
Omelia in occasione della Dedicazione
della Cattedrale di Melfi
nel 950 anniversario della sua fondazione
Melfi 12 agosto 2026
Come è possibile vedere Dio e rimanere vivi? Come contenere la gloria di Colui che i cieli non possono contenere? Come trattenere la potenza dell’Onnipotente? Sono le domande del cercatore di Dio, del custode della sua memoria. La Bibbia è piena di queste domande che si aprono come una ferita del cuore che alimenta la nostalgia di Dio, inconoscibile ad occhio umano, se non per sua gratuita rivelazione. E’ il desiderio di Mosè invitato a replicare l’immagine della tenda vista sul monte della teofania divina (Cf. Es 25,9). E’ il desiderio non esaudito di Davide, che vuole costruire al potente di Giacobbe una casa accanto alla sua, mentre il Signore edificherà per lui una discendenza (Cf. 2 Sam 7,1ss). E’ la preghiera del giovane re Salomone che chiede al Signore di abitare il suo cuore con la Sapienza, prima che le sue mani edifichino il tempio in onore del Dio dei Padri (Cf. 1Re 3,4-15). E’ la ricerca spasmodica di Elia che, uscito dall’antro della solitudine e della paura, è chiamato ad abitare una nuova immagine di Dio, tralasciando quella del vendicatore, edificata dal suo zelo. Il Dio che risponde alla voce dei suoi servi fedeli lo educa a riconoscerlo non nella potenza degli eventi naturali, ma “nella voce del silenzio che permane” (Cf.1 Re 19,11-13). E’ la gloria intravista da Ezechiele che abita il tempio, il luogo dove posano i piedi dell’Altissimo, la sua dimora in mezzo ai figli d’Israele (Cf. Ez 43,7). E’ la domanda che la Samaritana pone a Gesù perché indichi su quale monte adorare Dio se in Samaria o a Gerusalemme. Gesù risponderà che è lui il tempio definitivo dove adorare Dio in Spirito e Verità (Cf. Gv 4,19-24). Già, perché il tempo è superiore allo spazio ed è Cristo il Primo e l’Ultimo, l’Alfa e l’Omega (Cf. Ap 1,8) la pienezza del tempo; lui nato da donna, sotto la legge (Cf. Gal 4,4-5); lui il tempio definitivo dove Dio e l’uomo s’incontrano non più solo nel tempo, ma nell’eternità.
I costruttori delle grandi cattedrali medievali, come anche quelli che hanno edificato la splendida cattedrale di Melfi 950 anno or sono, erano consapevoli che il tempo e lo spazio dovessero trovare compimento nell’uomo Gesù, il figlio di Dio. Ecco che in queste strutture straordinarie, dove l’occhio si perde e la mente si eleva, Antico e Nuovo, antropologia e cosmologia, cielo e terra, elementi visibili e invisibili, trovavano la loro cifra in costruzioni massicce ed elevate, preludio alla celebrazione del mistero del Dio incarnato e custodi della voce della Chiesa, che intravede la discesa dall’alto della Dimora di Dio con gli uomini (Cf. Ap 21,3) e che grida nel tempo l’ultima parola dell’Apocalisse: “Lo Spirito e la Sposa dicono vieni. Maranatha! Vieni Signore Gesù” (Cf. Ap 22,17).
Anche questa Cattedrale porta in sé tali preziose vestigia e nel giorno memoriale della sua ridedicazione avvenuta in questo giorno dopo il terremoto del 1930, desideriamo rievocare due immagini che accompagnano il nostro sguardo credente e il nostro passo di pellegrini di speranza dentro la storia. La Porta d’ingresso e l’Abside. Si entra nella Cattedrale, che è Madre, generatrice nei sacramenti della nostra figliolanza divina, per celebrare il mistero pasquale e si attende l’avvento glorioso del Signore, che ritornerà alla fine dei tempi con tutti i suoi Santi. Questi due spazi celebrano nella forma e nella solidità della pietra questi due eventi.
