Dalla porta accanto al Sinodo: la rivoluzione silenziosa di Ciro Fanelli in Basilicata

Dalla porta accanto al Sinodo: la rivoluzione silenziosa di Ciro Fanelli in Basilicata

 

Riprendiamo una intervista al Vescovo di Oreste Roberto Lanza pubblicata su LSDmagazine.com

 

Cammino di ascolto, vicinanza agli ultimi e rinnovamento spirituale del territorio. Ciro Fanelli vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa, nominato da Papa Francesco il 4 agosto 2017. Ordinazione episcopale il 18 ottobre presso la Basilica di Lucera, sabato 4 novembre 2017 entrava nella cattedrale di Melfi. Circa dieci anni fa l’aria profumava di speranza, non un capo in cima a un trono, ma un pastore entrato in punta di piedi, con l’olio della consolazione pronto per le ferite di tutti. Varcato il confine il suo primo gesto fu quello di correre subito all’ospedale locale per stringere le mani agli ammalati. Un fedele fuori dagli schemi quello che serve alla Basilicata con l’obiettivo di dare voce soprattutto a quelli che non devono o forse non possono parlare.

Eccellenza nel 2017 veniva nominato da Papa Francesco Vescovo Di Melfi-Rapolla-Venosa. Ad agosto prossimo ricorrono ben dieci anni che vive in Lucania. La domanda è: Qual è il senso di essere una Chiesa che cammina fuori dalle mura, tra la gente in Basilicata?

“Per me, questa domanda su cosa significa essere «una Chiesa che cammina fuori dalle mura, tra la gente» è un invito a confrontarmi con una sfida che ho raccolto con la nomina episcopale. Il vescovo deve essere promotore di questo cammino, che per tante ragioni (psicologiche, storiche, culturali) è sempre un continuo cambiamento. Non è stato facile. Uno snodo fondamentale in questo percorso è stata la visita pastorale che mi ha visto percorrere in due anni, dopo il tempo del covid, le 33 parrocchie della diocesi distribuite in 16 comuni. Un salto importante ora sarà il sinodo diocesano – il primo a Melfi dopo quello del 1950 – che inizierà il prossimo 11 ottobre. La pastorale, in modo particolare del vescovo, oggi deve diventare un “progetto -processo” capace di mettere al centro tre atteggiamenti: incontrare tutti, ascoltare tutto, annunciare il vangelo della vita in ogni ambiente. Questo significa per il vescovo creare sintonia con i sacerdoti per attivare percorsi di formazione e responsabilizzazione dei laici per una pastorale diffusa”.

Fermandoci a parlare di Cultura, Storia e Identità del Vulture ci sono i 950 anni della cattedrale di Melfi. Al di là delle solite pubblicità ingannevoli, convegni incontri come dire edulcorati, questa ricorrenza in verità cosa insegna e cosa vuole continuare ad insegnare sulla forza del nostro tempo?

Se si lascia da parte l’effimero degli eventi, un anniversario come i 950 anni della cattedrale di Melfi può insegnare — e continuare a insegnare — cose molto concrete sulla “forza” propulsiva che la comunità cristiana è chiamata ad essere oggi in questo territorio.  “Ricordare”, per la comunità cristiana, non è un esercizio sterile di memoria storica. E’ sicuramente un’occasione importante per riscoprire le proprie radici. Non si deve, infatti, dimenticare che Melfi, soprattutto nel Medioevo, è stata centro propulsore di importanti dinamiche per la geo-politica del tempo; crocevia di popoli; spazio geografico e culturale per la crescita di nuovi profili istituzionali (i concili, Federico II e il papato). Ricordare tutto ciò aiuta a capire che la nostra identità nasce dall’incontro e dal dialogo, non dall’esclusione. È necessario, pertanto, interpretare il presente in maniera adeguata, per costruire visioni prospettiche ampie e generative. Bisogna, però, saper passare, a mio parere, dall’individualismo al senso di appartenenza, dal pessimismo alla speranza, dalle critiche al pensiero critico.

Una domanda che si fanno tutti i lucani che in grossa parte presumibilmente non ascoltano la voce di questa  politica locale. Come possiamo salvare i vecchi borghi e le tradizioni della nostra terra dallo spopolamento. Lo spopolamento sembra strumentalmente voluto da una certa politica che vuole far partire i propri figli e non farli restare. Quanto è vero questo pensiero? Quale parola di speranza sente più urgente per i giovani che scelgono di restare o di lasciare la propria terra d’origine?

