fedeltà sacramentale ci educano a questa conversione. Solo un cuore disarmato è strumento efficace della pace del Signore
- b) La giustizia e il perdono insieme. La pace di Cristo esige giustizia che ristabilisca dignità e perdono che ricrei relazioni. Senza giustizia il perdono rischia di essere pietismo; senza perdono la giustizia può irrigidire. Il Vangelo ci chiama a camminare nelle due vie: «Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda, come Dio vi ha perdonato in Cristo» (Ef 4,32). Questa è la grammatica della pace disarmata che ci ha consegnato Papa Leone XIV.
- c) La pratica comunitaria della riconciliazione. Pace disarmata significa costruire ponti: ascoltare i sofferenti, accogliere i migranti, difendere i poveri, contrastare ogni forma di sfruttamento e discriminazione. È un impegno che riguarda le coscienze individuali e le strutture sociali.
Maria, che la liturgia propone alla nostra venerazione in questo primo giorno del nuovo anno, è la donna di speranza e il modello autentico di pace disarmata. Maria ci insegna come si diventa operatori di una pace disarmante che disarma. Nel suo sorriso e nella sua tenerezza impariamo a chinare lo sguardo sui piccoli, sui fragili, sui sofferenti, sugli emarginati e a scegliere la logica della cura piuttosto che quella della potenza. Da Lei impariamo a restare ai piedi della croce, quando tutto sembra perduto. Maria, ci ricorderebbe don Tonino Bello, porta nel suo grembo le attese e le ferite di ciascuno; si china sul piccolo, asciuga le lacrime e ricuce le piaghe della storia. In lei vediamo la pace che non impone ma accoglie, che non umilia ma solleva. Il Signore vi benedica, vi doni pace e faccia risplendere il suo volto su di voi.
Buon Anno.
Melfi, 1° gennaio 2026
+ Ciro Fanelli
Vescovo