La Cattedrale nel cuore della Città, con la soglia e la porta che dialogano con essa, racconta ed è testimone visibile della nostra fede. Nella celebre opera Incontro a Bisanzio di Olivier Clémant viene riportata una celebre testimonianza del grande Padre Giovanni Crisostomo che affermava: “Se un pagano viene e ti dice: Mostrami la tua fede!, tu prendilo per mano, portalo in chiesa e mostra a lui il decoro delle icone”. In effetti, ogni volta che varchiamo questa soglia, c’è una porta che aiuta ad entrare nel Mistero, è l’immagine del nostro cuore, è la porta stretta di cui dice Gesù nel vangelo: Si entra lasciando, si esce ricchi di un amore ricevuto e da donare (Cf. Mt 7,13-14). E’ Gesù la porta della vita (Cf. Gv 10,1ss), egli chiede di entrare attraverso di lui, perché egli è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto (Cf. Lc 19,10). La porta ci lega al quotidiano, al tempo che passa; da essa si entra con l’uomo vecchio, rivestito di terra per indossare Cristo, l’uomo nuovo della Pasqua e fissare con lui il nostro sguardo in cielo (Cf. 1Cor 15,47-49). Ecco che le Cattedrali offrono questo sguardo elevato in uno spazio concreto: l’Abside. Nelle absidi medievali il più delle volte lo sguardo è catturato dal Cristo Veniente e Onnipotente (Pantocrator). Nel periodo barocco questa direzione dello sguardo si indirizza nel “Cielo d’oro” la dimora del Santo dei Santi, lo sfondamento verso l’alto. Il concetto è chiaro: si entra in chiesa per salire in cielo. Nelle Cattedrali come la nostra, trova spesso posto la Madre di Dio situata accanto al Figlio nel mistero della divina umanità e nel trionfo sulla morte: l’Assunzione di Maria. Un gesto racconta i due grandi dogmi mariani quello della divina maternità e l’Assunzione. Il Figlio e la Madre condividono lo stesso spazio, sono seduti su un trono comune, come possiamo contemplare nella splendida icona del XIII secolo, la Kyriotissa, la “Sovrana, Madre del Sovrano”, custodita nella nostra Cattedrale di Melfi. Quel trono indica che il dominio universale sul peccato e sulla morte ormai appartiene a Cristo, la primizia dei risorti e poi tutti coloro che sono redenti dalla sua Pasqua (Cf. 1Cor 15,20-23). Il primo frutto è proprio Maria, la benedetta fra tutte le donne. La condivisione del trono e della signoria (Kyrios) lascia percepire la partecipazione della vita eterna alla Madre. Nell’Abside di Santa Maria in Trastevere a Roma, Gesù viene rappresentato nel porre delicatamente il suo braccio sulla spalla della Madre. La resurrezione di Maria è rappresentata nell’umanissimo abbraccio. Lei infatti, è la piena di Grazia, la discepola perfetta, colei che ha creduto. Tuttavia, Maria è immagine della Chiesa che celebra le sue nozze con l’Agnello vittorioso, lei è la Sposa che riceve l’abbraccio dello Sposo: “La sua sinistra è sul mio capo e la sua destra mi abbraccia” riferisce l’autore del Cantico dei Cantici (2,6). In Maria Sposa, Madre e Chiesa, tutti noi riceveremo l’abbraccio della vita dal Primogenito dei risorti (Cf. Col 1,15-18).
Carissimi fratelli e sorelle in questo giorno memoria della Dedicazione della Chiesa Cattedrale, siamo anche noi chiamati ad attingere alla sorgente della misericordia divina. Qui apprendiamo cosa significa donare la vita, qui riceviamo in dono l’Autore della vita (Cf. At 3,15). Dentro queste mura risplendenti della luce divina anche noi resi santi nei Sacramenti, con il Pastore di questa Chiesa il Vescovo Ciro, con i Presbiteri i Diaconi e il Popolo santo di Dio, non cessiamo di innalzare la nostra lode e la nostra supplica all’Agnello immolato e vivente (Cf. Ap 5,6). Da qui prende vigore la testimonianza del Vangelo che continua a magnificare Dio con la nostra umanità. Qui, tra queste mura, il Dio di Gesù Cristo continua a scolpire il volto più bello e più vero di questa nostra magnifica umanità.
Cattedrale di Melfi 12 agosto 2026
+ Davide Carbonaro
Vescovo