“Lo spopolamento è un processo sociale che incide negativamente sul nostro territorio e sulla vitalità delle nostre comunità. Il punto, a mio avviso, è che i giovani dovrebbero poter giungere alla decisione di “andare altrove”, per formarsi oppure per lavorare, non per costrizione ma per libera scelta in vista del raggiungimento di una personale realizzazione. Evidentemente questo comporta che i nostri paesi e le aree più vaste in cui è divisa la nostra regione vengano potenziate secondo la propria vocazione. Favorire la fuga è uccidere un territorio; significa tarpargli le ali e condannarlo alla morte. Per contrastare questa drammatica situazione bisogna   a mio parere, favorire – a livello trasversale – due atteggiamenti: il pensiero critico e la cittadinanza attiva. Far crescere cioè un “prepolitico “sano e forte.  I luoghi privilegiati per far tutto ciò sono la scuola, le realtà associative, la parrocchia, la famiglia. Unitamente a questo percorso va valorizzato il rapporto con i lucani nel mondo. Facendo in modo che possano diventare risorsa relazionale e simbolica. Dove chi resta e chi parte sono posti nelle condizioni di costruire la stessa comunità sia pure in modi diversi. Parola di speranza in una frase: identità come pratica quotidiana: coltivate relazioni, trasmettete competenze, reinventate le tradizioni. In questo modo i nostri paesi e i borghi restano vivi, anche se cambiano”.

Dallo spopolamento alle tante crisi aziendali che attanagliano il nostro territorio e su cui non viene detta la verità. Ecco mi viene da chiederle: Come affrontare la ferita della precarietà e della sicurezza nel polo industriale di San Nicola di Melfi alla luce della Dottrina Sociale?

“La domanda è molto sensibile e richiede una doppia lettura: etica e politica. Le due prospettive sono distinte ma non separate. Il punto di raccordo è il benessere sociale delle lavoratrici e dei lavoratori.  La Dottrina Sociale ricorda La domanda è molto sensibile e richiede una doppia lettura: etica e politica. Le due prospettive sono distinte ma non separate. Il punto di raccordo è il benessere sociale delle lavoratrici e dei lavoratori. L’auspicio è che le proposte operative siano sempre il frutto di un dialogo diversificato e siano coerenti con la Dottrina Sociale. In merito a san Nicola di Melfi occorre a mio parere – garantito il diritto al lavoro a tutti – progettare una seria riconversione industriale. Nuovi imprenditori devono essere intercettati e fatti partecipi di una logica, non solo di profitto, ma soprattutto di rilancio e sviluppo del territorio. Può sembrare un discorso utopico. In tempi brevi, però, bisogna contrastare la precarietà con incentivi fiscali e contrattuali per forme di occupazione stabile: sgravio per trasformazione di contratti atipici in contratti a tempo indeterminato; penalità per uso sistematico della precarietà. Con la politica devono entrare in gioco le aziende e l’università. Vanno pensati e progettati modelli alternativi: imprese sociali, cooperative di lavoratori, forme di partecipazione azionaria. L’orizzonte entro il quale muoversi deve essere quello del dialogo sociale e di un “Patto territoriale”, senza dimenticare di investire prioritariamente in servizi (sanità, istruzione, trasporti, banda larga) e  politiche abitative per rendere il territorio attrattivo. Tutto ciò non è solo politica economica: è un impegno morale e comunitario che richiede concertazione, verità e coraggio.

Quale figura del passato lucano o del melfese sente più vicina come esempio di santità o di umanità autentica che può tornare utile ai cuori della nostra Lucania?

“Scelgo tre figure emblematiche della nostra terra: tre testimoni diversi per carismi e ruoli, ma uniti da un profondo amore per la terra dove vivono e da una stessa tensione al bene comune. Pensare insieme a san Giustino de Jacobis, a mons. Vincenzo Cozzi e a Francesco Saverio Nitti ci aiuta a vedere come santità, pastorale e politica possano dialogare e guidare il nostro impegno personale e comunitario. San Giustino de Jacobis, nato in Basilicata, è l’esempio della santità missionaria che si fa prossimità concreta attraverso la via del dialogo e della inculturazione. Partito per terre lontane, imparò le lingue e le culture locali, non per sentirsi superiore ma per rendere il Vangelo comprensibile e accogliente. La sua umiltà, il servizio ai poveri e l’attenzione alla formazione delle comunità locali ci ricordano che la fede diventa vera quando si mescola con la vita della gente. Mons. Vincenzo Cozzi è il volto del pastore vicino alla gente: un vescovo che ha curato le parrocchie, che ha accompagnato sacerdoti e famiglie, che ha guardato alle fragilità con tenerezza e responsabilità, che ha illuminato con il suo insieme la fase del post terremoto e dell’insediamento della Fiat. Infine Francesco Saverio Nitti, figlio di Melfi e uomo di Stato, ci ricorda che l’amore per la terra passa anche attraverso la politica e l’economia. Nitti fu un intellettuale e un amministratore che cercò di affrontare le questioni del Mezzogiorno con serietà, ricercando riforme e strumenti. Da queste tre figure si può imparare soprattutto a far crescere la responsabilità etica, spirituale e civica per il contesto dove si abita. Non bisogna pensare a compiere gesti eclatanti, ma pregnanti. Se ciascuno si impegna a fare un passo concreto in questo senso, si potrà ridare forza e futuro al nostro territorio”.

Si dice da diverse parti che “fuori fa freddo”, dove rifugiarsi è la chiesa e l’Università. Fede e cultura, condivisione, coraggio possono essere queste le armi migliori per sconfiggere, orgoglio, illusione, ipocrisia e falsa onniscienza che fin qui ha prodotto danni gravi al pensiero e al cuore dei lucani?

“Fede, cultura, condivisione e coraggio possono aiutare i lucani a superare tutti gli atteggiamenti autoreferenziali che spesso frenano percorsi virtuosi di sviluppo e coesione. Fede e cultura, a mio parere, non devono limitarsi ad essere elementi decorativi, ma devono diventare le basi di un progetto concreto per il futuro della Basilicata. Il futuro della regione richiede che in ogni ambito cresca la logica della alleanza. In questo modo si potranno superare alcune forti tentazioni: la polarizzazione, il disinteresse, il pessimismo e la delega. L’Università e la comunità cristiana possono dare un apporto importante, ognuna secondo la propria specificità. Una comunità che si gioca sulla crescita morale, sulla conoscenza della verità e del bene comune – arginando le bramosie di una cultura del profitto a tutti i costi – può realmente rinascere. La Chiesa per sua natura è chiamata ad educare alla responsabilità, alla solidarietà e alla cura dei più fragili, mantenendo. L’Università può invece mettere ricerca e competenze al servizio del territorio, studiandone i bisogni e proponendo soluzioni verificabili”

Un po’ di leggerezza. La fede in una terra antica e rocciosa come la Lucania è un peso che fa camminare a testa bassa o un paio di ali per volare sopra i tetti dei paesi vuoti? Chiama più a raccolta Dio: il silenzio delle nostre montagne o il chiasso del mondo moderno?

“Questa domanda mi stimola a condividere un pensiero che ho sempre nutrito e che si è rafforzato in questi anni in Basilicata. Possiamo pensare alla Lucania come a un luogo teologico: qui le pietre, le chiese e i santuari non sono sfondi neutri ma segni in cui si incontra la memoria viva della identità e della vocazione di un popolo. Nonostante i forti venti della secolarizzazione, in gran parte della Basilicata, la fede, non è mera idea né un peso puramente nostalgico, ma patrimonio genetico che prende sul serio la storia e il volto concreto di un popolo. Purtroppo, questa memoria spesso si chiude in rituali immutabili, in tal caso il pericolo è che tutto può trasformarsi in zavorra: la tradizione si pietrifica e la fede perde la capacità di volgere lo sguardo verso il futuro. Ma se la medesima storia è accolta nella dinamica evangelica — lo svuotamento che genera accoglienza e servizio — allora quel peso diventa modo di farsi piccolo per gli altri, diventa ali che portano missione e speranza. In definitiva, la fede in una terra antica e rocciosa come la Lucania è insieme radice e ala. Tiene attaccati alla terra attraverso la memoria e il silenzio dell’ascolto, ma non esaurisce la sua vocazione nella conservazione: è chiamata a farsi volo attraverso l’impegno concreto, la carità e la speranza escatologica. Così custodisce senza chiudersi, e permette di sollevarsi non per fuggire il luogo, ma per rendere visibile la vita nuova che può nascere dentro e grazie a quel territorio”

Oreste Roberto Lanza